mercoledì, Agosto 5

Lo sguardo di Israele verso l’Asia

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Secondo un recente report dell’OCSE (Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico), l’economia israeliana ha avuto una crescita media annua del 4% negli ultimi 5 anni consecutivi, confermando un trend che ha portato Israele ad aumentare la sua crescita economica di circa cinquanta volte in sessant’ anni.  Questa tendenza si è accompagnata ad un forte impulso nell’ ambito della ricerca tecnologica, che ha fatto del piccolo Stato ebraico un polo d’ eccellenza a livello globale.

A questa linea di sviluppo corrisponde l’ iniziativa presa dall’ Israel Innovation Authority, l’ autorità che si occupa di innovazione, che ha varato il ‘Technological Innovation Labsche sostiene l’ impegno delle aziende nella creazione di laboratori di supporto alle startup nei diversi campi di lavoro. Il tutto grazie anche ad un sussidio finanziario destinato alle imprese che stabiliranno nel Paese le loro attività di ricerca: verrà coperto  il 33% dei costi di costruzione delle strutture e si potrebbe arrivare al 50% dei costi se questi ambienti fossero realizzati nelle zone meno centrali del Paese.

Questo testimonia la grande attenzione che Israele mostra verso l’ ambito dell’ innovazione, uno dei motori delle esportazioni.  Va detto che sul fronte delle esportazioni israeliane, l’Unione Europea rappresenta il primo mercato di sbocco per Israele, con una quota del 29%, seguita dall’Asia (25%) e gli Stati Uniti (24%).

Gli Stati Uniti rimangono, però, il principale alleato dello Stato ebraico, anche dopo la presidenza Obama, la cui visione del Medioriente aveva raffreddato i rapporti diplomatici con Israele. L’ Asia comincia a giocare un ruolo importante nell’ ottica israeliana in quanto è un’ area che vuole innovarsi tecnologicamente, ma, contemporaneamente, costituisce un vasto mercato su cui puntare. Non va dimenticato, inoltre, che le varie sfide a cui una nazione di oggi deve far fronte sono diverse, soprattutto nell’ area est del mondo: si pensi alla sfida dell’ inquinamento, oppure a quella della sicurezza-difesa, oppure a quella delle risorse idriche, specialmente nei Paesi più popolosi.

In questo contesto, l’ innovazione israeliana può costituire un aiuto nel tentativo di rispondere a queste problematiche. Ed è per questo che, circa una settimana fa, il Presidente israeliano Benjamin Netanyahu, in occasione della ricorrenza dei 25 anni di rapporti diplomatici tra Israele e Cina, si è recato in visita a Pechino ed ha incontrato il Presidente cinese Xi Jinping. Il leader di Israele era alla guida di una delegazione composta da cinque ministri, tra cui il Ministro dell’Ambiente, Zeev Elkin, il Ministro della Scienza e della tecnologia, Ofir Akunis, il Ministro dell’agricoltura, Uri Ariel, il Ministro della Salute, Yaakov Litzman e il Ministro dell’Economia e dell’industria, Eli Cohen, ma anche da circa 90 imprenditori le cui aziende operano in Cina o che intendono affacciarsi al mercato asiatico. L’ obiettivo di questa task-force, che era quello di rafforzare la cooperazione economica e nell’ambito dell’ hi-tech tra le due nazioni, pare sia stato raggiunto con la firma da parte dei due presidenti di una serie di accordi per un valore di 2 miliardi di dollari.

A partire da questo evento ci accingiamo a discutere dei rapporti di natura economica, ma anche diplomatica di Israele con l’ intera area asiatica, con Giuseppe Dentice, Dottorando di ricerca dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, Milano, e ricercatore ISPI del Programma Mediterraneo e Medio Oriente.

Pochi giorni fa, in occasione dei 25 anni dall’instaurazione dei rapporti diplomatici con la Cina, Netanyahu ha incontrato il presidente cinese Xi Jinping. In tale occasione sono stati sottoscritti dai due leader una serie di accordi che prevedono la cooperazione tra le due nazioni in settori che vanno dall’aerospaziale alle telecomunicazioni, per un valore stimato di 2 miliardi di dollari. È cambiato l’approccio di politica estera dello Stato ebraico o l’Occidente ha perso il suo ruolo centrale anche nell’ottica israeliana? Quanto ha inciso l’incomprensione con la precedente Amministrazione americana, quella di Barack Obama, nell’allargare l’orizzonte della politica estera di Israele?

La postura di politica estera israeliana ha conosciuto negli anni vari momenti di tensione con l’Amministrazione Obama e con l’Unione europea, in particolare, per quel che concerneva da un lato il dossier iraniano e il nuclear deal, dall’altro la questione degli insediamenti israeliani in Cisgiordania. Nonostante, quindi, un rapporto complesso con gli alleati occidentali l’atteggiamento di politica estera israeliano non ha portato ad una rottura delle relazioni o ad un ripensamento delle partnership nei confronti di costoro. Parallelamente si è andata consolidando una strategia più propriamente internazionale di Israele che ha mirato a cementare i rapporti con alcuni attori asiatici in chiave propriamente strategica. Ne sono un chiaro caso la Cina, ma anche l’India e il Vietnam, con i quali ha rafforzato la cooperazione nei settori della scienza, della tecnologia e nel militare. In un certo senso possiamo notare, ma le due cose non sono strettamente correlate, che ai momenti di maggior attrito con i canali diplomatici tradizionali (Usa e Ue), lo Stato ebraico ha cercato di variare il più possibile le proprie direttrici strategiche guardando a Russia, al continente asiatico in toto e all’Africa orientale al fine di evitare pericolosi isolamenti sul piano internazionale.

 

In che modo la Cina riesce a coniugare questa cooperazione con Israele con la sua politica filo-araba? Nel tragico scenario mediorientale, in cui Israele è fortemente opposto al regime siriano di Assad, la Cina che ruolo ha?

Da tempo la Cina ha definito una propria politica estera mediorientale che non fa distinzioni tra israeliani o Paesi arabo-islamici. Anzi facendo leva proprio su queste fratture Pechino ha puntato a sviluppare una propria linea politica basata sulla cooperazione economico-commerciale e infrastrutturale con quasi tutti gli attori mediorientali utile a garantirgli rifornimenti di materie prime e presenze logistiche di primo piano nei principali porti e nelle free trade area del Medio Oriente. Di fatto, la presenza cinese in Medio Oriente mira a garantire e a definire un ruolo di influenza politica di Pechino nell’area attraverso una penetrazione di tipo economico-commerciale. Il Medio Oriente è quindi importante perché parte integrante della Grand Strategy cinese che prima veniva conosciuta come ‘filo di perle’ (ossia la costruzione di una cintura marittima e terrestre cinese continua che andasse da Pechino fino a Suez, in modo da garantirsi l’accesso al Mediterraneo) oggi come ‘Nuova Via della Seta’. Al di là dunque delle etichette, la presenza cinese in Medio Oriente è centrale per favorire lo sviluppo delle proprie strategie diplomatiche regionali e internazionali.

 

Il neo-presidente americano Donald Trump mostra una certa diffidenza verso la Cina e verso l’espansione che sta avendo nel mondo. Come può articolarsi questa nuova collaborazione tra Cina ed Israele con la storica alleanza tra Stati Uniti e Israele?

Come spiegato prima, la politica estera israeliana punta a variare il più possibile i propri canali diplomatici, al di là dei rapporti privilegiati con una determinata parte o meno. È interesse primario di Israele, come di tutti gli attori statali impegnati in politica estera, definire e salvaguardare la propria rete internazionale da attivare a seconda dell’indirizzo politico perseguito in quel dato momento o nella difesa dell’obiettivo prefissato in un dato periodo.

 

Israele, nazione coperta per quasi la metà del suo territorio da deserto, tenta, fin dalla sua fondazione, di risolvere il problema delle scarse risorse idriche. Nel corso del tempo, è riuscita a mettere in atto delle vere e proprie rivoluzioni in questo campo, diventando leader in questo settore. Quanto può incidere questa caratteristica nel facilitare, per lo Stato ebraico, lo sviluppo di relazioni diplomatiche, soprattutto nell’area asiatica?

Sicuramente le tecnologie e le conoscenze sviluppate da Israele in ambito ambientale, agro-tecnico e di risorse idriche possono essere un fattore importante, ma non quello principale, nelle relazioni dello Stato ebraico con i principali attori dello scenario asiatico. Chiaramente tali conoscenze potranno assumere una certa rilevanza a seconda dell’attore di turno. Penso ad esempio che in campo idrico una cooperazione importante potrà svilupparsi con Kazakistan e India, mentre su agro-tech e ambiente la faranno da padrone i rapporti con Cina, Corea del Sud e Giappone. Tali sviluppi saranno importanti e si adegueranno a seconda del soggetto statuale interessato a rimodulare in una chiave nazionale le conoscenze israeliane.

 

Negli ultimi anni l’orizzonte della politica estera israeliana sta includendo anche il Giappone. Infatti, la collaborazione tra Giappone ed Israele è sancita dall’aumento del numero delle aziende giapponesi che si recano o comunque sono interessate ad aprire centri di vendita e di ricerca in Israele. Tra queste, la più grande azienda tecnologica giapponese, la Fujitsu, ma anche la Sony. Ma un settore che il Giappone tiene a far progredire e dove è riconosciuta l’assoluta leadership allo stato ebraico è sicuramente la cyber security.  Quali paesi dell’est asiatico sono più arretrati nella cyber security e quanti di questi si rivolgono ad Israele per svilupparsi in questo settore?

È difficile stimare in assenza di dati oggettivi quali paesi siano più o meno sviluppati in un settore così permeabile alle informazioni che giungono dall’esterno come la sicurezza cibernetica. Sicuramente – e questo è un trend di lungo periodo ormai – i principali attori dello scenario asiatico (Cina, Corea del Sud, Giappone, Taiwan, Vietnam, India) sono tutti interessati ad intraprendere rapporti sempre più stretti in vari compartimenti dei settori sicurezza e difesa con Israele. Non a caso quest’ultima viene reputata una leader mondiale in particolare negli ambiti del cyber, in virtù delle numerose start-up pubbliche e private, quasi tutte derivanti da ambienti militari, che con i loro software sono diventate un punto di riferimento per le principali agenzie di settore governativo a livello globale. Chi fra gli Stati asiatici coopera con Israele in materia di sicurezza ha sicuramente intrapreso alcuni discorsi tesi a un rafforzamento delle proprie capacità di deterrenza e di sicurezza nei settori cibernetici.

 

Con quali paesi dell’area asiatica Israele intrattiene relazioni economiche nel settore militare?

Oltre alla Cina, i paesi dell’area asiatica con i quali Israele intrattiene una cooperazione in materia di sicurezza e difesa non sono molti, ma ognuno di loro presenta specificità e interessi particolari. Tra questi ricordiamo India, Vietnam, Singapore, Corea del Sud, Giappone, Taiwan, Kazakistan e Azerbaijan. Sebbene ognuno di questi attori mantenga relazioni diplomatiche difficili e in taluni casi molto accese con gli altri partner asiatici rimangono pur sempre delle controparti interessate alla cooperazione militare con Israele.

 

Nell’ultima edizione del ‘Global Cleantech 100’, che annualmente dedica un report sulle migliori 100 aziende innovative nel campo delle tecnologie pulite, compaiono 4 aziende israeliane tra le quali si trova BreezoMeter, azienda leader in analisi della qualità dell’aria. A che punto è l’area asiatica nel tentativo di far fronte alla minaccia dell’inquinamento e la collaborazione con Israele può essere decisiva?

Il ruolo di Israele può essere altamente importante nel campo dell’innovazione tecnologica e in quella ambientale. Sebbene tali aspetti non siano tra le priorità dei paesi coinvolti, l’emergenza smog e gli squilibri climatici, che hanno prodotto ripercussioni rilevanti anche nelle rispettive economie agricole dei paesi asiatici, stanno assumendo oggi una nuova centralità nel dibattito politico nazionale e regionale asiatico. In questo senso le conoscenze in tali settori (energie pulite e rinnovabili) da parte delle aziende israeliane rappresentano un importante fattore per il rafforzamento e/o l’eterogeneità del rapporto bilaterale costituito lungo l’asse Israele-Asia.

 

Circa una settimana fa, il premier israeliano Netanyahu ha incontrato Putin a Mosca. Il leader israeliano ha ribadito la forte opposizione all’Iran, da lui definito «erede della Persia, prosegue questo tentativo di distruggere lo Stato ebraico. Lo dicono nella maniera più chiara, lo scrivono sui loro missili balistici». Il Cremlino ha invitato Israele a considerarla ‘storia antica’. A che punto sono i rapporti bilaterali con la Russia, come li descriverebbe? E come si configurano, tenendo conto il ruolo molto importante che Putin gioca nel Medio Oriente, a fianco del regime di Assad? Gli sforzi delle due nazioni, nel quadrante mediorientale sono tesi verso la stessa direzione?

Tra Russia e Israele non vi è una vera e propria alleanza. Quel che esiste è una convergenza strategica su alcuni temi di interesse generale o particolare che riguardano i due attori in Medio Oriente. Tra questi rientra inevitabilmente la Siria e tutto l’annesso codazzo di relazioni regionali e internazionali che questo dossier comporta, quindi, anche Iran e Hezbollah. L’asse tra Mosca e Tel Aviv sulla Siria è sorto nel settembre 2015 e si sostanzia in un coordinamento militare che consente agli aerei russi impegnati contro le milizie jihadiste di sconfinare sul territorio israeliano senza correre il rischio di essere abbattuti. L’intesa di fatto mira a salvaguardare gli interessi di parte, lasciando ad entrambi mano libera di intervenire in caso di necessità. In questo modo la Russia diventa una sorta di garante della sicurezza di Israele, impedendo in maniera più o meno diretta che i nemici di quest’ultima (Iran e Hezbollah, alleati di Mosca) compiano attacchi contro lo Stato ebraico.

 

Ci sono scambi di natura economica tra Israele e la Russia? In quale settore? Nel rapporto tra i due, chi è il maggior esportatore?

Ovviamente quando si sviluppa un qualsiasi discorso di tipo politico non si può non tener conto di quello economico. Il Cremlino ha mostrato interesse e dato la sua disponibilità – esattamente come già fatto con l’Egitto – a favorire la creazione di un’area di libero scambio tra Israele e l’Unione economica eurasiatica, l’organizzazione regionale a guida russa, che al suo interno annovera anche Bielorussia, Kazakistan, Armenia e Kirghizistan. Ma non solo. Sempre in quel settembre 2015, Mosca e Tel Aviv avevano firmato diversi protocolli che riguardavano i settori agro-alimentare e turistico, nonché quello riguardante il welfare state nei confronti della popolazione russa emigrata in Israele. La Russia si impegna a erogare la pensione a circa 100.000 ebrei russi, una minima parte rispetto a circa il milione e mezzo di russofoni che vivono in Israele e rappresentano poco meno di un quarto della popolazione israeliana totale. Ad ogni modo, se si fa eccezione per la cooperazione militare e di sicurezza, le relazioni economiche tra i due paesi sono particolarmente migliorate dal 2005 in poi (all’epoca ferme intorno agli 800 milioni di dollari), tanto da aver superato nel 2014 i 3 miliardi dollari (di cui oltre un miliardo è il valore dell’export israeliano in Russia), una cifra leggermente superiore per esempio al rapporto commerciale di Mosca con l’Egitto. In questo rapporto bilaterale la Russia ha un ruolo importante esportando in Israele (oltre 2 miliardi di dollari), in particolare beni alimentari. Sulla base di ciò si può pensare che le relazioni economiche tra i due paesi sono suscettibili di subire un ulteriore miglioramento, ma questo dipenderà anche dalla capacità del mercato russo di aprirsi agli investimenti esterni israeliani.

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