sabato, Ottobre 19

Lo spazio e le sue parti. Ma in Europa manca Ancora in Europa siamo impantanati in un dilemma senza fine: il dibattito su quanto sia importante l’accesso allo spazio

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Durante le orbite finali prima del tuffo nell’atmosfera di Saturno, la missione Cassini ha rilevato che i magici anelli che circondano il sesto pianeta in ordine di distanza dal Sole vengono continuamente scolpiti dall’impatto di materiali in orbita e dall’azione dei satelliti del pianeta. Lo racconta l’Ansa, citando uno studio di Matthew S. Tiscareno appena pubblicato sulla rivista Science. La scoperta ha molta importanza nell’architettura della ricerca spaziale e secondo la segnalazione dell’agenzia di stampa italiana, le future missioni dirette ai grossi corpi orbitanti trarranno giovamento da queste informazioni.

Ora, in molti si domanderanno quanto interesse possano avere i ricercatori per un corpo, la cui distanza minima dalla Terra è circa 1,3 miliardi di chilometri. E pure, andrebbe trovata risposta a chi ha detto che siamo l’unica specie che cerca acqua su Marte e appicca incendi sulla Terra. Domande e osservazioni lecite, dopo tutto. Almeno in un microcosmo in cui si esalta la disinformazione piuttosto che la valenza della conoscenza!

Pochi sanno così che CassiniHuygens, forse la più importante ricerca compiuta nell’indagine spaziale, ha visto la partecipazone dell’Italia assieme alla Nasa e all’Agenzia Spaziale Europea, per far crescere una generazione di scienziati, di elementi industriali e soprattutto, ha dato lavoro pregiato a migliaia di ingegneri e tecnici, spesso chiamati all’estero per compiti più remunerati di quelli che si possono ottenere in patria.

Ma, come più volte torniamo a ripetere, dopo l’exploit della conquista lunare, avvenuta giusto mezzo secolo fa, oggi lo spazio è tornato prepotentemente all’avanguardia con la corsa alla supremazia degli Stati Uniti, che intendono sempre più mostrare i muscoli al nuovo rivale del secolo. Un segno evidente è la volontà di schierare una sesta forza armata pretesa dal presidente Donald Trump per estendere il dominio americano fino a Pechino. E anche nuovamente alla Piazza Rossa per tornare un po’ ai vecchi nemici del passato. «Non vogliamo che la Cina, la Russia e altri Paesi ci guidino», ha intimato l’anno scorso il capo della Casa Bianca presentando il progetto al National Space Council.

Il messaggio dovrebbe essere stato compreso dai Paesi europei che hanno la maggior capacità spaziale del Continente, coscienti che il potere economico da tempo va a braccetto con le reti della conoscenza e la responsabilità dei propri brevetti. Ma a parere di chi scrive, ancora in Europa siamo impantanati in un dilemma senza fine: il dibattito su quanto sia importante l’accesso allo spazio, più almeno dell’uso razionale degli strumenti lanciati o la loro gestione da terra sta lacerando da un pezzo un tessuto fin troppo logoro per essere utilizzato come merce di scambio in un contesto planetario. Tant’è che ormai gli alleati industriali vedranno i loro rappresentanti di governo nettamente divisi quando si andranno a confrontare nel tavolo comune che quest’anno si comporrà alla Ministeriale di Siviglia in cui si stabiliranno le regole comuni della politica spaziale per i prossimi anni. Più preoccupati almeno di voler mantenere la propria supremazia nazionale, se è vero quanto scrivono i blasonati giornali economici francesi, secondo cui è reale un’ipotesi di accorpamento dei due massimi attori del Vieux Continent; probabilità nettamente smentita da alcuni vertici aziendali, ma che comunque lascia molti dubbi nel futuro di una squadra sempre troppo isolata.

Altro discorso è l’Italia, che ormai è concretamente un caso patologico il suo specchio –indicativamente- si può condensare in quanto accaduto recentemente ad Ascoli Piceno dove un ministro della Repubblica si è rivolto a uno studente assenteista ai suoi doveri scolastici per dirgli: «Non sei a scuola? Hai fatto bene». È su questa promozione dell’ignoranza che si genera la dittatura. Ma questo è un altro paio di maniche. Speriamo un giorno di poter affrontare ancora questo tema!

Tornando ad argomentazioni più alte, se il volano di ogni ricerca di spessore gode delle attenzioni e dunque anche dei finanziamenti della macchina militare, il parere del colonnello Rick Francona sulla militarizzazione dello spazio è che il processo ha forti ripercussioni sulla terraferma, ma non si sgancia dal motto degli imprenditori della nuova space economy – you can now make money with space investment  – che sta da tempo rimpolpando il manipolo di entusiasti dello spazio, i quali dopo aver visto legalizzare il commercio privato di materiale proveniente dagli asteroidi, ora seguita a chiedere di migliorare l’ambiente normativo in questa nuova economia: e così ci domandiamo come mai in Europa ancora non si sia nemmeno accennato un tema tanto attuale, visto che ormai già alcune discipline mature come il telerilevamento commerciale potrebbero rappresentare una svolta lucrosa per le aziende che spesso sono ingabbiate da domande di licenza complesse e piene di ostacoli.

Ha avuto ragione Paolo Messa, nella veste di direttore del Centro Studi Americani, quando recentemente ha scritto: «L’amministrazione americana ha compiuto una scelta molto chiara nell’investire ancora più massicciamente nello spazio e nella sua industria». Ma l’Europa? Possiamo sperare una buona volta che si accantonino gli interessi di parte per spingere i saperi continentali verso una new deal che non rappresenti l’eterno rimorchio americano ma si offra come valido partner industriale e un socio tecnologico capace di produrre denari dalle risorse investite invece che l’illusione di una continua rincorsa all’occupazione di posizionamenti isolazionisti?

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