lunedì, Ottobre 21

L’Italia nell’ OSCE e le 3 dimensioni della Sicurezza Una strategia di ampio respiro per un momento particolarmente delicato della storia europea: incognite e criticità per l’Italia, Presidente dell’Organizzazione per l’anno in corso. La sponda Sud del Mediterraneo come opportunità presente sullo scacchiere internazionale

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Un mondo che cambia in fretta, una sicurezza ‘tridimensionale’ e una missione volta ad assicurare pace, rispetto dei diritti e stabilità affrontando le crisi in atto, le minacce esterne e inediti fattori di tensione internazionale: su queste linee si è articolato, il 9 marzo scorso, l’intervento del Ministro degli Esteri   Angelino Alfano di fronte ai 15 membri del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, relativo alle priorità dell’Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa (OSCE), di cui l’Italia ha assunto la  Presidenza nel 2018. Tali priorità e aspettative si declinano secondo tre ambiti (o ‘dimensioni’): politico-militare, economico-ambientale e di tutela dei diritti umani, per un’area geografica e settori di intervento ad ampio raggio.

L’Organizzazione, nata in piena Guerra fredda, conta oggi sull’adesione di 57 Stati (in origine 35), dal Canada all’Asia centrale, e trova fondamento giuridico nell’ Atto finale di Helsinki del primo agosto 1975, firmato a 2 anni dall’apertura della Conferenza sulla Sicurezza e Cooperazione in Europa (CSCE, denominazione conservata fino al 1994). Sua ragione costitutiva è la creazione di un dialogo multilaterale di durata, con missioni sul campo di monitoraggio finalizzate a stabilizzare le aree di crisi, a prevenire e comporre i conflitti nonché a promuovere la sicurezza e la cooperazione nel continente europeo e ai suoi confini.

Gli impegni assunti dall’OSCE sono in linea con  gli assunti della Strategia europea in materia di sicurezza, documento programmatico del Consiglio dell’UE firmato, nel 2003, dall’allora Alto Rappresentante Javier Solana. A 5 anni di distanza, nella Relazione di attuazione alla Strategia si legge che «il rispetto della sovranità, dell’indipendenza e dell’integrità territoriale degli Stati nonché la pacifica risoluzione delle controversie non sono negoziabili».  Con continuità di visione, la portata di questa affermazione assiste l’idea «comprensiva» e «indivisibile» di sicurezza posta a fondamento di ogni attività dell’OSCE.

I suoi Paesi membri (praticamente il ‘Nord’ del mondo, da Est a Ovest) sono legati a una ‘mission’ di pace e cooperazione amichevole capace di estendersi geograficamente oltre l’ambito europeo, secondo principi conformi allo Statuto dell’ONU. Tutto ciò comporta un – difficile – bilanciamento tra diritti fondamentali, diritto all’«autodeterminazione dei popoli», sovranità territoriale e non ingerenza negli affari interni dei singoli Stati.

La ‘sicurezza’ dell’OSCE, attualizzata a partire dagli anni ’90 (con la Carta di Parigi per una nuova Europa) include il ‘peace-keeping’ (pensiamo alle missioni in Georgia e Moldavia, in Bosnia-Erzegovina a fianco di SFOR e IFOR), la promozione dei diritti umani e la stabilità dei territori, da attuare anche mediante una cooperazione economica e ambientale – una sua ulteriore dimensione. Rispetto a una soluzione della crisi Ucraina e nelle aree interessate dai cosiddetti ‘confitti protratti’ – come il Nagorno-Karabakh, tuttora conteso tra Armenia e Azerbaijan – la Presidenza italiana ha assicurato, in occasione del discorso pronunciato a Vienna l’11 gennaio presso il Consiglio permanente dell’OSCE, il massimo impegno.

Organizzata secondo un ambito governativo (al cui vertice troviamo un Consiglio dei Ministri degli Esteri, un Consiglio permanente di Ambasciatori e un Segretario Generale) e parlamentare (con un’Assemblea formata dalle varie delegazioni nazionali), con 16 missioni attive (in Europa orientale e nelle ex-repubbliche sovietiche) e in partenariato con diverse organizzazioni internazionali e regionali,  l’OSCE prevede una complementarietà dell’eurasia con la dimensione geopolitica aperta al Sud del Mediterraneo. La sicurezza euro-mediterranea appare per l’Italia, nel discorso di gennaio e sulla scia della Conferenza di Palermo del 24 e 25 ottobre 2017.  Ciò comporterebbe, nella prospettiva di futuri scenari, una risposta in grado di combattere in modo più trasparente ed efficace le attività legate al traffico di beni e di esseri umani, oltre a una potenziale riattivazione di circuiti economici e produttivi – essenziali anche alle ricostruzioni post-conflitto, uno degli obiettivi dell’OSCE – che oggi soffrono dello sbarramento dei confini europei.

Tuttavia, afferma Alfano, «per perseguire obiettivi concreti e duraturi è necessario il contributo responsabile di tutti gli Stati Partecipanti. Per poter funzionare, l’OSCE deve poter disporre di risorse adeguate, certe e prevedibili, che possono essere garantite solo da una tempestiva approvazione del Bilancio unificato 2018».

Come ha fatto notare Lamberto Zannier, ex-Segretario generale e attualmente Alto Rappresentante OSCE per le Minoranze nazionali, «La Presidenza italiana dell’OSCE nel 2018 coinciderà con ogni probabilità con una delle fasi più delicate della vita dell’Organizzazione». l’impulso offerto dal Governo italiano e dalle sue rappresentanze diplomatiche e parlamentari interessa processi fondamentali all’equilibrio dei rapporti intercontinentali: tra Europa, Paesi atlantici e Russia, passando per i Paesi africani e il Medio Oriente.

 Questi processi interessano la costruzione di un legame tra sicurezza e diritti umani, che non solo sul campo delle missioni, ma a livello istituzionale e di Cooperazione mediterranea rimane un problema. Di fronte all’incapacità di rispondere politicamente, su scala globale, al fenomeno dei flussi migratori (a tacere dell’evidenza che migrazioni e conflitti sono realtà fortemente collegate), la ‘dimensione umana’ affermata dalla Carta di Parigi e più volte ribadita nei discorsi ufficiali e negli atti programmatici, risulta compressa, quando non del tutto scavalcata.

In un momento in cui la politica estera, come hanno evidenziato le ultime elezioni, fatica a recuperare centralità nel dibattito politico interno, l’Italia assume un ruolo ufficiale di guida al centro dei conflitti internazionali e deve, per questo, ricorrere a tutte le sue risorse e capacità diplomatiche: facilitatore europeo all’interno dell’Alleanza atlantica, si trova, per riprendere l’espressione di Zannier, ad agire da «ponte tra potenziali avversari», mantenendo la dovuta distanza tra gli attori coinvolti.

 Oltre a una diversa percezione delle missioni nei Paesi che le ‘ospitano’ (tendenti a privilegiare l’aspetto cooperativo e di assistenza economica) e a livello centrale indirizzo politico-istituzionale, le difficoltà si presentano sono anche di ordine materiale, in quanto i membri dell’OSCE (e la stessa UE, che ha competenze talora sovrapposte in fatto di economia e sicurezza politico-militare) investono poco in questa membership, e secondo le proprie rispettive esigenze, rispecchiando sul piano organizzativo vecchie e nuove divisioni a scapito del fine dichiarato della stabilità. Un caso emblematico è dato dalla diffidenza della Russia e dai relativi divieti di ingresso in Crimea per gli osservatori della Missione speciale di monitoraggio in Ucraina.

Nonostante i vertici e le occasioni di dialogo interministeriale seguano a rinnovarsi, c’è da chiedersi se l’ampia visione a tre dimensioni dell’OSCE, capace potenzialmente di avvicinare regioni del mondo storicamente contrapposte una all’altra, possa trarre vantaggio, oltre che da una volontà politica di Paesi che beneficiano di un’attenzione particolare alla propria sovranità, da una più robusta soggettività giuridica in capo all’Organizzazione.

Per la Presidenza italiana è presto per pronunciarsi, a 4 mesi di distanza, su un primo bilancio di attività. L’apertura a Sud, con una «maggiore attenzione alle sfide e alle opportunità provenienti dal Mediterraneo» e a un sistema di accoglienza unificato e al passo coi tempi, potrebbe essere una strada percorribile per avviare questo processo. Con tutte le forze in campo.

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