giovedì, Settembre 19

25 Aprile: Lo Stato e la sua memoria nella lingua dei simboli

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Nell’imminenza del 72° anniversario della Liberazione, Ruth Dureghello, Presidente della Comunità ebraica di Roma, ha dichiarato che non prenderà parte alla manifestazione per il 25 aprile promossa dall’ Associazione Nazionale Partigiani d’Italia (ANPI). Lo stesso ha affermato Flaminia Sabatello, referente per l’Associazione romana Amici di Israele, e ciò al fine di evitare l’ennesimo riproporsi di atti di aggressione verbale e fisica verso i portatori delle insegne della Brigata Ebraica da parte di gruppi filo-palestinesi. Per il ruolo e i meriti riconosciuti a questa formazione militare, integrata nell’esercito britannico durante la nostra guerra di Liberazione, giovedì 20 aprile è stata approvata all’unanimità dalla Camera (Commissione Difesa) una proposta di legge per il conferimento alla Brigata della medaglia d’oro al valore militare.

Nella ricombinazione dei significati che interessa, con evidenza variabile, la ‘sacralità’ delle cerimonie ufficiali, la questione dell’appartenenza a categorie come lo Stato, la nazione, il territorio passa attraverso l’efficacia dei simboli. Oltre a tutto il codice di segni presente nei cortei di manifestanti, nelle piazze e sugli edifici che rappresentano le pubbliche istituzioni, la forza simbolica di un vessillo – anche della bandiera nazionale – può portare a tensioni e violenze, cartina tornasole dei di vuoti di senso legati all’interpretazione della Storia: i simboli dell’appartenenza politica riconosciuta dal diritto ci stanno di fronte come certezza o interrogativo, con tutte le sfumature intermedie.

Nella reiterazione solenne quanto effimera del cerimoniale, la coscienza storica rischia allora di presentarsi come un guscio vuoto. L’adesione prestata all’unità nazionale nelle sue forme democratiche, sfilando con gli emblemi che la identificano in modo inequivocabile, può funzionare come barometro della sua validità politica? Quelle forme saranno, sì, imperfette, ma ‘reali’ nella misura in cui il processo democratico corrisponda a un esperimento politico e sociale. Questo aspetto sperimentale connota tutti i momenti rituali della vita repubblicana, le cerimonie ufficiali, dove un evento passato funziona da agente rivelatore della solidità di quel principio di fedeltà laica al quale sono tenuti a prestare giuramento un alto funzionario, o chi acquisisce la cittadinanza italiana per naturalizzazione.  

In termini un po’ ruvidi, ci si può chiedere: a cosa pensa chi sventola il tricolore il 25 aprile? Cosa hanno in mente esattamente il militare, il ministro, il neo-cittadino mentre giurano fedeltà alla Repubblica? Come sono letti i simboli comunque legati all’evento storico che si celebra? La mente corre alle ormai consuete aggressioni verbali alla bandiera italiana da parte di esponenti di spicco della Lega Nord, alle rinnovate aggressioni contro le comunità ebraiche storicamente presenti sul territorio nazionale, alle fattispecie diffuse – e tollerate – di apologia del fascismo e ai Ddl ‘di rinforzo’ contro tali condotte giacenti in Parlamento.

Sulla base di tutte queste incognite, abbiamo parlato di efficacia simbolica e sacralizzazione della politica con Alessandro Morelli, Professore ordinario di Diritto Costituzionale all’Università «Magna Graecia» di Catanzaro.

Professor Morelli, è possibile misurare, nel nostro presente storico, l’efficacia simbolica della bandiera nazionale considerando le modalità di svolgimento delle cerimonie ufficiali? Ritiene che la forza degli emblemi di unità nazionale si sia affievolita rispetto, ad esempio, alla ‘resilienza’ dei simboli religiosi?

La vita delle istituzioni politiche si esprime anche attraverso simboli e ritualità, che – come già messo in luce da autori come Rudolf Smend e Manuel García-Pelayo – svolgono un ruolo fondamentale nel processo d’integrazione politica e sociale. L’osservazione dei modi d’uso nelle cerimonie ufficiali o in altre occasioni pubbliche dei simboli di Stato – ad es., in Italia, il tricolore, l’emblema della Repubblica, lo stendardo presidenziale ecc. – può fornire utili indicazioni sulla diffusione e sull’intensità del senso patriottico, nonché sul grado d’integrazione politica e sociale del Paese. Ma può dirci anche di più. In una prospettiva più ampia, come ha spiegato lo storico Emilio Gentile nei suoi scritti sulle «religioni della politica», esiste una stretta connessione tra forme di Stato ed espressioni simboliche del potere. Negli ordinamenti democratici si riscontrano, solitamente, forme di sacralizzazione della politica rispettose della libertà individuale e del pluralismo, che non impongono un’adesione incondizionata da parte dei consociati. Al contrario, nei regimi autoritari (e ancor più in quelli totalitari), si ritrovano religioni politiche intolleranti e integraliste, spesso espressive di una forte personalizzazione del potere. Anche riguardo al rapporto tra religioni della politica e religioni tradizionali, le situazioni cambiano a seconda della forma di Stato del Paese preso in considerazione. In genere, nelle democrazie, le religioni civili convivono del tutto pacificamente con quelle tradizionali: si pensi al caso emblematico degli Stati Uniti d’America, dove si ritrova una forte religione civile, pur riconoscendosi la piena separazione tra Stato e Chiese. Al contrario, negli ordinamenti autoritari il rapporto è di antagonismo perché, in tali contesti, la religione politica di Stato tende a rivendicare il primato nell’affermazione del significato e del fine ultimo dell’esistenza della collettività.

In Italia la situazione è particolare, a causa della presenza storica e dell’influenza della Chiesa cattolica. Tuttavia – non solo nel nostro Paese – si assiste, da qualche decennio a questa parte, a una nuova forma di sacralizzazione della politica che coinvolge anche gli ordinamenti democratici.

A cosa è imputabile questo processo?

È come se, a fronte della crisi delle istituzioni politiche laiche e della fine delle grandi ideologie che, nel XX Secolo, avevano dato ad esse un orizzonte di senso, si cercasse oggi, nelle religioni tradizionali, una rinnovata fonte di legittimazione del potere. Lo stesso Gentile, a proposito di questo fenomeno, ha parlato dell’avvento di un’«era della teopolitica».

In un importante saggio, Gentile fa riferimento a forme variamente connotate: «dall’integralismo islamico terrorista ai vari movimenti ‘teoconservatori’ e ‘teodemocratici’», tradizionalisti solo all’apparenza o nelle dichiarazioni dei loro leader. Si tratta, in realtà, di «nuove e inedite forme di confusione tra dimensione politica e dimensione religiosa». In tal senso, la teopolitica è definita dall’Autore come la «tendenza a far politica in nome di Dio, promossa anche nel mondo occidentale da un numero crescente di politici religiosi e di religiosi politici», convinti di «possedere la soluzione integrale ai mali del mondo».

Tornando alla dimensione laica del nostro ordinamento, quali sono le norme che tutelano i simboli ufficiali? Ritiene, come sostengono i promotori di due disegni di legge, che la Legge Scelba – del 1952 – sia strumento insufficiente a sanzionare condotte apologetiche del fascismo o di idee e movimenti anti-repubblicani?

L’unico simbolo ad avere un riconoscimento costituzionale, nel nostro ordinamento, è la bandiera, vale a dire il tricolore, in base a quanto prevede l’Articolo 12 della Costituzione : «verde, bianco e rosso, a tre bande verticali di eguali dimensioni». Non bisogna trascurare, però, che tale articolo è incluso tra i principi fondamentali della nostra Carta costituzionale.  La disposizione riconosce come sola bandiera della Repubblica un segno che, per propria connotazione, è in grado di esprimere l’’italianità’ in tutte le sue possibili declinazioni. Attribuendo al tricolore il ruolo di configurazione simbolica esclusiva della nazionalità italiana, l’Art. 12 Cost. ne impedisce ogni alterazione. Significativo è anche il fatto che la disciplina relativa alle modalità di esposizione del tricolore richieda che si salvaguardi sempre «la prioritaria dignità» di quest’ultimo rispetto alla bandiera dell’Unione Europea e a quella dell’ente locale nel quale abbia luogo l’esposizione. Ogni discorso sulla presenza obbligatoria di eventuali, ulteriori simboli in luoghi pubblici non può non tenere conto, a mio avviso, di tale quadro normativo.

Ho, invece, molti dubbi sulla compatibilità dei reati di opinione con il nostro modello costituzionale, oltre che sull’effettiva efficacia deterrente di simili previsioni.

La fedeltà alla Repubblica, prestata dal cittadino naturalizzato o dal ministro, è un atto laico, lontano dal c.d. «deismo cerimoniale» statunitense. Potrebbe tratteggiare questa differenza? 

L’Articolo 54 della nostra Costituzione prevede che tutti i cittadini hanno il dovere di essere fedeli alla Repubblica, oltre che di osservarne la Costituzione e le leggi. L’articolo in questione non può essere assunto come base normativa per eventuali limitazioni ai diritti di libertà del cittadino, anche se presuppone un dovere generale di cooperazione alla garanzia della continuità dell’ordinamento repubblicano nell’identità dei suoi principi fondamentali.

Il «deismo cerimoniale» è un fenomeno tipico dell’ordinamento statunitense. La formula si fa risalire a Walter Rostow, decano della Facoltà di Legge di Yale, che la utilizzò in una lezione tenuta all’Università di Brown, nel 1962. Con tale espressione si è, poi, fatto riferimento a tutti quei simboli, attività e riti ormai assunti nella tradizione americana, ritenuti pacifici e, in quanto tali, conformi a Costituzione e non contrari al Primo Emendamento. Quest’ultimo principio vieta, tra l’altro, ogni forma di riconoscimento di un determinata religione da parte dello Stato. La frase «In God We Trust», impressa sulle banconote americane, ne costituisce un esempio emblematico.

Il «deismo cerimoniale» si spiega nello specifico contesto culturale degli Stati Uniti, la cui religione civile ha sacralizzato le istituzioni democratiche senza entrare in conflitto con le Chiese e le religioni storiche. In tale dimensione, le espressioni simboliche riconducibili al deismo cerimoniale sono state viste come funzionali ad assicurare l’unità di una società, come quella americana, fortemente eterogenea e composita. Ben diversa è la storia del nostro Paese, dove, anche per la decisiva influenza della Chiesa cattolica, non si è mai formato nulla di simile alla religione civile americana.

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