sabato, Ottobre 24

Lo Yemen non arretra davanti l’Arabia Saudita L'Arabia Saudita resta intenzionata a prevaricare su questa Nazione ormai ridotta in miseria

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Il secondo turno dei colloqui di pace per lo Yemen, che si è svolto a dicembre sotto l’egida delle Nazioni Unite, pare essersi concluso con l’ennesimo fallimento epocale: l’Arabia Saudita resta intenzionata a prevaricare su questa Nazione ormai ridotta in miseria.

I principali mezzi di informazione non rinunciano a ritrarre la guerra in Yemen come un gioco geopolitico contro la crescente trazione dell’Iran in Medio Oriente, ma dalla realtà sul campo emerge un quadro molto diverso. Lungi dall’essere i cattivi della storia, gli Huthi dello Yemen, gli stessi militanti che nel 2011 presero parte alla rivolta yemenita abbracciando la volontà popolare di manifestare per un cambio di Governo, hanno guidato un movimento di resistenza popolare contro l’Arabia Saudita. «Quelle fazioni che le potenze occidentali dipingono come ribelli appoggiati dall’Iran, di fatto, non lo sono. E mentre la resistenza yemenita potrebbe passare sotto la bandiera di Ansar allah», il braccio politico degli Huthi, «il movimento include varie organizzazioni politiche e figure militari». Saleh al-Dhafer, ricercatore indipendente sulla risoluzione del conflitto nello Yemen, ha spiegato come i pregiudizi politici e il netto rifiuto di ammettere le realtà politiche territoriali dello Yemen, invece di contribuire a promuovere la pace, hanno alimentato la macchina della guerra. «L’Arabia Saudita ha consegnato ai media una visione distorta dello Yemen. Il movimento della Resistenza, per esempio, è quasi sempre stato etichettato con aggettivi alquanto faziosi quali ‘gruppo ribelle sciita’ o ‘dissidenti appoggiati dall’Iran’», ha dichiarato al-Dhafer. «Ovviamente, una profilazione politica di questo tipo ha fatto il gioco del regno: Riyadh non vedeva l’ora di porsi a forza benevola, quando in realtà ha seminato distruzione in tutto lo Yemen per soddisfare le ambizioni della famiglia reale saudita di annettere per intero il proprio vicino», ha aggiunto l’esperto. E, di fatto, lo Yemen si trova di fronte a un’annessione politica mascherata da costruzione della democrazia.

Tutto ebbe inizio nei primi mesi del 2015, quando, in seguito a un aumento di popolarità degli Huthi e alla conquista della capitale, Sana’a, l’allora Presidente Abd Rabbo Mansour Hadi annunciò pubblicamente le sue dimissioni (non una, ma due volte). Dopo poche settimane dal congedo, Hadi decise di fuggire a Aden, ex capitale dello Yemen del Sud, per raggiungere poi l’Arabia Saudita, che vedeva come un ‘rifugio’. Intenzionata a schiacciare quella che percepiva come una ribellione al proprio diktat nella regione, il 25 marzo, Riyadh ha dato il via a una guerra unilaterale contro lo Yemen, dichiarando di voler restaurare Hadi alla presidenza e che ciò avrebbe aiutato lo Yemen nel proprio percorso verso la democrazia. La democrazia, però, non era l’obiettivo, bensì l’alibi.

Sono quasi 6.000, di cui 637 bambini, secondo le stime dell’ONU, gli yemeniti morti in guerra. Stando a quanto riportato, il 93% dei morti e dei feriti sono civili rimasti coinvolti tra i due fronti. Secondo il Comitato internazione della Croce Rossa, oltre 1,5 milioni di persone sono state sfollate; organizzazioni umanitarie internazionali come Medici Senza Frontiere hanno segnalato più volte quanto sia profonda la sofferenza umana e la miseria causata da tali ostilità. L’ufficio delle Nazioni Unite per il coordinamento degli affari umanitari ha dichiarato, inoltre, che, oltre al danno devastante alle infrastrutture dello Yemen, che ammonta a miliardi di dollari, i bombardamenti aerei della coalizione sono responsabili della ‘maggioranza delle morti tra civili’. Non è tutto: l’Arabia Saudita ha predisposto un blocco umanitario sullo Yemen. Immune alle critiche che gli attribuiscono miliardi di dollari di danni, il regno ha compiuto atti tanto disumani che rientrerebbero a pieno titolo nella categoria dei crimini contro l’umanità, e di fronte ai quali il mondo è rimasto in silenzio, indisturbato dalla litania di morte e sofferenza che questa immiserita Nazione dell’Arabia meridionale ha dovuto sopportare, a causa delle sue tendenze religiose che ne fanno un’emarginata.

«La ragione per cui allo Yemen del Nord è stata riservata tale distruzione è che il suo Islam non si allinea con il credo promosso da Riyadh. Lo Yemen del Nord resta fedele allo zaidismo, una scuola di pensiero islamica che risale all’VIII secolo, invece che al wahabismo, che emerse nel XVIII secolo. Molti yemeniti, in verità, considerano il wahabismo una negazione dell’Islam, una perversione pericolosa delle scritture», afferma Hassan Mohsen, studioso musulmano e dottore di ricerca in studi religiosi comparati a Londra.

Prima della guerra, lo Yemen era già il Paese arabo più povero, e ora è uno Stato fallito. Alla luce di ciò, la cecità di Riyadh sulla futilità dei bombardamenti strategici è quantomeno scioccante. Il bombardamento strategico in Afghanistan da parte dell’ex Unione sovietica negli anni ’80 e i bombardamenti aerei statunitensi in Indocina durante la guerra in Vietnam avevano già dimostrato che questo tipo di operazioni militari erano per lo più inefficaci quando l’obiettivo è un Paese impoverito e indigente. Dopo Israele, l’Arabia Saudita possiede le più moderne forze militari del Medio Oriente ed è il secondo più stretto alleato degli Stati Uniti in tale regione instabile. Considerando la vasta portata del coinvolgimento americano nel corpo militare saudita, è probabile che il Governo statunitense non abbia trascurato i segnali di una imminente operazione delle forze aeree della famiglia reale saudita in primavera. L’Arabia Saudita, però, ha tenuto Washington all’oscuro fino a un’ora prima del decollo del primo caccia della coalizione.

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