sabato, Dicembre 7

Livorno rende giustizia al grande Modì ‘Modigliani e l’avventura di Montparnasse’ è il titolo della prima retrospettiva nella città natale dell’ artista nel Centenario della scomparsa. Positivo il giudizio di Carlo Pepi, che per anni ha smascherato i falsari e qui lancia una nuova idea espositiva

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“Cara mamma. Ti mando una foto. Mi dispiace di non averne della bambina. E’ in campagna, a balia. Medito, per la primavera forse, un viaggio in Italia. Vorrei trascorrervi un periodo. Ma non ne sono sicuro…” Era l’inverno del ’19 quando Amedeo Modigliani, Dedo per i suoi cari, Modì per i francesi, scriveva alla madre esprimendo l’intenzione  di tornare a Livorno. Purtroppo, quel desiderio non l’ha potuto coronare. Morì il 24 gennaio del 1920, pochi mesi dopo,  alle otto di sera all’ospedale La Charitè di Parigi, a causa di una meningite tubercolare, all’epoca considerata incurabile. Aveva solo  36 anni. Vi è tornato ora, nella sua città natale, Livorno, insieme ai suoi ‘amici’ e colleghi di Montparnasse, il quartiere degli artisti dove si era stabilito e dove ha speso gran parte degli anni parigini. Per questo la Mostra s’intitola ‘Modigliani e l’avventura di Montparnasse‘. Un ritorno atteso ed insperato il suo, da artista celebrato nel mondo, ma a lungo  circondato da disinteresse, in Italia. 

A colmare questa lacuna e a risarcimento dei tanti torti subiti dall’artista, a cominciare dai ripetuti falsi  che ne hanno offeso la memoria e banalizzato l’opera (come la famosa beffa delle teste ritrovate nei navigli), giunge questa Mostra che  la neo Amministrazione comunale di centro sinistra, guidata dal Sindaco Luca  Salvetti,  ha voluto  e dovuto allestire  in breve tempo, cogliendo al volo “un ‘occasione unica e irripetibile”, ha detto lo stesso Sindaco,  essendo pervenuta questa eccezionale proposta solo il 17 agosto scorso, a pochi mesi dall’insediamento della nuova giunta. In pochi mesi una Mostra  antologica su un artista di tale grandezza non si allestisce, ma in questo caso l’operazione è stata resa possibile attingendo dalle collezioni Netter e Alexandre, i due collezionisti più importanti che lo hanno accompagnato e sostenuto nella sua vita. Paul Alexandre, primo fra tutti, che era al centro di un legame tra Livorno e Parigi, il quale  lo ha sostenuto al suo arrivo a Parigi e lo ha aiutato nel progetto scultoreo delle Cariatidi oltre che durante i suoi ritorni a Livorno nel 1909 e 1913. Ma anche e soprattutto Jonas Netter che ha riunito, come un esperto e geniale collezionista, i più bei capolavori dell’artista livornese. Dunque, è dalla collaborazione di Marc Restellini, che è anche il curatore della Mostra, d’intesa  tra la sua Fondazione  e il Comune e la Fondazione  Livorno, che tale progetto si è potuto concretizzare in  tempi così brevi, con il coordinamento di  Sergio Risaliti.

E nelle sale del Museo della Città, i visitatori potranno ammirare fino al 16 febbraio 2020 – anno del Centenario della morte – ben 14 dipinti e 12 disegni di Modigliani raramente esposti al pubblico, cui fanno da cornice un centinaio di opereanch’esse collezionate da Jonas Nester, a partire dal 1915, rappresentative della grande Ecole de Paris, tra queste varie tele di Chaim Soutine, Maurice Utrillo, Suzanne Valadon, Andrè Derain, Moise Kislinggli  amici di Montparnasse, appunto.  Tra i dipinti dell’artista livornese, spiccano il ritratto di Fillette en bleu del 1918, che raffigura una bambina di circa 8-10 anni,  occhi azzurri cui sembrano intonarsi il vestitino e il muro retrostante e che, nell’insieme,  descrivono un ambiente ricolmo di dolcezza e d’ innocenza; il ritratto di Chaïm Soutine del 1916, suo caro amico durante gli anni parigini più difficili, seduto con le mani appoggiate sulle ginocchia, dove si percepisce la grande sintonia tra i due;  il ritratto Elvire au col blanc (Elvire à la collerette) dipinto tra il ’18 e il ’19 raffigurante la giovane Elvira, ritratta da Modigliani ben quattro volte, due da vestita e due nuda, conosciuta ed ammirata a Parigi per la sua folgorante bellezza e il suo caldo temperamento italiano; il ritratto Jeune fille rousse (Jeanne Hébuterne) del 1919, che ritrae la bella Jeanne, ultima compagna  di Modì, di tre quarti mentre si rivolge allo spettatore in un atteggiamento pieno di naturalezza ed eleganza e capace di catture l’attenzione con suoi profondi occhi azzurri e ancora  lei, Jeanne seduta di profilo, con il collo allungato che è una delle caratteristiche del suo modo di ritrarre. Dei disegni si possono ammirare alcune Cariaditi tra i quali la Cariatide (bleue) del 1913. Il disegno appartiene al secondo ciclo che, a differenza del primo – costituito da studi per sculture ispirate all’arte primitiva – non è uno schizzo preparatorio, ma un’opera a sé stante dove la figura femminile è più rotonda e voluttuosa con contorni più sfumati e colorati.

Dunque, capolavori assoluti della copiosa produzione dell’artista, che segnano, a quasi cento anni dalla morte,  il ritorno a casa, “proprio in quella Livorno” –ricorda Marc Restellini – “dove Amedeo Modigliani ha sviluppato la sua capacità creativa e lo spiritualismo ebraico e dove mi auguro che la storia, e non solo il mercato, possano approfittare di questa meravigliosa opportunità per dargli la giusta posizione nella storia dell’arte occidentale”. Ben si comprende la legittima soddisfazione sia del Sindaco che dell’assessore alla cultura Simone Lenzi e di quanti  si sono prodigati per la sua realizzazione. Dice Lenzi: “Questa mostra ha per la città di Livorno un valore storico. L’aggettivo non sembri eccessivo, perché la storia funziona così: stabilisce degli appuntamenti a cui dobbiamo avere il coraggio di presentarci. Il Centenario della morte di Modigliani è uno di questi…. Serve a dare il bentornato a Amedeo Modigliani, o meglio, a ‘Dedo’, nella città in cui è nato e cresciuto. Ma serve anche a mettere fine a quel lungo fraintendimento, generato dai cascami di un romanticismo d’accatto e da leggende posticce, che ha distorto, fino a renderlo irriconoscibile, il profondo rapporto di filiazione fra Livorno e questo suo figlio che era destinato a diventare il pittore più straordinario del Novecento. Crediamo infatti che la città che era rimasta negli occhi e nel cuore di Modigliani fosse fatta di una luce precisa”. 

Dunque  Livorno ritrova – dopo un secolo –  il suo più celebre figlio, la cui vita tragica e  avventurosa ha troppo spesso sovrastato, nell’immaginario collettivo,  le sue doti artistiche, le sue scelte coraggiose, in primis quella di cercare nel fervore della Parigi  del tempo, capitale mondiale dell’arte contemporanea, nuovi stimoli, nuovi percorsi, nuove avventure intellettuali, artistiche e umane, rompendo con quel clima chiuso e provinciale che respirava in Italia.  Sì, l’accento su quel mondo bohemienne e maudit, maledetto, l ‘accanimento con cui si è guardato all’ ‘epilogo della sua vita seguito dalla tragica fine che ha concluso l’ esistenza dell’ inconsolabile Jeanne Hébuterne, suicidatasi 21 enne, con il piccolo che portava in grembo, gettandosi  dal quinto piano all’alba del 26 gennaio, hanno fatto passare in second’ordine  la grandezza dell’artista. Anche il cinema ha giocato il suo ruolo in tal senso. A ciò si aggiunga  la fabbrica del falso, che ha operato per lungo tempo pressoché indisturbata, tranne rare e tenaci opposizioni,  e si comprenderà l’importanza di una Mostra come questa che rende giustizia all’ uomo e all’artista.  

Chi era Amedeo Modigliani?  Quarto e ultimo figlio di una famiglia di ebrei sefarditi, padre commerciante di legna e carbone, madre francese, Amedeo nacque il 12 luglio 1884 a Livorno,  città provinciale e cosmopolita, con una delle più vaste comunità ebraiche. Cresciuto in un ambiente aperto al mondo ed alla cultura, soprattutto grazie alla madre, Eugènie  Garsin, autrice di saggi di letteratura italiana, ghost writer di un prof americano e traduttrice di D’Annunzio,  al nonno materno Isaac, amante di storia e filosofia e di lunghe passeggiate col nipote, nonché alla zia Laura,  con la quale il ragazzo Dedo discuteva dell’anarchico Kropotin  e su Nietzsche e Bergson tanto da essere chiamato il ‘filosofo’,  ben presto fu attratto dall’arte del disegno, mentre il fratello maggiore di lui Emanuele scelse l’ avvocatura e la politica, diventando deputato socialista. Dedo si iscrisse  alla Scuola di Belle Arti di Livorno e, successivamente, alla Scuola libera del nudo di Firenze dove frequentò i corsi di Giovanni Fattori, muovendo i primi passi come scultore a Pietrasanta. Cagionevole di salute fin da piccolo, colpito prima da tifo, poi da una pleurite che si trasformò  in tbc, Amedeo decise di gettarsi senza risparmio di energie nell’arte, proseguendo la sua formazione, insieme all’amico Oscar Ghiglia, a Venezia, con l’obbiettivo di trasferirsi a Parigi.  Giacché il suo sogno era proprio Parigi, capitale dell’avanguardia, richiamo per gli artisti di tutto il mondo. Al Salon d’Automne era comparsa la nuova pittura di Henry Matisse, Andrè Derain, Maurice de Vlaminck, i fauves – a Montmartre Pablo Picasso, Juan Gris e vari altri, avevano stabilito il loro quartier generale. In quel  mondo approdò anche il 22nne Amedeo, forte di una solida formazione accademica e di grande rispetto per i maestri. Quelli dell’arte rinascimentale, ma soprattutto Fattori e i macchiaioli.

Fattori, Signorini, Lega erano  dei rivoluzionari, degli innovativi, degli anticipatori di quelle stesse tendenze  che si andavano affermando. E’ al loro modo di concepire la pittura, come superamento del vero, che il giovane Modigliani si era formato ed ispirato”,  mi dice Carlo Pepi. Chi è?   Pepi è considerato il massimo conoscitore  dell’opera di Modigliani, come dei “macchiaioli”,  colui che più di tutti si è battuto per smascherare i falsi Modì, sgominare i falsari, affrontando  un sistema agguerrito, ramificato e potente, davanti ai tribunali e sui media. Lui stesso, pur avendo scoperto e fondato la Casa di Modigliani a Livorno, pagando di tasca propria le corone per l’anniversario dell’artista, si dimise  quando le cose presero una brutta piega. Uomo dalla schiena dritta, che godeva della fiducia di Jeanne, la figlia dell’artista, dopo tante lotte, ha avuto finalmente piena soddisfazione (clamoroso è il caso della Mostra di Genova, chiusa per i 21 falsi Modì in essa esposti,  e da lui individuati come tali ). Ed ora il dr.Pepi può dare la sua ‘benedizione’ alla Mostra di Livorno, che è anche un attestato di garanzia: “Sì, questa Mostra a Livorno mi piace, le opere sono autentiche, è stato fatto un bel lavoro, che potrà dare ulteriori frutti. Interessante anche il contesto artistico che circonda  le opere di Modi, che danno l’idea del clima creativo della Parigi di allora, e della temperie artistica in cui si inserì, per personalità e talento, l’artista livornese, un giovane di grande cultura, non solo conosceva Dante a memoria, ma amava i poeti maledetti, Baudelaire, Rimbaud, Verlaine, sovvertitori dell’ordine e dei canoni  estetici.” Nei quartieri di Montparnasse e di Montmartre,  questo giovane dagli occhi scuri e penetranti, di piccola statura, ma di grande fascino, abitò e  strinse amicizia con Guillaume Apollinaire, Chaïm Soutine, Paul Guillaume, Blaise Cendrars, Andrè Derain, Constantin  Brancusi e Maurice Utrillo. Da tutti ammirato  – e soprattutto dalle donne – per il suo carisma, il talento geniale, l’approccio intransigente all’arte, per la sua bellezza e  la sua passionalità mediterranea, ebbe come grande rivale Pablo Picasso, che il pittore di Livorno ammirava e odiava. Picasso era però affascinato dal giovane artista italiano, e dalle sue opere in cui si rispecchiava tutta la bellezza dell’arte rinascimentale espressa con un linguaggio assolutamente moderno.  Nei suoi ritratti Modì cercava gli aspetti psicologici, l’anima dei personaggi, con cui era solito trascorrere molte ore insieme prima di dipingere. E molto spesso si trattava di amici. L’arte è molto di più che fotografare, era questa la sua visione – aggiunge  Pepi – e in questo  aveva ben assorbito la lezione del Fattori, aggiungendovi il suo stile personale, frutto di continua ricerca. 

La sua vita era però  divenuta prigioniera dell’alcol e delle droghe, e lui non si risparmiava cercando nell’arte una via di fuga al suo tragico destino. Nonostante la vita ‘sopra le righe’, ebbe varie amanti, tra le quali le poetesse Anna Akhmatova e Beatrice Hastings. Ma il suo grande amore fu Jeanne Hébuterne,  studentessa 19 enne dell’Academìe Colarossi, aria dolce e occhi all’orientale, un che di sognante, assente, riservata e discreta, sguardo limpido e luminoso, la quale  insieme ad un ‘amica, frequentava La Rotonde, di Rosalie, lo stesso locale dove soggiornava per varie ore del giorno anche Modì, in quanto riscaldato e accogliente. Era il 1917 e la guerra aveva reso la vita difficile a tutti. In quel periodo l’artista – che fino al 1914 aveva condotto una vita grama – lavorava presso lo studio di Lèopold Zborowski, un giovane poeta polacco divenuto mercante di quadri, al quale aveva ceduto per venti franchi a giorno l’intera sua produzione. Così  lui e Jeanne andarono a vivere in un piccolo studio dello stesso mercante, un fornello e qualche mobile, le pareti arancione e ocra dipinte dello stesso  Modigliani. Il quale, in quel periodo realizzò anche la prima serie di nudi. Nel ’18, mentre le cannonate tedesche cadevano a casaccio su Parigi e Modì era preda della tbc che lo stava consumando, Zborowski con l’aiuto di Jonas Netter riuscì a condurre l’artista al sud, a Cagnes-sur Mer, insieme a Jeanne incinta e alla di lei madre, oltre  ad un gruppo di artisti, Soutine, Survage,  Osterlind, Cendras e Guillame. Il 29 novembre  nacque la piccola Jeanne.  Nel frattempo, erano cominciati ad arrivare i primi successi e  Modì inviava i suoi innumerevoli lavori (figure dallo stile sempre più allungato), all’amico  gallerista, poiché cominciavano ad avere acquirenti ed estimatori. Ma lui non fece in tempo né a coronare il desiderio  di sposare Jeanne, né di tornare a Livorno. Chiedo a Carlo Pepi: perché il suo valore di artista cominciò ad essere apprezzato in Francia e non solo, ma non in Italia?  E’ là che aveva spiccato il volo, e che la sua  fama aveva cominciato a diffondersi,  d’altra parte  i  canoni estetici di Modì  “rivoluzionari” e innovativi non corrispondevano certo  a quelli imposti dal sistema nell’Italia del “ventennio fascista”. E anche  la critica d’arte era ferma a vecchi schemi. Questo clima di chiusura, refrattario all’arte contemporanea, si è protratto per anni,   insomma da noi si è respirata un’aria più chiusa rispetto a quella internazionale di Parigi e delle grandi capitali del mondo, verso l’arte  contemporanea. Inoltre, il collezionismo non era adeguatamente sviluppato. Mi dispiace, ma non mi stupisce il fatto che, per il Centenario della morte di Modigliani  non si sia ancora pensato ad un programma nazionale di celebrazioni per il Centenario di Modigliani. C’è qualcuno che se ne occupa? Non risulta. Lo Stato italiano avrebbe dovuto fare qualcosa, magari d’ intesa  con quello francese. E così, al momento, l’unica Mostra dedicata all’arte straordinaria di Modì è questa di Livorno.”  Per l’Anno del Centenario, Il Sindaco ha preannuziato numerosi eventi collaterali che faranno da cornice alla mostra fino al 16 febbraio e proseguiranno per tutto il 2020. Vedremo quali alter sorprese Livorno proporrà. All’esperto Carlo Pepi chiedo: tu, che cosa ti senti di suggerire? Per  dare un ulteriore senso alle celebrazioni e  un nuovo riscontro dell’arte di Modigliani, penso sarebbe il caso di  promuovere una Mostra delle sculture autentiche di Modigliani, tirar fuori le teste originali dal caveau di Livorno dove si trovano, attraverso una trattativa con la proprietà, ed esporle nel Museo Città di Livorno. Contribuirebbero a far conoscere un altro aspetto dell’arte di questo  straordinario artista, e a dare a Livorno quella risonanza internazionale che va cercando. 

In attesa degli eventi collaterali,  godiamoci questa Mostra che ci ha permesso non  solo di ritrovare l’autentico Modigliani nella sua città d’origine, ma anche di scoprire  una piazza – nel quartiere Venezia – che ha cambiato aspetto, divenendo, dice il Sindaco,  una vera e propria piazza europea con area pedonale, manto erboso, alberi e un grande portale, sotto cui passare per entrare al Museo, ricavato attraverso  una pregevole operazione di recupero architettonico della secentesca struttura  con Chiesa sconsacrata, che un tempo ospitava i Bottini dell’olio, era cioè un grande deposito per botti e cisterne. La Mostra,  ben diversa e assai più corposa di quella multimediale di Palermo, e che praticamente celebra il Centenario della scomparsa di un grande artista,   sarà probabilmente visitata dal Presidente Mattarella oltreché da personalità del mondo della cultura, dello spettacolo, dello sport. La Mostra è accompagnata, da un bel catalogo edito da Sillabe. Resterà aperta fino al 16 febbraio 2020.   

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