sabato, Agosto 8

Russia e banche: panacea per ogni male o moderno Moloch finanziario? Un sistema che si regge sugli interventi dello Stato, che sarà obbligato a farlo in futuro, fino a quando, naturalmente, sarà nelle condizioni di farlo

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Dopo due anni di profonda recessione, l’economia russa sembra uscita dalla fase più acuta e mostra timidi segnali di ripresa: inflazione sotto il 4%, rublo sostanzialmente stabile e prodotto interno lordo che secondo le stime potrebbe sfiorare il 2%. Legata a doppio e triplo filo alle vendite di petrolio, l’economia ha tratto beneficio dal prezzo del Brent (petrolio estratto nel Mare del Nord ed usato come riferimento per i prezzi del mercato del greggio) oramai da un anno stabilmente sopra i 45 dollari e da luglio ampiamente sopra quota 50. Tuttavia, se i dati macroeconomici, dopo due anni pesanti, concedono qualche respiro, è il sistema bancario che ha il fiato corto e mostra segnali di estrema debolezza.

Non sono fortunati i cittadini russi, questo è certo, colpiti in un quarto di secolo da crisi finanziarie di rilevante portata. La prima, al passaggio dall’Unione Sovietica alla Russia, quando il rublo si avvicinò alla convertibilità con le principali valute e una rapida svalutazione portò la moneta locale da una sostanziale ed assurda parità nei confronti del dollaro a superare ampiamente quota 100. La svalutazione del rublo e la liberalizzazione dei prezzi, punto cardine della terapia d’urto degli economisti riformisti, causarono una profonda spirale inflattiva che neanche l’inasprimento della politica monetaria riuscì a tamponare.

Successivamente, nel 1998, la crisi finanziaria avviata nei Paesi asiatici arrivò anche in Russia e fu sufficiente un moderato calo del prezzo del petrolio, in un Paese ancora nel mezzo della transizione verso un’economia di mercato, a causare uno squilibrio della bilancia commerciale. Le conseguenti forti pressioni sul rublo spinsero la Banca Centrale ad agganciarne il valore al dollaro e nella sua strenua difesa furono praticamente prosciugate tutte le riserve e la Russia entrò in default: ristrutturazione del debito pubblico, moratoria sul debito estero e sistema bancario in tilt.

Ed arriviamo ai giorni nostri, quando le banche sembrano cadere come pere mature al primo spirare di vento. Tra il 2015 e il 2016 più di 200 banche hanno riscontrato grosse difficoltà operative e per 160 la Banca Centrale Russa è stata costretta a ritirare la licenza. In realtà il processo era già iniziato nel 2013, da quando cioè si era insediata la Governatrice Elvira Nabulina alla Banca Centrale. Già l’anno dopo, infatti, il numero delle licenze bancarie ritirate aveva raggiunto il centinaio ed il processo sembra non essersi fermato neanche nel 2017, quando il numero delle banche fallite ha già raggiunto la cinquantina. In poco più di quattro anni quindi le banche a cui è stata ritirata la licenza sono state circa 300, ma vanno aggiunte anche le banche in difficoltà assorbite da altri istituti, quelle ancora in risanamento e quelle in amministrazione straordinaria.

Crisi diverse, per natura e portata, ma che hanno trovato facile sponda in un sistema bancario e finanziario debole, con regole e principi molto ‘flessibili’. Fino a qualche anno fa il numero delle banche sfiorava addirittura il migliaio, piccolissime, con un capitale irrisorio ed una base di clientela limitata.

Attualmente i soggetti bancari attivi nella Federazione si dividono in quattro grandi categorie: le banche controllate direttamente o indirettamente dallo Stato, le banche private russe con una base patrimoniale e di clientela rilevante, le altre banche private piccole (talvolta microscopiche) e le banche straniere, la cui proprietà è riconducibile a gruppi bancari spesso europei.

Un sistema bancario in apparenza complesso, ma che in realtà si regge grazie al continuo supporto pubblico. E questo non solo per le banche riconducibili allo Stato, per le quali il sostegno è naturale in virtù della proprietà pubblica, ma anche per le banche private, per le quali il supporto statale è stato negli ultimi anni decisivo: nel 2015 grazie ai bond del tesoro (OFZ) concessi ad una trentina di banche russe ed utilizzati per la ricapitalizzazione e poco prima, intorno al 2009, grazie ad importanti prestiti subordinati.

Sono comunque le banche pubbliche a dettare le regole del gioco e sono loro ad avere in mano il mercato. E’ nelle principali banche statali, Sberbank, VTB, Gazprombank e Russian Agricultural Bank che il 60% delle aziende e dei cittadini lascia i propri depositi e sono sempre le stesse banche a detenere il 60% del portafoglio crediti dell’intera Federazione. La sola Sberbank, la più grossa banca locale, detiene quasi il 35% del portafoglio crediti ed addirittura quasi il 45% del totale dei depositi. Se ampliamo l’analisi alle altre banche minori, ma comunque rientranti nella sfera statale, quelle percentuali salgono al 70%, stiamo parlando di due terzi dell’intera economia russa.

Un sistema bancario quindi con l’ingombrante presenza delle banche statali e che non riesce pienamente ad autoregolamentarsi, con frequenti interventi della Banca Centrale, spesso scomposti e comunque quasi sempre tardivi: più di trecento appunto le banche fallite. Molte banche decisamente piccole, microscopiche, ma tante altre invece di rilevanza notevole come Master Bank e Invest Bank che hanno perso la licenza nel 2014, Nota Bank, Rossijskij Kredit e Probusiness uscite dal mercato nel 2015, First Czech-Russian Bank, Intercommerz, Rosinter, Vneshprombank nel 2016, per arrivare a Tatfond, Jugra e Rosenergobank nel 2017. Nello stesso anno anche le vicende della Banca per la Carità e lo Sviluppo Spirituale della Patria, Bank Peresvet, la banca commerciale della chiesa ortodossa russa. Il Patriarcato di Mosca, evidentemente, dopo la repressione dell’era sovietica, oltre ad essersi ritagliato un posto privilegiato nel cuore dei russi, era riuscito anche a ben inserirsi nel tessuto economico e finanziario della nazione e tra gli investimenti anche il 50% della banca moscovita. Questa volta però il mancato rispetto della normativa non ha portato al fallimento e alla perdita della licenza, ma molto più ‘delicatamente’ ad affidare la banca alle cure della Russian Regional Development Bank, la banca controllata dal gigante statale Rosneft di Igor Sechin.

Nel corso del 2017, le autorità governative hanno deciso inoltre di modificare il sistema per i salvataggi bancari, la cui gestione è passata da un organismo terzo, la DIA (Agenzia di Tutela dei Depositi), direttamente nelle mani della Banca Centrale. Appena in tempo perché questa volta sono state le banche sistemiche a scricchiolare: Banca Otkritie e BIN Bank, rispettivamente la seconda e la quinta banca privata della Federazione. Banca Centrale o DIA il risultato comunque non è cambiato: un oceano di rubli per evitare che il sistema collassasse, anche se con una sostanziale differenza: le due banche, al momento in amministrazione straordinaria, sono passate nelle mani dello Stato.

Il sistema bancario, comunque, nonostante molti elementi controversi ha retto. Le ragioni probabilmente sono da attribuire alle casse statali più solide rispetto al 1998, grazie anche alle ampie riserve di valuta e all’autorità della banca centrale che al momento vanta ampio credito tra le istituzioni della Federazione. Un sistema bancario comunque che si regge sugli interventi dello Stato che ha supportato le banche in passato e che con ogni probabilità sarà obbligato a farlo in futuro, fino a quando, naturalmente, sarà nelle condizioni di farlo. A meno che non si voglia seriamente intervenire con una normativa che trasformi e renda meno opaco il sistema. Fino a che all’oligarca di turno si permetterà di costituire e gestire una banca per servire le proprie aziende, fino a che i prestiti infragruppo verranno concessi in proporzioni preoccupanti a strutture direttamente o indirettamente collegate ai beneficiari finali e fino a che si permetterà che tra la banca e i beneficiari finali ci siano società talvolta con sede in Paesi più o meno esotici il sistema bancario sarà sempre debole e il rischio di instabilità sempre presente.

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