giovedì, Dicembre 12

Lo strano caso dei ‘leghisti di colore’ Sono fan di Salvini e hanno incarichi nei Partiti dell'estrema destra italiana. Eppure hanno tutti un passato da migranti. Chi sono questi leghisti di nuova generazione?

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«Sapete che ci sono molti leghisti stranieri, molti leghisti africani, leghisti neri che non vogliono farsi individuare, ma che convintamente votano e ammirano la Lega Nord?». Questa frase, pronunciata da Tony Iwobi – nigeriano, trent’anni passati in Italia, venti da tesserato della Lega Nord – è la fotografia di una realtà dai contorni sbiaditi. Metterli a fuoco richiede uno sforzo particolare. Occorre superare l’idea di una società a compartimenti stagni e scontrarsi con una realtà che ha molte più sfaccettature di quelle che immaginiamo.

Per quanto possa suonare strano, infatti, Iwobi ha ragione. Molti stranieri in Italia apprezzano e votano Lega e altri partiti della galassia della destra e dell’ultra destra nazionalista. Sono principalmente giovani, figli di una generazione di migranti arrivata in Italia anni fa. Sono stabilmente inseriti nella società, hanno un’istruzione, un lavoro, e progettano di mettere su famiglia nel nostro Paese. Scelgono di abbracciare idee di partiti e movimenti che, nell’immaginario collettivo, contrastano con gli interessi delle loro comunità d’origine, eppure sono il frutto maturo di un’integrazione perfettamente riuscita.

E a chi mette in evidenza la contraddizione, rispondono che la destra è cambiata, che non importa il colore della pelle, ma solo il rispetto delle regole. Anche loro si sentono nazionalisti e antieuropeisti. Anche loro chiuderebbero le frontiere e li aiuterebbero a casa loro. A guadagnarci è soprattutto l’immagine della destra populista italiana, che può appropriarsi di volti e storie utili a smarcarsi dalle accuse di razzismo e xenofobia.

Iwobi è stato il primo ad esporsi, il primo ad attirare i riflettori della stampa, il primo a mettere in difficoltà le convinzioni degli italiani. Nel 2015 è stato nominato Responsabile per l’immigrazione, e sul palco di Pontida rilancia la causa dei ‘leghisti neri’ al fianco di Salvini. Qualche anno prima, nel 2009, Sandy Cane diventava la prima Sindaca di colore in Italia, candidata a Viggiù, nel varesotto, proprio nelle file della Lega.

Con il tempo, anche altri tra quei ‘leghisti stranieri, leghisti di colore, che non vogliono farsi individuare’ hanno iniziato ad emergere, ad esporsi, e soprattutto ad impegnarsi.

Paolo Diop ha ventisei anni. Vive in Italia da quando ha pochi mesi. I suoi genitori sono del Senegal, ma ha passato tanti anni con delle famiglie italiane. Attualmente è responsabile all’immigrazione per il Movimento nazionale per la sovranità di Gianni Alemanno e Francesco Storace. Un passato in Sovranità (l’associazione emanazione di Casapound e della Lega), è un fervente sostenitore di Matteo Salvini e tra qualche mese sarà opinionista in un programma tv.

I genitori di Mike Gjeli vengono invece dall’Albania. Arrivano in Italia nel 1991 con i primi sbarchi a seguito della caduta del porto di Durazzo. Mike è nato qui ventiquattro anni fa. E’ laureato in Scienze Politiche e sta frequentando un corso di specializzazione in Germania. Qualche mese fa è stato notato da Salvini per un post in cui criticava lo Ius Soli. «Io figlio di immigrati ho atteso il diciottesimo anno di età per prendere la cittadinanza italiana. Non sono mai stato discriminato e non ho mai avuto penalizzazioni», sostiene. Mike è responsabile per l’immigrazione della Sede della Lega Nord di Ligure.

Li abbiamo intervistati per cercare di scoprire qualcosa in più. Per superare la curiosità ed indagare a fondo le idee, le motivazioni e gli obiettivi, ma anche le difficoltà, i problemi e le contraddizioni. “Io non sono contrario all’immigrazione, io voglio un’immigrazione regolarizzata“, esordisce Diop. “Va fatto uno studio approfondito, e i soldi utilizzati per l’accoglienza dei migranti andrebbero redistribuiti nei Paesi da cui provengono. Serve investire nella scolarizzazione, nella salute. Bisognerebbe educare le nuove generazioni ad essere i governanti di domani. Serve un nazionalismo italiano, ma serve anche un nazionalismo africano“.

Non sono una mosca bianca all’interno della Lega“, racconta, invece, Gjeli. “Per molte persone la Lega e` sinonimo di razzismo e odio verso gli stranieri, ma nelle realtà locali non vedi solo tesserati italiani ma anche stranieri. La partecipazione politica degli stranieri nella Lega è la stessa degli altri partiti“.

Paolo e Mike sono due giovani dalle idee chiare. Le loro sono dichiarazioni importanti, che stridono con l’immagine classica della destra italiana, e cozzano con l’identità delle loro famiglie. Ma oltre l’inusualità, quello che colpisce maggiormente è l’incorruttibilità delle loro convinzioni.

Io non credo a chi dice che non ci sono neri italiani. Sono cresciuto qui, la cultura italiana è la mia cultura, mi sento molto più italiano di tanti altri“, prosegue Diop, “Ma vedo tante famiglie straniere in cui i figli vanno a scuola, escono con gli amici, incontrano la cultura e le usanze italiane e poi tornando a casa trovano gli usi e le tradizioni del Paese di origine dei genitori. Molti figli di migranti hanno identità diverse che si scontrano tra loro” .

Ed è proprio sul concetto di identità che Diop e Gjeli costruiscono la legittimazione del loro pensiero politico e allontanano le accuse di incoerenza: “Capisco chi dice che italiani si nasce“, spiega Diop, “E’ una condizione naturale, nasci in un posto e sei di quel posto. Poi, però, ci sono le migrazioni, il multiculturalismo. E’ un dato di fatto. Anche spostarsi per migliorare la propria vita è una condizione naturale, ma gli Stati hanno delle leggi, hanno una cultura, hanno un’identità. E vanno rispettate“. “La Lega non è contraria all’immigrazione“, gli fa eco Gjeli, “chiunque può entrare in Italia per studiare o lavorare, basta che abbia la reale intenzione di integrarsi“.

Dietro a questo percorso c’è, però, una scelta, e soprattutto ci sono le difficoltà di dover fare i conti con la responsabilità di quella scelta e con il peso dei luoghi comuni. Gjeli, come tanti altri ragazzi italiani, si è avvicinato alla politica negli anni dell’Università: “Ho iniziato a frequentare le riunioni e a fare amicizia con gli altri ragazzi“, racconta. “Ho finito l’Università e mi sono tesserato al Partito per poter far parte ufficialmente di questo gruppo. Ho fatto questa scelta perchè credo fortemente nel programma della Lega“.

La scelta di Diop nasce, invece, da presupposti differenti: “Mi sono detto che non poteva esserci una sola verità sull’immigrazione. Non accettavo che ci fosse una sola campana che potessi ascoltare“. “La prima volta che sono entrato in Casapound ho esposto subito le mie idee e ho scoperto che la pensavano come me. Mettono prima gli italiani, è vero. Ma se fossi rimasto in Senegal non avrei voluto che la politica pensasse prima ai senegalesi?“.

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