martedì, Marzo 19

Lo spazio abbandonato quando il sovranismo non può attecchire Ci domandiamo come un paese democratico possa distogliersi dai propri investimenti e da un proprio potenziale interesse, abbandonandosi alla sciatteria

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La scorsa settimana L’Indro ha sollecitato sulle sue pagine un confronto in merito alla risoluzione della crisi che ha bastonato ormai da tempo l’Agenzia Spaziale Italiana e il suo impianto amministrativo. Lo abbiamo fatto chiedendo il parere a un esperto di fama internazionale e prendendo a modello delle agenzie le cui organizzazioni hanno rappresentato la storia planetaria del settore, costituendo con i loro successi l’immagine stessa dei Paesi di appartenenza. Ancora oggi, a distanza di mezzo secolo, la NASA, con l’invio di dodici uomini sulla Luna ha consacrato gli Stati Uniti d’America la più evoluta potenza mondiale sia sul prospetto scientifico che tecnologico.

Ci siamo premurati di raffigurare uno scenario diverso dalla diatriba autoreferenziale che imperversa nei Palazzi, sgomenti che le decisioni da prendere – che sono sempre più cronologicamente vicine e che non hanno ancora trovato soluzione – seguitino a maltrattare il settore spaziale nazionale, visto che dopo quasi un semestre di illazioni successorie il vertice dell’ASI è ancora sguarnito e che le risposte a cui l’Italia dovrà dar seguito alla Ministeriale di novembre che si svolgerà a Siviglia, non potranno essere soddisfatte da altre entità che non siano i delegati governativi preposti: né le industrie, né i clienti più esigenti quali possano essere i Militari o gli erogatori dei fondi pubblici, dovranno avere la capacità sistemica che l’evento richiede. E si tratta di investimenti di alto spessore, che comunque non saranno ostaggio né di una consultazione mediatica, né di un’espressione di parere popolare e nemmeno relegando a una rete incontrollata i termini di problematiche che sono di competenza di manager e scienziati adeguatamente a conoscenza dei dossier in esame. Perché dalle decisioni che si consolideranno in quell’assise, ma anche molto prima in colloqui bilaterali, dipenderà il posizionamento del nostro Paese nell’architettura della politica spaziale europea, con l’agguato di un sacrificio di posti di lavoro, immagine nazionale, percorsi di ricerca. Insomma, presente e futuro di giovani talenti, lavoratori di alta specializzazione, uomini e donne di scienza, investitori, utenti, difesa nazionale.

Premette – chi scrive – di essere profondamente lontano dal sovranismo imperante al momento: termine che del resto viene dal francese ‘souverainisme’ essendo, secondo una dotta enciclopedia, «la preservazione della sovranità nazionale da parte di un popolo o di uno Stato, in contrapposizione alle istanze e alle politiche delle organizzazioni internazionali e sovranazionali». Da parole così impegnative che cozzano con un’evoluzione multietnica costruita dalla spinta assai potente di sistemi di comunicazione, trasporti e mercatismo globale, ci addentriamo ad alcune riflessioni che si mostrano necessarie in una delle principali argomentazioni tecnologiche di un paese. In Italia lo Spazio, per altro nato grazie all’inevitabile contribuzione internazionale e al continuo scambio di informazioni, manufatti e idee di scienziati ben determinati al raggiungimento di un obiettivo innovativo, non avrebbe avuto destino se al suo sviluppo non avessero concorso altre potenze interessate all’argomento.

Dunque, una scienza generata in forma antitetica alla mentalità autarchica che aveva regnato durante il Ventennio di dittatura e che all’interno dei recinti della nazione italiana ha portato occupazione, redditualità e soprattutto una posizione di superiorità tecnologica indicativa di campi meno appariscenti e comunque parcellizzabili.

Saranno in molti ad obiettare che il tempo in cui una sonda spaziale veniva realizzata nel sottoscala di un laboratorio universitario è tramontato da un pezzo e ormai le produzioni richieste dalle più avanzate domande spaziali impongono forti investimenti e rischi di pari impegno. Tuttavia è pur vero che nei suoi oltre sessant’anni di vita, lo spazio italiano supponentemente fiancheggiato dalla politica governativa, ha saputo sostenere la sfida sia secondo la richiesta di un’imprescindibile mercato nazionale e istituzionale, che con collaborazioni internazionali basate sull’asse della richiesta continentale e con partecipazioni ben collocate nel trainante universo statunitense.

Serve ripetere che l’impegno della ricerca spaziale è molto oneroso. Alcuni Stati hanno avuto la lungimiranza di perseguire i propri impegni industriali anche sostenuti da investimenti militari più solidali alla difesa economica e politica delle proprie amministrazioni. Altri, tra cui con imbarazzo svetta l’Italia, soggiacente a un indecifrabile antimilitarismo di facciata che con la fatua vocazione di disarmare il paese, ha indebolito la capacità difensiva senza alleggerire gli oneri appannati dalle passate amministrazioni. Da questo rannicchiamento, che non appaia superfluo se osservato in un’ottica di determinismo industriale, la nostra Italia si distingue sempre più per la sua corporatura rinunciataria ad una politica estera, in contrapposizione alle linee d’azione di lungo periodo, frutto di precise strategie indispensabili all’incisività di una propria dimensione.

La componente spaziale nazionale così, con queste asserzioni si disgrega in una delle azioni passive, visto che se è stato necessario un ridimensionamento e una riconfigurazione societaria dei suoi perimetri manifatturieri, resta incomprensibile la noncuranza mostrata dai nostri governi –trascorsi, ma anche l’attuale- a una solidificazione di interessi e protagonismi nazionali.

A questo punto, con tutta la buona volontà, ci domandiamo come un paese democratico possa distogliersi dai propri investimenti e da un proprio potenziale strategico, abbandonandosi alla sciatteria di un potere ormai ricco solo di granulosa obsolescenza.

Non è bastato infatti aver defenestrato in poche ore il presidente dell’agenzia governativa se poi non si è avuta la capacità di sostenere tempestivamente una soluzione in grado di riequilibrare un sistema considerato in stato di oblio. Nè è il caso di considerare un’istituzione soltanto una casamatta da occupare con le proprie poltrone spogliandosi della volontà di accrescere alcuna idea –né persone!- in grado di saper condurre un percorso di amministrazione così complicato e men che mai oggi può essere accettabile la filastrocca che tutti i danni individuati siano responsabilità delle passate governance. Poi, non è più credibile imputare a altri Stati l’incapacità di gestire proprietà intellettuali e imprenditoriali di cui sono a metà proprietari nel nostro Paese.

Tutte queste giustificazioni le consideriamo l’espressione dell’inettitudine e della vulnerabilità di un regime che non sa governare e che non ha l’umiltà di accettare un sereno confronto con cervelli qualificati. Ma più di tutto, vediamo in questa politica attendista, la bramosia di strappare un’autorità senza autorevolezza, a totale danno di un paese che a parole si dichiara nella volontà di difendere e valorizzare le sue risorse, ma che ogni giorno sta sempre più scivolando nel peggiore dei degradi, così debole da non riuscire mai più a sollevarsi.

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