domenica, Gennaio 24

L’Italia oltre ‘Dublino’, con (tacita) continuità Una proposta di riforma bocciata, tra le richieste disattese dei Paesi mediterranei e gli interessi di Visegrad. Quali prospettive si annunciano in Europa dal fronte ‘gestionale’ delle migrazioni? Intervista a Francesca Longo, Ordinario di Scienza Politica e Docente di Politica dell’Unione Europea all’Università di Catania

0

Due giorni fa, a Lussemburgo, si è tenuta la riunione dei Ministri della Giustizia e degli Interni per discutere, prima del vertice ufficiale che si terrà il 28 e 29 giugno all‘Europa Building’ di Bruxelles, delle modifiche apportate al controverso Regolamento di Dublino (n. 604/2013).

Oggetto di discussioni e critiche, che precedono di almeno 4 anni il ‘Governo del cambiamento’, esso stabilisce le competenza per l’esame delle domande di asilo (presentate in uno Stato membro dell’Unione da cittadini di Paesi terzi o da apolidi) in capo al Paese di primo ingresso.

Con l’efficacia diretta nei singoli Stati che oggi le è propria, questa normativa è stata concepita, all’origine, nel 1990 – cioè prima che fosse istituita l’UE – sotto forma di Convenzione, ed è entrata in vigore 7 anni dopo. Parliamo di tempi in cui i flussi di persone non erano considerati un’emergenza e le persone erano lasciate libere di spostarsi in altri Stati senza previa identificazione: il criterio dello Stato di primo arrivo è, stando alla lettera del testo tuttora vigente, residuale, ossia interviene per evitare, con la circolazione nello spazio europeo del richiedente protezione internazionale, che la stessa domanda sia presentata in più di uno Stato. In base alla gerarchia stabilita dal «Capo III», lo Stato competente a esaminare la domanda sarà, anzitutto, quello in cui abitano i parenti dell’asilante o quello che ha già rilasciato a suo vantaggio un permesso di soggiorno o un visto in corso di validità. I principi dell’unità familiare (un legame spesso difficile, se non impossibile, da dimostrare per chiunque non abbia da esibire prove documentali) e dell’interesse superiore del minore sono oggetto di tutela specifica da parte dello stesso Regolamento: soltanto una volta accertata l’assenza di legami, subentra la logica dello Stato di primo ingresso (Art. 13).

L’attuale situazione vede prevalere,  livello nazionale, l’irregolarità a fronte delle disfunzioni nelle procedure di riconoscimento e tutela del diritto di asilo (in Italia costituzionalmente sancito e non soggetto a condizioni), di una regolamentazione limitata dei canali legali  di ingresso e dell’assenza di accordi bilaterali di integrazione e accoglienza comparabili a quelli siglati, in un significativo esempio di vicinato, tra la Francia e diversi Paesi africani.

Tornando al ‘Sistema Dublino’, un po’ tutti i Paesi vogliono cambiarlo e ne criticano i contenuti, con aggiustamenti diametralmente opposti. Tra strappi diplomatici – l’ultimo appena intercorso tra Italia e Tunisia – e incognite sulla nuova governance migratoria, diversi Paesi, Germania e gruppo di Visegrad compresi, hanno bocciato la proposta di riforma del Regolamento avanzata dalla Bulgaria, mentre sulla dichiarata necessità di proteggere la ‘frontiera esterna’ l’indirizzo di governo della Lega trova sponde favorevoli in Belgio e in Austria (che da luglio presiederà il Consiglio dell’UE).

Nel novembre 2017, il Parlamento europeo ha approvato all’unanimità un testo elaborato un anno prima dalla Commissione, contenente una deroga al principio del primo ingresso in favore di un nuovo «meccanismo di equità» tra gli Stati (ricollocazione automatica delle ‘quote’ di richiedenti che superino del 150% il limite attribuito). Inoltre, il legame con il relativo Stato membro risulta allargato nella sua portata: familiare (esteso a fratelli e sorelle), ma anche formativo e culturale. Con il passaggio di disamina dal Parlamento al Consiglio, presieduto dalla Bulgaria, la proposta di riforma è stata oggetto, tra gennaio e marzo e con l’assistenza del Comitato strategico sull’immigrazione, le frontiere e l’asilo (CISFA), di una rielaborazione. Il 18 aprile, a contestarla – con un «Documento di posizione congiunto» – erano 5 Paesi dellasponda Sud’: Spagna, Italia, Grecia, Malta e Cipro.

Anziché ridurre, come auspicato dai 5, il carico di richieste e procedure da smaltire, la responsabilità ha prevalso sulla solidarietà, in forza di un vincolo decennale (dai 2 anni inizialmente previsti) con il Paese di primo ingresso e di un meccanismo di ricollocamento che si attiverebbe, in via volontaria – perciò: del tutto eventuale – con un sovraccarico del 160% sull’anno precedente e, in via obbligatoria, solo una volta raggiunto il 180%. Anche la penale originariamente stabilita per i respingimenti illegittimi di richiedenti (250.000 euro a persona) è stata abbattuta a 30.000 euro.

Come aveva previsto Chiara Favilli, Docente di Diritto dell’Unione Europea all’Università di Firenze e membro storico dell’Associazione per gli Studi Giuridici sull’Immigrazione (ASGI), “Malgrado la nuova proposta della Commissione, se la risoluzione approvata dal Parlamento europeo lo scorso novembre non sarà condivisa anche dal Consiglio, non ci sarà alcun significativo miglioramento nella gestione del sistema europeo di asilo e le tensioni tra gli Stati membri saranno ricorrenti”.

Di fronte al problema reale della dimostrazione di un legame familiare e all’omessa evidenza, sottolineata a più riprese dalla stessa Favilli, che “ricollocare non è redistribuire, non trattandosi di merce ma di persone”, il sistema comune di asilo sembra girare in folle, senza cambiare un dato di fondo: Dublino ‘serve’ politicamente l’Europa e i suoi componenti statali quale declinazione, ancorché imperfetta e sbilanciata, del principio di sovranità. L’indicatore di un temperamento tra responsabilità e solidarietà fatica a stabilizzarsi su un fattore che rompe con il concetto di ‘frontiera europea’ ed è espressione di un processo globale: la mobilità umana.

Nella riconfigurazione politica dei Governi intorno alla questione migratoria, quali sviluppi si possono prevedere per una problematica che ha il suo centro di tensione nel Mediterraneo e che tipo di compromesso si annuncia per il vertice di fine giugno?

Risponde Francesca Longo, Ordinario di Scienza Politica e Docente di Politica dell’Unione Europea all’Università di Catania.

 

In primo luogo, il problema della riforma del Regolamento di Dublino è sicuramente una ‘chiave’ della struttura della governance delle migrazioni in Europa. Il Parlamento europeo aveva, nei mesi scorsi, approvato una riforma importante. Seppure non fosse perfetto, quel documento avrebbe sicuramente migliorato una delle criticità più forti di questo sistema, cioè il riferimento al Paese di prima accoglienza. Questo meccanismo, fino ad ora, specie nei momenti di grande affluenza, si è rivelato poco utile a gestire gli ingressi in Europa. Era prevedibile, però, che al tavolo di riunione del Consiglio di martedì la proposta si sarebbe arenata.

Perché?

Perché prevedeva, secondo il principio di solidarietà peraltro fissato dal Trattato di Lisbona, una redistribuzione territoriale delle persone che presentano domanda di asilo. Su questo, sappiamo bene che in Europa c’è un ‘muro’, rappresentato in primo luogo dai Paesi di Visegrad, ma non solo da quelli.

È da notare che i partecipanti alla riunione del 5 giugno a Lussemburgo non si sono trovati a discutere la proposta così come approvata dal Parlamento europeo, ma un nuovo testo presentato dal Governo bulgaro, che detiene attualmente la presidenza del Consiglio dell’UE, e che era più riduttivo rispetto a quello varato dal Parlamento. Per esempio, la proposta ‘bulgara’ prevedeva la redistribuzione solo come misura di emergenza, in caso di crisi gravissima. Come si poteva immaginare, la riforma è stata bocciata. Nondimeno, si tratta di un rifiuto bifronte, opposto sia da Paesi come la Spagna, che l’hanno trovata ‘troppo poco’ garantista in termini di solidarietà, sia dai Paesi di Visegrad – come Repubblica Ceca, Polonia e, soprattutto, Ungheria – che la trovavano, invece, ‘troppo’ solidale.

Visualizzando 1 di 2
Visualizzando 1 di 2

L’informazione che non paghi per avere, qualcuno paga perché Ti venga data.

Hai mai trovato qualcuno che ti paga la retta dell’asilo di tuo figlio? O le bollette di gas, luce, telefono? Io no. Chiediti perché c’è, invece, chi ti paga il costo di produzione dell'Informazione che consumi.

Un’informazione che altri pagano perché ti venga data: non è sotto il Tuo controllo, è potenzialmente inquinata, non è tracciata, non è garantita, e, alla fine, non è Informazione, è pubblicità o, peggio, imbonimento.

L’Informazione deve tornare sotto il controllo del Lettore.
Pagare il costo di produzione dell’informazione è un Tuo diritto.
"L’Indro" vuole che il Lettore si riappropri del diritto di conoscere, del diritto all’informazione, del diritto di pagare l’informazione che consuma.

Pagare il costo di produzione dell’informazione, dobbiamo esserne consapevoli, è un diritto. E’ il solo modo per accedere a informazione di qualità e al controllo diretto della qualità che ci entra dentro.

In molti ti chiedono di donare per sostenerli.

Noi no.

Non ti chiediamo di donare, ti chiediamo di pretendere che i giornalisti di questa testata siano al Tuo servizio, che ti servano Informazione.

Se, come noi, credi che l’informazione che consumiamo è alla base della salute del nostro futuro, allora entra.

Entra nel club L'Indro con la nostra Membership

Commenti

Condividi.