lunedì, Dicembre 16

Lo Zimbabwe di Mnangagwa peggio di quello di Robert Mugabe Le rivolte contro l’aumento del carburante segnano l’inizio della fine dell’illusione di una nuova era di riforme e democratizzazione

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«Sono passati quattordici mesi da quando Mugabe ha lasciato la scena politica, ma quello che si vede in questo momento è un’escalation … che rende Mugabe un principiante in termini di terrore», così Nelson Chamisa, leader dell’opposizione e Presidente del  Movement for Democratic Change (MDC, Movimento per il cambiamento democratico nello Zimbabwe). 
«Di notte, le persone non sono più le loro libertà, sono portate via con la forza dai loro luoghi di relax e divertimento, dai ristoranti (…) e picchiate». Dopo lo scoppio delle rivolte popolari, lo scorso 14 gennaio, contro l’aumento  del 150% dei prezzi del carburante (da R19 a R41 al litro), quello del Presidente Emmerson Mnangagwa viene quasi unanimemente considerato un regime peggiore di quello di Robert Mugabe.

Si parla di 12 persone e centinaia di feriti da Polizia ed Esercito, ma i numeri non sono verificabili.

Negli ultimi giorni in Sudafrica si denuncia una crisi umanitaria in Zimbabwe e crimini dei quali si dovrebbe occupare la Corte Penale Internazionale (CPI).
Il partito sudafricano di opposizione, Democratic Alliance (DA), ha fatto sapere che scriverà al procuratore della CPI per richiedere un’indagine sulla condotta del Governo della Repubblica dello Zimbabwe ai sensi dell’articolo 15 dello Statuto di Roma, per le violazioni dei diritti umani, e che sta chiedendo l’intervento dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati nel tentativo di fermare le atrocità commesse dalle Forze dell’ordine dello Zimbabwe.
A metà gennaio, in una sola giornata sarebbero entrate in Sudafrica, secondo l’opposizione, almeno 130.000 persone dallo Zimbabwe, mostrando segni di angoscia e sostenendo che le loro vite erano in pericolo.

Il Governo sudafricano, intanto, preoccupato dei riflessi che la crisi potrebbe causare a Pretoria e dalla possibile ulteriore ondata di migranti -con conseguente aumento della pressione sui servizi sociali e un aumento esponenziale delle tensioni sociali, anche considerando l’alto livello di disoccupazione-,  secondo quanto dichiarato dal Ministro delle Finanze, Tito Mboweni, sta progettando di estendere il credito a breve termine allo Zimbabwe e anche di aiutarlo a cancellare il suo debito estero di $ 7,4 miliardi con l’FMI, la Banca Mondiale e il Club di Parigi. Il Sudafrica non può permettersi una tracollo dello Zimbabwe.  Harare si porterebbe dietro Pretoria.

L’opposizione sottolinea che il Governo sudafricano di Cyril Ramaphosa sta, di fatto, sostenendo il regime di Harare con questi aiuti economici non condizionati dalla richiesta di rispetto dei diritti umani e di ripristino della democrazia.  Una condanna pubblica da parte di un alleato può avere un effetto sul comportamento di un Governo, sottolineano dall’opposizione, e possono anche essere utili sanzioni, espanse o ridotte gradualmente a seconda della condotta del Governo.

Ma cose è successo e sta succedendo nel Paese dove il carburante ha il costo più alto al mondo?

La crisi economica dello Zimbabwe ha raggiunto proporzioni catastrofiche, il Paese sta affrontando la sua peggiore crisi economica da quando ha ottenuto l’indipendenza, nel 1980. Le proteste alla base della crisi attuale sono partite lo scorso 14 gennaio, quando ad Harare e Bulawayo, nel sud del Paese,  dove gruppi di cittadini sono scesi in strada contro l’aumento del prezzo del carburante e le difficoltà economiche che la popolazione sta affrontando da troppo tempo oramai.

C’è da considerare che proteste e relativa loro repressione vi erano già state in agosto, a seguito delle elezioni presidenziali, quando Emmerson Mnangagwa per una manciata di voti ( 39.000) aveva sconfitto  Chamisa (50,8% dei voti, secondo i risultati ufficiali, sarebbero andati a Mnangagwa).

Le rivolte di gennaio è stata lanciata da un video su Twitter del pastore protestante Evan Mawarire, leader della campagna #ThisFlag, insieme a Peter Mutasa, Presidente dell’Unione dei Sindacati (Zctu): l’invito dei due era ‘niente lavoro, niente scuola, niente affari. Rimanere pacifici’. La campagna #ThisFlag aveva indetto una protesta simile nel luglio 2016, con uno sciopero intitolato ‘National Stay Away’ che era durato settimane. Sia Mawarire che Mutasa sono poi stati arrestati nei primi giorni di manifestazioni.

Ieri il leader del MDC, Nelson Chamisa, in una conferenza stampa ad Harare ha esordito sottolineando come la crisi attuale sia ben altro di una esclusiva crisi economica: «Il Paese è attualmente impantanato in una crisi politica, economica, sociale e umanitaria a più livelli. A questo si aggiunge l’ultimo assalto dello Stato per uccidere, tormentare e molestare innocenti cittadini dello Zimbabwe in una tragica mossa che dimostra solo che contrariamente al tanto vantata, questa non è in alcun modo la seconda Repubblica, ma una prosecuzione atroce del brutale primo regime post-indipendenza nel 1980». La crisi nello Zimbabwe, sottolinea Chamisa, «è una crisi di governance. È una crisi di leadership, ma si manifesta economicamente. La crisi politica trae le sue radici da un ambiente politico tossico e da un processo elettorale perennemente imperfetto». Lo Zimbabwe «ha bisogno di un ritorno urgente e del ripristino del regime costituzionale, dell’amministrazione civile e dello stato di diritto».  Chamisa punta il dito contro il sistema elettorale e contro la leadership, definendola ‘marcia’.

«Il un nuovo Zimbabwe, è lo stesso vecchio Stato all’interno degli stretti parametri imposti dal partito di Governo, il ZANU-PF, senza alcuna prospettiva di alcun cambiamento che potrebbe mettere a rischio il suo potere», afferma James Hamill, docente presso il Dipartimento di Politica e Relazioni Internazionali dell’Università di Leicester, e ottimo conoscitore dell’area. Alla presa del partito sul Paese, si somma la lotta interna tra le diverse anime del partito che si riflette sulla gestione della crisi.

Emmerson Mnangagwa, che quando è salito al potere, defenestrando, di fatto, Mugabe, aveva rappresentato una speranza di riforme, era stato proposto dal partito e dai media come l’uomo della seconda Repubblica e la comunità internazionale era pronta a dargli fiducia, ha firmato l’ulteriore peggioramento della crisi economica: 90% di disoccupazione, l’inflazione galoppante al 35%, una valuta locale in fallimento unita a una cronica carenza di valuta estera, scarsità di tutti i beni essenziali e l’incapacità di convincere potenziali donatori e investitori che il Paese è su una nuova strada. Mnangagwa, dopo aver annunciato l’aumento dei prezzi del carburante, è partito per un viaggio d’affari alla ricerca di accordi commerciali con Russia, Bielorussia, Azerbaigian e Kazakistan. Accordi  che secondo gli osservatori non risolveranno le immediate questioni economiche che si pongono allo Zimbabwe; al contrario alcuni investimenti stranieri nel Paese potrebbero ritirarsi.

Il debito, che si era attestato a  442 milioni di dollari nel 2013, è salito a 10,5 miliardi nel febbraio 2018 e ha registrato un ulteriore aumento nell’ultimo anno. Il Governo aveva abbandonato il dollaro Zim nel 2009, dopo che l’inflazione aveva raggiunto il 500 miliardi l’anno prima nel 2008. Nel 2016, via via che sempre più dollari sono usciti dall’economia, il Governo ha introdotto una nuova valuta obbligazionaria’, nominalmente in parità con il dollaro, nel tentativo di compensare le carenze di liquidità, nonché i pagamenti elettronici diretti in conti bancari per beni e servizi. Questi pagamenti includevano gli stipendi dei dipendenti pubblici, l’ultimo baluardo dell’occupazione formale. Era l’equivalente di stampare denaro oltre il valore delle riserve nella banca centrale.
Le condizioni peggiorarono costantemente, i cittadini hanno messo in atto una serie impressionante di strategie di sopravvivenza, dall’emigrazione che produceva rimesse della diaspora a lavorare nel settore informale, il mercato nero.

Tutto questo è culminato a gennaio con la straordinaria decisione di annunciare un molto più che raddoppio del prezzo della benzina, una decisione economicamente irrazionale che ha fatto deflagrare la bolla di sapone di  Mnangagwa.
I pochi che hanno un lavoro non possono più permettersi di andare al lavoro, i costi di trasporto più alti aumentano il prezzo dei beni di prima necessità, impoverendo ulteriormente una popolazione già indigente, attualmente mantenuta a galla dalle rimesse della massiccia diaspora dello Zimbabwe, afferma Hamill. Da qui le proteste e la relativa risposta del regime: repressione violenta -accusando MDC, e i sindacalisti di fomentare i disordini-, censura con annesso blocco di internet e dei social,  e, di fatto, nessuna manovra economica che possa far immaginare un futuro al Paese.  
Non è un caso, afferma Hamill, che gran parte della repressione sia stata concentrata nei quartieri più poveri, aree di grande supporto a MDC: «ZANU-PF ha considerato questa crisi un’opportunità per ricordare con forza a quegli elettori la realtà del suo potere. Il regime nello Zimbabwe ha troppo da perdere materialmente per cedere il potere. Il suo dominio continuo è letale per le prospettive del Paese».
Il problema ZANU-PF è duplice: da una parte lo scontro interno tra le diverse componenti del partito, che secondo alcuni osservatori alla base resta uno scontro tribale, ma di fatto determinato da interessi economici, per esempio, il controllo sull’approvvigionamento di carburante del Paese è nelle mani del partito, e gli enormi benefici finanziari che ne derivano provocano rivalità tra fazioni, dall’altra, per quel che èdevegovernare in eterno, come sostiene Hamill, perchè «il partito è così corrotto, autoritario e disfunzionale che l’idea stessa di poter ripristinare la stabilità -per non parlare di una risoluzione duratura dei problemi dello Zimbabwe- è una contraddizione in termini». ZANU-PF deve preservare le sue reti clientelari che depredano lo Stato, spesso attraverso il terrore di Stato.  
Mnangagwa rappresenta la continuità con Mugabe e il passato piuttosto che una partenza radicale, la sua carriera politica è stata immersa nella violenza e nella coercizione, come quella del vicepresidente Constantino Chiwenga, il generale che ha guidato la defenestrazione militare di Mugabe, uomo dal  curriculum altrettanto sanguinario.

ZANU-PF considera ogni forma di protesta una minaccia al suo potere e, in linea di principio, cercherà di eliminarla in modo che non possa mettere radici e maturare in una vera sfida. Massima forza repressiva per generare paura e servire come monito per gli altri. Il regime ritiene che qualcosa di meno di ciò possa essere percepito come debolezza e inviterà ulteriori pressioni data la natura limitata del suo sostegno popolare. 
Lo Zimbabwe è, ora con Mnangagwa, un ‘nuovo tipo di regime militarizzato’, un modello ibrido che fornisce la ferocia repressiva del dominio militare laddove richiesto, evitando in modo cruciale le dure critiche internazionali e l’isolamento di un regime militare convenzionale, poiché l’influenza delle forze di sicurezza è canalizzata formalmente attraverso la regola del partito . Hamill individua parallelismi con il regime militarizzato di Pieter Willem Botha in Sudafrica negli anni ’80, che ha cercato di combinare il linguaggio della riforma con la violenza di Stato e l’illegalità.

Nei giorni scorsi, il Presidente Mnangagwa ha promesso un’indagine sul comportamento delle forze dell’ordine nella brutale repressione di manifestanti, attivisti e organizzatori delle proteste. «Violenze e comportamenti scorretti delle nostre forze di sicurezza sono inaccettabili e rappresentano un tradimento del nuovo Zimbabwe», ha scritto su Twitter, criticando i saccheggi che ci sarebbero stati durante le manifestazioni. «Caos e insubordinazione non saranno tollerati. Comportamenti illeciti saranno indagati. Se servirà, cadranno delle teste». Accuse, per altro, sempre respinte dall’Esercito, che ha sostenuto essere ‘falsi’ militari quelli che nelle manifestazioni hanno usato i metodi violenti.

Ieri i sindacati del settore pubblico hanno dato al Governo un ultimatum per presentare una nuova proposta sui salari. Se questa non arriverà nelle prossime 48 ore verranno indetti nuovi scioperi, .
I sindacati chiedono che i dipendenti pubblici vengano pagati in dollari statunitensi.

Secondo alcuni osservatori la repressione potrebbe ancora una volta avere la meglio sulle manifestazioni, soprattutto se Paesi alleati come Sudafrica e Cina manterranno la loro ‘protezione’ su Mnangagwa, ma la resa dei conti sarà soltanto rimandata. Altri analisti come Hamill intravedono la possibilità di una guerra civile a bassa intensità. Quel che appare certo è che la situazione in Zimbabwe è destinata solo a peggiorare.

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