venerdì, Aprile 3

Lo Spazio che verrà … con il nuovo Governo Quale la posizione dei ‘candidati’ alla guida nel nuovo Governo su questi argomenti?

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L’indeterminazione con cui sta arrancando l’iter per formare il nuovo Governo italiano insiste ad affannare un’amministrazione di per sé malandata che prima ha visto noi elettori come una semplice massa di manovra e adesso come spettatori inerti con lo stato d’animo che Gustavo Zagrebelsky considerò tempo fa un sopravvivere solo sopravvivendo dandoci per altro la consapevolezza di appropriarci delle parole dello studioso indiano di cose finanziarie Kaushik Basu: «Non cresce un’economia senza valori e senza qualità morali». Ma il politico -ricorderebbe Wiston Churchill- diventa uomo di Stato quando inizia a pensare alle prossime generazioni, invece che alle prossime elezioni!

Cosa stia accadendo nei palazzi dove si regolano i negoziati per la spartizione della guida pubblica è nella dinamica che è tipica di una Nazione senza progetto o forse solo smaniosa di ambizioni di bottega e interessi di parte. Ora, tra i tanti problemi che salteranno -forse tutti assieme- sui tavoli del futuro Esecutivo italiano ci sarà anche il nuovo assetto che dovranno prendere tutte le attività che convergono nell’universo della politica spaziale del Paese. E nel vento di globalizzazione che soffia sull’approdo del terzo millennio, ignorare o tralasciare taluni capitoli di spesa è un lusso poco compatibile con le attese di migliaia di lavoratori e milioni di contribuenti. I nostri aspiranti nuovi padri della patria dovrebbero averlo presente, prima ancora di giocare a rimpiattino una partita dove tutti rischiano di perdere la posta ma più di tutti, il popolo italiano.

La riforma della governance delle attività spaziali italiane è entrata in vigore il 25 febbraio scorso, appena uno spicciolo di giorni prima dell’ultima consultazione politica. La nuova legge ha il proposito di far decollare politicamente un quadrante di punta nazionale inserendolo nel saldo europeo, piccolo a dire il vero rispetto ai grandi mercati asiatici e a quelli ipertecnologici degli Stati Uniti. Ma si tratta di un salutare passaggio che se un giorno dovesse muoversi concretamente, direbbe all’Italia e ai suoi autorevoli amministratori che dagli investimenti si può anche ricavare ricchezza. Oggi questa sensazione non c’è ancora e per quanto alcuni numeri potrebbero smentire i pregiudizi, resta sempre una profonda indifferenza nel parlare di certi argomenti se non con un rigurgito di agonismo che non fa sempre bene a immagini di alta professionalità industriale e accademica.

L’approvazione del decreto legge di cui stiamo parlando prevede in sintesi che la direzione e il coordinamento delle politiche spaziali vengano attribuiti alla Presidenza del Consiglio con un comitato interministeriale che avrà il compito di definire gli indirizzi del governo in materia. Su questi obiettivi la norma sancisce che il premier, con proprio decreto da adottare entro quindici giorni dalla data di entrata in vigore della disposizione individui il sottosegretario di Palazzo Chigi con delega alle politiche spaziali e aerospaziali e l’ufficio della Presidenza, responsabile delle attività di supporto, coordinamento e segreteria del Comitato. Un’impostazione giudicata determinante nell’affrontare con successo la messa a punto del piano stralcio di una disciplina tradizionale ma con un titolo innovativo: Space Economy.

Il termine è stato ufficializzato nel 2005 dall’OCSE, l’organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico secondo cui i principali segmenti dell’economia spaziale possono essere schematizzati nella produzione, le attività degli operatori satellitari e i servizi resi ai consumatori con una filiera produttiva che comprende diversi tipi di attori coinvolti nella realizzazione di sistemi. Questo vuol dire in casa nostra che nel nuovo dispositivo c’è intenzione di compiere un passo per dare maggiori servizi all’utenza, per garantire le infrastrutture spaziali necessarie per la crescita del suo comparto e anche per renderlo sempre più competitivo in sede internazionale. In peso, lo spazio in Italia sfiora il miliardo e mezzo di euro, che rapportato al Pil nazionale dà segnali poco rassicuranti ma occupa circa 6.000 addetti per lo più con forti specializzazioni e ha apprezzabili ritorni sul valore degli investimenti. Il budget dell’Agenzia Spaziale Italiana è passato dai 350 milioni di euro del 2015 ai 900 milioni previsti per il 2019 e l’ente che ancora rappresenta il braccio operativo di un unico Ministro, ha una tradizione multipolare di programmi importanti sia per l’osservazione della Terra che per l’esplorazione dell’universo, la navigazione, le telecomunicazioni, garantendo le collaborazioni con il Vecchio Continente e con le principali agenzie mondiali.

Un panorama policromo, di un Paese che deve essere multietnico, aperto a civiltà, culture e economie diverse. Almeno fino a ora. Con le nuove proposizioni, che a volte sembrano rimpiangere le autarchie indefinibili di un tempo che non è più, ci domandiamo quale sarà il futuro di tanti interessi su cui si è puntato in tutto il secolo scorso. Il settore spaziale, è ancora caratterizzato da fattori che impongono una mano forte di investimenti pubblici: fatto salvo per le telecomunicazioni il cui cliente spesso fa parte di interessi privati, il resto delle aree applicative è essenzialmente il presidio di ambienti istituzionali, a cui è proponibile chiedere impegni che vadano per vocazioni strategiche oltre che di profitto.

Ma soffermiamoci ancora sul settore, perché se persiste l’attività tipica dell’invio di mezzi oltre l’alveo atmosferico, vi è un campo che copre lo sfruttamento di tecnologie come i servizi di trasmissione satellitare, l’osservazione della Terra, le prestazioni finanziarie e le comunicazioni via satellite attraverso società che in genere possono non essere collegate al tradizionale ambito spaziale, in quanto utilizzano solo segnali e dati nei propri prodotti, che in genere riguardano le comunicazioni, la televisione satellitare, i prodotti geospaziali e i servizi basati sulla posizione; tutte le attività nel loro complesso che spostandosi da un interesse verso lo spazio a opportunità per servire meglio il nostro pianeta, contribuiscono a modellare la catena del valore globale, ovvero l’intera gamma di attività, tra cui progettazione, produzione, marketing, logistica e distribuzione a supporto del cliente finale. Ogni passaggio aggiunge una qualche forma di valore.

Ma qual è la posizione di un futuro Governo su questi argomenti? Ultimamente lo spazio sta attirando molta più attenzione a livello mondiale, poiché gli investitori pubblici e privati cercano nuove fonti di crescita economica e innovazione e l’economia spaziale è diventata un dominio pertinente per l’high-tech, le opportunità commerciali e gli obiettivi strategici.

Poco prima del voto del 4 marzo, Luigi Di Maio dichiarò in un convegno preelettorale: «Tutto quello che porteremo avanti nei prossimi anni con le partecipate di Stato non sarà un repulisti», ma poi, qualche giorno fa il pensiero dell’aspirante premier si è evoluto in merito al collegio sindacale di Leonardo (ovvero la ex Finmeccanica): «Ha bisogno di un cambio ed una ventata di aria fresca poiché il più grande spreco nel mondo è la differenza tra ciò che siamo e ciò che potremmo diventare» ricordando, in un post del suo partito di riferimento, che Leonardo è un’azienda italiana attiva nei settori della difesa, dell’aerospazio e della sicurezza, di cui il ministero dell’Economia e delle finanze italiano possiede una quota di circa il 30% dell’intera impresa.

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