martedì, Luglio 16

Lo Spazio è un ‘prodotto’ maturo. Ma lo Stato è ancora fermo al metodo Cencelli Fin quando terrà banco il metodo Cencelli dell’accaparramento delle posizioni,imprenditori e investitori si terranno alla larga da ogni negoziazione che possa offrire ricchezza

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«Ogni società», scrive in un saggio Guido Tonelli, professore di fisica all’Università di Pisa, «si costruisce attorno a una cosmologia». Ed è comprensibile perché il racconto delle proprie origini costituisce l’impalcatura di tutti i rapporti che si sviluppano tra gli individui e le loro personalità.
Dunque, non deve mai meravigliare l’ansia e l’attenzione che il XX secolo ha dedicato alla ricerca spaziale, all’osservazione dei pianeti, allo sbarco umano sulla Luna. Abbiamo trattato più volte l’argomento e non vorremo annoiare con tante ripetizioni di supremazia e di capacità tecnologiche. Quella che poi è stata una scienza di avanguardia, nel corso di pochi anni ha raggiunto una maturità ancora poco compresa dal grande pubblico, che ritiene l’esplorazione spaziale un evento mediatico dalle connotazioni più competitive che operative.

Secondo un rapporto della banca di investimento americana Morgan Stanley, dal 2005 il fatturato del settore spaziale è cresciuto del 7% all’anno arrivando così a circa 385 miliardi di dollari nel 2017: di questi circa 80 miliardi sono legati all’industria non satellitare e provengono da budget governativi; tutto il resto è generato da privati.
Si tratta evidentemente di numeri che non lasciano spazio a dubbi e che fanno comprendere quanto sia importante puntare su un business di così alto spessore.
Oggi l’economia dello spazio è considerata attività economica e di utilizzo di risorse collegate all’esplorazione, alla ricerca, alla gestione e all’utilizzo dello spazio cosmico con l’attività di attori sia pubblici che privati, impattando la vita di milioni di individui ogni giorno quantizzabili, secondo i dati del fondo inglese Seraphim Capital, con un’interazione personale di 36 volte al giorno per i dati provenienti dallo spazio. Non è un caso che dal 2000 ad oggi ci sono stati 6,3 miliardi di investimenti dai venture capital verso startup legate alle attività nello spazio, con 250 grandi investitori che hanno collocato i propri soldi in startup del settore spaziale.

In Italia il valore dell’economia spaziale è 1,9 miliardi e comprende 250 aziende con poco meno di 6.000 addetti.
Dati che nessuna istituzione nazionale dovrà sottovalutare salvaguardando gli investimenti verso dei grandi clienti pubblici e presentandosi alla Ministeriale di Siviglia, quale terzo Paese contributore in Europa al budget e alle missioni dell’Agenzia Spaziale Europea e sesto produttore al mondo per la quantità di articoli scientifici prodotti sul tema spazio.

Ma quali sono realmente le preoccupazioni?

Abbiamo visto che tutti i servizi erogati ai cittadini dall’apparato spaziale -downstream o servizi di infrastrutture spaziali- rappresentano un bene praticamente invisibile o forse scontato. Per darne una dimensione reale, basterebbe oscurare tutti i satelliti in giro attorno alla Terra (ce ne sono circa 15.000) per comprenderne l’importanza. Ma questa manovra non deve avvenire. Sarebbe una catastrofe cosmica! Senza contare che il loro servizio frutta il 75% dei profitti totali del mercato.

Il comparto in questione –definito upstream- è caratterizzato da costi elevati e rischi frequenti, per cui lo sfruttamento delle opportunità spaziali è stato inizialmente appannaggio dei soli Stati nazionali. Da poco, però, gli enti privati sono entrati nel circuito degli affari, modificandone le connotazioni ed esercitando una vera e propria pressione sul mercato. Quale sia stata la chiave del cambiamento è comprensibile: l’utilizzo crescente di nuove generazioni di infrastrutture satellitari nei mercati di massa ha abbassato sostanzialmente costi e spese, aprendo a ipotesi commerciali sconosciute, quali il turismo spaziale e i servizi in orbita. Si potrebbe parlare anche dell’estrazione di materiale da altri corpi celesti, ma il capitolo non è vicino come i temi elencati prima.
Secondo l’Ocse, siamo entrati in una fase di labour intensive’ che durerà fino al 2033 basata su un modello economico di servizi meno appariscenti ma essenziali alla nostra vita quotidiana: per esempio nuovi e più precisi dati sulla produttività del terreno agricolo con le caratteristiche del raccolto. Dati per innumerevoli generazioni affidate alla tradizione e all’esperienza, ora però assistiti –non governati!- da una tecnologia nuova, spesso costituita da flotte di nanosatelliti che possono essere utilizzati anche per il monitoraggio degli effetti del cambiamento climatico, del volume dei ghiacciai, del livello del mare, dell’avanzamento della desertificazione. Discipline, ripetiamo che possono apparire secondarie, almeno rispetto a quelle del passato che avevano la prevalenza dei militari e delle sicurezze nazionali, che a cascata hanno trasferito al settore civile molte commesse talvolta giudicate un inutile bagno di sangue. Di questo assunto ne è convinta anche il Ministro della Difesa italiana Elisabetta Trenta, che, pur appartenendo a una frangia decisamente antimilitarista, ha dichiarato in un’intervista:  «tutto ciò che è strategico per il Paese, come ad esempio l’industria militare, sarà salvaguardato».

Tuttavia, secondo un rapporto di Euroconsult, gli Stati, pur rimanendo un perno essenziale, hanno ridotto il peso dei propri finanziamenti lasciando il campo a investitori privati, di cui 40% derivano da società di capitale di rischio con vocazione in settori ad elevato potenziale di sviluppo grazie alla riduzione di tre ordini di grandezza dei costi fissi per inviare strumentazione nello spazio, ovvero un milione contro un miliardo!
Il mercato oggi è più aperto per via della liberalizzazione e degli avanzamenti tecnologici e per più bassi costi marginali di aggregazione di utenti, cioè il costo di un’ulteriore unità di dati prodotta.

Vi sono molte teorie che riprendono l’argomento che ha ovviamente un aspetto planetario e che vedono gli Stati Uniti capaci di detenere con la propria spesa governativa circa la metà dell’intero portafoglio di tutto il mondo, concentrata essenzialmente nell’esplorazione spaziale profonda, caratteristica per la connotazione scientifica e per la mancanza di possibili profitti, ma essenziale quale volano per applicazioni di attività della macchina bellica e know-how da riposizionare sul mercato commerciale.

Indubbiamente, per restare a casa nostra, se in Italia l’intervento pubblico fosse affiancato da una partnership con i privati destinata alla costruzione di infrastrutture per le attività commerciali, potrebbe esserci una rivitalizzazione di un’economia che in questo momento si sta soffocando con una produzione obsoleta e priva di ogni speranza di competizione con un oriente aggressivo e senza regolamentazioni sociali in grado di reggere una concorrenza leale.

La diagnosi può essere molto semplice. Più complessa appare, però, la terapia per far radicare questa formula. Da queste righe però siamo certi che il primo passo da compiere nel nostro Paese sarà quello di moralizzare l’atteggiamento governativo verso la governance che regola la sua politica spaziale.
Non abbiamo nessun dubbio che il nuovo Presidente dell’Asi, per esempio, sia un tecnico di spessore e capace di tenere saldo il timone dell’agenzia che è stato chiamato a guidare. Sappiamo, però, che dopo il suo insediamento, avvenuto lo scorso 3 maggio, i nodi sul Consiglio di Amministrazione non sono stati sciolti e ancora l’ente governativo non può funzionare secondo il suo dimensionamento. Come si può pensare che gli investitori possano aver fiducia in uno Stato che che litiga per una poltrona?

E come si può credere in uno Stato in cui il rischio di impresa dei privati sia sottomesso a spese senza la dovuta trasparenza? Fin quando, ne siamo certi, il metodo Cencelli dell’accaparramento delle posizioni, di matrice vetero democristiana, non uscirà dalla sua insostenibile logica partitica, gli imprenditori e gli investitori si terranno alla larga da ogni negoziazione che possa offrire ricchezza. È questo il messaggio che dallo scorso maggio Palazzo Chigi dà agli imprenditori nazionali?

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