martedì, Novembre 12

L’Italia torna nel Corno d’Africa: perché? Con Marco Cochi (Nodo di Gordio) analizziamo il rinnovato interesse italiano per il Corno d'Africa

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I prossimi 11 e 12 ottobre, il Presidente del Consiglio italiano, Giuseppe Conte, si recherà in visita ufficiale in Etiopia ed Eritrea: si tratterà della prima visita ufficiale di un capo di Governo europeo nei due Paesi. Gli incontri con il Primo Ministro etiope, Abiy Ahmed Ali, e con il Presidente eritreo, Isaias Afewerki, erano stati preparati dai colloqui avuti tra i rispettivi Ministri degli Esteri durante l’ultima Assemblea Generale dell’Organizzazione delle Nazioni Unite e seguono lo storico accordo tra Addis Abeba e Asmara, firmato lo scorso 16 settembre. L’accordo, di portata storica, metterebbe fine ad un conflitto durato, a fasi alterne, più di cinquant’anni, a partire dallo scoppio della Guerra d’Indipendenza Eritrea nel 1961.

Nelle intenzioni di Roma ci sarebbe il sostegno al nuovo corso politico che ha portato alla pace tra i due Paesi, ed una strategia volta ad ottenere appalti per la costruzione di infrastrutture nel Corno d’Africa ed a contrastare, tramite gli investimenti economici, il fenomeno migratorio. I dati del Ministero dell’Interno per il 2018 certificano l’arrivo di 2.233 eritrei sulle coste italiane: dopo i tunisini (2.946), si tratta della comunità più numerosa arrivata in Italia attraverso la rotta mediterranea (seguono i sudanesi, con 1.202); oltre a coloro che riescono ad arrivare in Italia, inoltre, bisogna contare che ogni mese, dall’Eritrea fuggono circa cinquemila persone. Il problema migratorio, dunque, è molto presente nell’area del Corno d’Africa ed è chiaro che è interesse dell’Italia e dell’intera Unione Europea agire per arginare il flusso di profughi: si tratterà, in ogni caso, di interventi a lungo termine.

L’interesse dell’Italia per il Corno d’Africa, però, non è una novità così assoluta. I rapporti tra Italia e Paesi dell’area nord-orientale del Continente africano, d’altronde, cominciano già dalla seconda metà del XIX secolo: nel 1869 gli italiani firmarono un accordo per una base commerciale nel porto di Assab; nel 1890, dopo una guerra d’aggressione coloniale, nacque la Colonia Eritrea; nel 1908, dopo diciannove anni di protettorato, anche la Somalia divenne una colonia; nel 1936, dopo un’altra guerra di aggressione da parte del Governo fascista del Regno d’Italia, nacque l’Africa Orientale Italiana che riuniva sotto l’autorità di Roma quasi tutto il Corno d’Africa. Fu solo nel 1941, in seguito alle sconfitte italiane nella Seconda Guerra Mondiale, che i Paesi dell’area ritrovarono l’indipendenza.

A causa del suo passato coloniale nell’area, dunque, per molto tempo la neonata Repubblica Italiana mantenne un atteggiamento defilato nelle questioni dell’area (eccezion fatta per l’Amministrazione Fiduciaria dell’ONU per la Somalia, tra il 1950 e il 1960). L’Italia, in ogni caso, non fu la sola a disinteressarsi delle vicende del Corno d’Africa: nella seconda metà del XX secolo, la gran parte dei Paesi sviluppati si è fondamentalmente disinteressata alla regione.

Negli ultimi anni, però, le cose hanno cominciato a prendere una piega differente. Tanto per cominciare c’è la crescita economica dell’Etiopia, Paese più stabile di tutto il Corno d’Africa: da circa tredici anni, infatti, l’economia di Asmara è cresciuta con un tasso oscillante tra il +8% e il +11%: si tratta di un dato che, per varie ragioni, risulta molto interessante per il Governo italiano. Con la relativa stabilità, infatti, il Paese potrebbe essere luogo ideale per gli investimenti nel campo delle infrastrutture, investimenti che fornirebbero un aiuto notevole a molte aziende italiane che operano nel settore. Tramite la costruzione di infrastrutture in Eritrea, inoltre, si verrebbe a dare un impulso ulteriore all’economia del Paese contribuendo a modificare quelle situazioni economiche (e di conseguenza politiche) che sono alla base del fenomeno migratorio. L’accordo di pace con l’Etiopia potrebbe contribuire ad estendere questa dinamica a tutta la regione.

Non è un caso, infatti, che già a partire dal 2013 il Governo di Gianni Letta abbia rilanciato l’interesse diplomatico dell’Italia per il Corno d’Africa; il nuovo atteggiamento è stato portato avanti anche dai successivi Governi di Matteo Renzi e Paolo Gentiloni, oltre che dalla visita del Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella.

L’attuale Governo, seppur molto solerte nel distinguersi dall’operato dei predecessori, non può che proseguire sulla linea tracciata nel 2013 da Letta (non è un caso che l’attuale Ministro degli Esteri, Enzo Moavero Milanesi, abbia ricoperto lo stesso ruolo proprio nel Governo Letta), tanto più che, con la stabilizzazione della situazione politica, i giacimenti di petrolio e gas presenti in Eritrea cominciano a fare gola a molti Paesi: sul territorio, infatti, sono già presenti compagnie petrolifere di Stati Uniti (Exxon e Mobil), Gran Bretagna e paesi Bassi (Shell) e Francia (Total). Allo stato attuale manca ancora l’ENI ed è naturale che l’Italia abbia tutto l’interesse a partecipare allo sfruttamento del petrolio e del gas eritrei.

Agli interessi petroliferi sono legate anche ragioni di competizione politica, in particolare con la Francia. È noto come Parigi mantenga uno stretto rapporto politico ed economico con le proprie ex-colonie in Africa; in quest’ottica, la politica italiana potrebbe essere diretta ad impedire che i francesi estendano la propria influenza anche sulle ex-colonie italiane. Con il deteriorarsi dei rapporti tra Roma e Parigi la competizione in Africa, oltre ad essere legata allo sfruttamento delle risorse petrolifere (ENI contro Total), sembra assumere colori neo-coloniali, il tutto a scapito di un reale ed efficiente intervento di lungo periodo per migliorare le condizioni di vita nel Continente ed arginare il flusso migratorio.

L’intera questione, complessa e composta da aspetti economici, storici e politici, dipende in primo luogo dalla buona riuscita del trattato di pace tra Etiopia ed Eritrea. Inoltre, in un futuro più o meno lontano, sia la Francia che l’Italia (che l’intera UE) dovranno fare i conti con gli interessi dei grandi attori internazionali: i classici USA e Russia, da un lato, e i nuovi India e Cina, dall’altro.

Per tentare di approfondire la natura degli interessi italiani nel Corno d’Africa e le ragioni che negli ultimi anni hanno portato Roma ad interessarsi nuovamente all’area, abbiamo parlato con Marco Cochi, analista del Think Tank “Nodo di Gordio” e docente presso la Link Campus University.

 

Il recente riavvicinamento tra Etiopia ed Eritrea rappresenta veramente una svolta nei rapporti tra i due Paesi o si tratta semplicemente di un momentaneo calo della tensione?

Il nuovo corso delle relazioni tra Etiopia ed Eritrea introdotto dal Primo Ministro etiope Abiy Ahmed sembra essere duraturo. A riguardo, va sottolineato che nel giro di soli tre mesi i due Paesi hanno firmato due accordi di pace, l’ultimo dei quali è stato siglato lo scorso 16 settembre a Gedda per rafforzare quello precedente del 9 luglio, che ha posto ufficialmente fine a venti anni di stato di belligeranza tra i due Paesi. Del resto, quando Abiy, in carica dallo scorso aprile, all’inizio di giugno aveva annunciato l’intenzione di rispettare l’accordo di pace di Algeri, che ha posto fine alla guerra del 1998-2000, si era intuito che era in arrivo una svolta nelle travagliate relazioni tra Asmara e Addis Abeba. E quanto accaduto negli ultimi quattro mesi, lascia chiaramente intendere che l’orientamento di entrambe le nazioni è quello di rafforzare la distensione e lasciarsi alle spalle due decenni di accesa animosità e aspre tensioni.

Se come sembra, siamo ad un punto di svolta verso la pacificazione, quali opportunità si aprirebbero per l’Italia, dal punto di vista economico? Quali dal punto di vista politico?

Da qualche anno il Corno d’Africa si è trasformato in una delle regioni più strategiche al mondo per ampliare le rispettive aree di influenza delle potenze esterne, come Stati Uniti, Cina, India, Russia e i paesi mediorientali e anche diverse realtà europee. Tra queste ultime, l’Italia ha l’opportunità di occupare un ruolo da protagonista, soprattutto nel fornire supporto e know-how nella formazione e nel rilancio della produzione agricola, energie alternative, tecnologia, turismo; ma soprattutto nella tutela dei diritti umani e gestione della questione migratoria. La visita del Primo Ministro italiano Giuseppe Conte, che ha l’obiettivo primario di sostenere il processo di riforme politiche e la stabilizzazione economica dei due Paesi, può essere utile a suggellare questo percorso.

In Eritrea sono stati rinvenuti importanti giacimenti di gas e di petrolio: è possibile che il rinnovato interesse italiano per l’area sia legato alle possibilità che aziende come l’ENI potrebbero avere nella regione?

Nel suo “National Progress Report 2016”, il Governo eritreo confermò che la quantità commerciale di riserve di petrolio e gas fosse valutabile in un potenziale di produzione di duecentomila barili di petrolio al giorno, anche se tale dato era stato calcolato per difetto, poiché il pieno potenziale del Paese non è stato completamente sfruttato. È quindi normale che le multinazionali dell’energia e diversi Governi lavorino da tempo nella speranza di mettere le mani sul petrolio e gas eritreo, in primis Arabia Saudita, Cina e Stati Uniti. È evidente che l’Italia e l’ENI, quinto gruppo petrolifero per giro d’affari a livello mondiale, non possono rimanere estranei a questa nuova corsa all’oro nero.  

Quanto l’interesse italiano è legato alle possibilità offerte dalla pacificazione ad aziende che operano nel campo della costruzione di infrastrutture?

Nel rispondere a questa domanda, comincerei con il ricordare che dal 1889 agli anni del dominio fascista, gli italiani costruirono importanti  infrastrutture in Eritrea, come la strada Asmara-Addis Abeba ed una rete ferroviaria che univa Asmara a Biscia ed a Massaua, Massaua a Saati, e Mogadiscio al Villaggio Duca degli Abruzzi. Il nostro Paese vanta quindi anche degli importanti precedenti nell’edificazione di grandi opere nei Paesi del Corno d’Africa, una ragione in più per cui, quando venerdì prossimo arriverà ad Asmara, il Premier Conte ribadirà la volontà italiana di stabilire forme concrete di collaborazione nel settore delle infrastrutture. E questo richiederà il coinvolgimento di aziende italiane operative nello strategico comparto.

È possibile che l’interesse italiano per Etiopia ed Eritrea sia volto a contrastare gli interessi francesi nell’area (Gibuti) e nel resto del Continente, in un’ottica che potremmo definire in qualche modo ‘neo-coloniale’?

Fino dai tempi di Charles De Gaulle, la Francia ha sempre perseguito una politica specifica per l’Africa, basata su una relazione speciale tra Parigi e le sue ex-colonie. Tuttavia, l’attuale Presidente francese Emmanuel Macron, fin dal suo insediamento ha dato segnali di voler abbandonare definitivamente le antiche chimere neo-coloniali e sviluppare una politica volta a realizzare una collaborazione sostenibile e reciprocamente vantaggiosa tra il suo Paese e l’Africa. Una politica non priva di ostacoli, ma necessaria a rimodulare l’approccio di Parigi verso le economie africane in crescita, che rimangono fondamentali per il futuro della Francia. Ma sebbene Macron abbia intrapreso questo nuovo corso di relazioni con l’Africa, l’approccio francese verso il Continente ad oggi rimane ancora post-coloniale. E in questo contesto si sta consumando una contesa diplomatica fra Francia e Italia, tra le quali, negli ultimi tempi i rapporti si sono fatti sempre più tesi. Come confermano le accuse di irresponsabile e cinica rivolte da Macron all’Italia, che chiude i porti alle navi dei migranti. Accuse rispedite al mittente dal Ministro dell’Interno Matteo Salvini, che non ha esitato ad apostrofare come arrogante e ipocrita la politica della Francia. Ma dietro alle schermaglie diplomatiche, ci sono importanti interessi economici, che comprendono il petrolio della Libia, il gas del Fezzan, l’uranio del Niger e i preziosi minerali del Sahel. Oltre a interessi politici che superano il confine della Libia spingendosi ben più a sud, in Niger, dove si concentrano il fenomeno migratorio e gli interessi europei nel Sahel e dove da molti mesi Roma ha deciso di far partire una missione militare. E dopo la pacificazione tra Etiopia ed Eritrea, gli stessi interessi hanno acquistato elevato valore anche nel Corno d’Africa.

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