domenica, Settembre 20

Lo spettro deflazione La discesa dei prezzi è il nuovo pericolo che le autorità si accingono a fronteggiare

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Euro deflazione

Dopo la crisi sub-prime, i fallimenti bancari, il contagio finanziario, la crisi dell’economia reale e l’esplosione della crisi europea il nuovo spauracchio di governi e banche centrali si chiama deflazione. Da qualche mese, infatti, la deflazione sembra essere diventata il nemico numero uno contro cui è necessario combattere.

Ma cosa è la deflazione? Siamo abituati a conoscere il fenomeno dell’inflazione, cioè della crescita dei prezzi. Mensilmente gli istituti nazionali di statistica calcolano le variazioni dei prezzi e comunicano il tasso di inflazione, cioè la percentuale di crescita media dei prezzi monitorati. La deflazione è il fenomeno opposto dell’inflazione, cioè i prezzi, in media, tendono a ridursi. Quindi, in periodi di deflazione più passa il tempo e più gli oggetti che compriamo costano meno. Una tale condizione potrebbe essere considerata come un Eden per il consumatore. In realtà la deflazione è molto pericolosa poiché, se radicata, si trasforma in un ostacolo alla crescita. Infatti, la sua natura è talmente particolare che è difficile da sconfigge se non la si combatte in anticipo e attraverso misure appropriate.

Perché la deflazione è pericolosa? In uno scenario di discesa dei prezzi, i consumatori, una volta venuti a conoscenza dell’andamento ribassista del costo dei beni, tendono a rinviare nel tempo gli acquisti non necessari, poiché, aspettando, hanno la certezza di poter comprare i beni ad un prezzo inferiore. Quando questa convinzione e questo atteggiamento si radicano nella società la deflazione colpisce al cuore l’economia. Infatti, se famiglie e imprese pospongono i consumi e gli investimenti nell’attesa di prezzi più favorevoli si riduce la domanda. Da questo punto si dipana una spirale perversa: 1) le imprese, poichè cominciano a vendere di meno, decidono di ridurre ulteriormente i prezzi dei beni per smaltire i prodotti invenduti; 2) questa riduzione dei prezzi contribuisce a radicare nei consumatori il convincimento che sia utile rinviare ulteriormente gli acquisti; 3) le imprese, a seguito dell’ulteriore crollo di vendite e profitti, sospendono gli investimenti perché non hanno più fiducia nel futuro e cominciano a licenziare personale; 4) di conseguenza, la disoccupazione aumenta e contribuisce a ridurre ulteriormente i consumi; 5) l’ulteriore riduzione dei consumi induce le imprese a ridurre nuovamente i prezzi e così la spirale si autoalimenta.

La deflazione, quindi, diventa pericolosa quando intacca le aspettative dei consumatori e ne modifica il comportamento. In questo modo, la riduzione dei prezzi, che a prima vista può sembrare un fenomeno positivo perché aumenta il potere d’acquisto, si trasforma in una trappola micidiale per la crescita economica. Nel corso del 2013, e ancor di più nei primi mesi del 2014, il pericolo deflazione è diventato sempre più evidente in Europa e in Italia. Lo scorso anno si è avviata una fase di forte disinflazione (cioè di riduzione del tasso di inflazione) che negli ultimi mesi è vicina a trasformarsi in deflazione.

La figura 1 mostra l’andamento del tasso di inflazione in Italia negli ultimi due anni. Si nota in modo lampante di quanto si sia ridotta la corsa dei prezzi. Se a marzo 2012 l’inflazione era pari al 3,3 per cento annuo, un anno dopo era già scesa al +1,6 per cento e a marzo 2014 si è attestata al +0,4 per cento, quasi 3 punti in meno di due anni prima. Per ora lo scenario italiano può definirsi fortemente disinflazionistico, ma se dovesse continuare l’andamento registrato negli ultimi mesi è possibile che verso fine estate il tasso si attesti su valori ancora più bassi o addirittura negativi.

Nel corso del 2013 l’andamento dei prezzi in Italia ha registrato una forte contrazione tra settembre e novembre. In quei tre mesi, infatti, i prezzi si sono ridotti cumulativamente dello 0,8 per cento. È stato quel periodo a far calare in modo drastico l’inflazione italiana e a far lanciare l’allarme anche nel nostro Paese. A partire da dicembre 2013 l’andamento è tornato in territorio positivo, ma per valori molto contenuti. Ciò significa che gli italiani dovranno abituarsi ad una inflazione inferiore all’1 per cento almeno fino a fine anno. Questa prospettiva potrebbe cominciare a modificare le aspettative di inflazione dei cittadini italiani. Per ora, in realtà, gli italiani non sembrano essersi accorti di tale fenomeno e nell’opinione pubblica c’è ancora la percezione che i prezzi salgano a ritmi moderati. Questa percezione, che visti i dati è oggettivamente errata, contribuisce a ridurre il pericolo che la disinflazione o un breve periodo di deflazione possano trasformarsi in quel vortice negativo che si è descritto in precedenza. Si spera che i cittadini conservino questa percezione rialzista dei prezzi e che essa non venga modificata nel corso dei prossimi mesi.

 

Figura 1. Indice generale nazionale dei prezzi al consumo per l’intera collettività. Variazione percentuale annua.

  FOrte deflazione uno

Fonte: elaborazione su dati Istat

 

Allargando lo sguardo, pare che la situazione sia ancor più complicata nell’Area Euro. Gli ultimi dati disponibili, mostrati nella figura 2, indicano che nell’insieme dell’area l’inflazione è stata pari allo 0,5 per cento nel marzo scorso, valore leggermente superiore all’inflazione italiana. Questo dato medio, però, nasconde la presenza di ben cinque Paesi già in deflazione: Grecia -1,5 per cento; Cipro -0,9 per cento; Portogallo -0,4 per cento; Slovacchia e Spagna -0,2 per cento.

A questi si aggiungono valori molto bassi di inflazione registrati in Olanda (0,1 per cento) e in Lettonia, Italia e Irlanda (0,3 per cento). Si consideri, inoltre, che nessuno dei 18 Paesi dell’Area Euro ha attualmente un tasso di inflazione ʺal di sotto, ma vicino al 2 per centoʺ come recita la regola seguita dalla BCE (Banca Centrale Europea). Il valore più elevato è quello registrato da Austria e Malta (+1,4 per cento), distante dall’obiettivo BCE. Persino in Germania, la cui economia non ha manifestato grandi problemi negli ultimi 2-3 anni, il tasso è attualmente al di sotto dell’1 per cento (+0.9 per cento).

 

Figura 2. Indice armonizzato dei prezzi al consumo, Area Euro e Paesi membri. Variazione percentuale annua, marzo 2014.

  Forte deflazione due

Fonte: elaborazione su dati Eurostat

 

Questi dati confermano ampiamente i timori che almeno una parte dell’Area Euro possa subire le conseguenze negative della deflazione che abbiamo descritto in precedenza. Il pericolo deflazione in Eurolandia è molto più alto di quello che si può immaginare. Se a questo scenario si somma una crescita economica ancora fragile, che difficilmente darà slancio ai consumi e, quindi, ai prezzi, il pericolo che i tassi di inflazione continuino a ridursi è decisamente elevato. Dato questo non roseo scenario è naturale che la BCE, guardiana della stabilità dell’inflazione, abbia cominciato a progettare interventi anti deflazione.

Nello specifico, la BCE potrebbe attuare una politica simile a quella adottata negli Stati Uniti, in Gran Bretagna e ultimamente in Giappone: l’allentamento quantitativo (il quantitative easing). Questa misura non convenzionale di politica monetaria consiste nell’intervento diretto della banca centrale per ridurre i tassi di interesse a medio termine presenti sui mercati mediante l’acquisto di titoli obbligazionari. Ridurre i tassi di interesse serve a stimolare consumi e investimenti e, quindi, a far ripartire la domanda e i prezzi. Ma per ora nel board della BCE si è solo discusso di questo intervento. Nulla si sa sulle modalità di intervento né sui tempi di attivazione. La speranza è che, se la BCE nutre serie preoccupazioni riguardo il verificarsi di diffusi scenari deflazionistici, non agisca con ritardo, cioè quando lo scenario ha già modificato la percezione e le aspettative di consumatori e imprese.

Anche i Governi europei dovrebbero essere molto preoccupati per l’arrivo della deflazione. Infatti, non solo la deflazione blocca il ciclo espansivo e, quindi, può far perdere consensi elettorali, ma essa ha anche un altro effetto negativo. Con il passar del tempo, la discesa dei prezzi rende sempre più oneroso il peso dei debiti pregressi. E poiché gli stati sono molto indebitati, la deflazione dovrebbe rappresentare, attualmente, la preoccupazione principale dei Governi.  

La deflazione, visto che suscita tante giustificate apprensioni, potrebbe rivelarsi l’arma decisiva per i Paesi più in difficoltà dell’Area Euro e per il Presidente della BCE Mario Draghi attraverso la quale scardinare le ferme convinzioni tedesche, e di qualche altro Paese, in merito alla supremazia  dell’aggiustamento dei conti pubblici rispetto al rilancio dell’economia. Infatti, se non si rilancia la domanda, dando un po’ di sostegno ai consumi, anche attraverso il supporto di un po’ di spesa pubblica, la deflazione potrebbe trascinare nel suo vortice non solo i Paesi periferici, ma anche il centro dell’Area Euro. Forse è arrivato il momento che i tedeschi comincino a preoccuparsi più della deflazione che dell’inflazione

 

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