lunedì, Ottobre 26

L’Italia, le rotte dell’Africa e le logiche comuni della criminalità organizzata Intervista ad Alessio Postiglione, giornalista e co-autore di ‘Sahara, deserto di mafie e jihad’

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Se immaginiamo l’universo della criminalità organizzata nell’area mediterranea come una curva orizzontale che ha origine al di là dell’Atlantico e attraversa l’Africa, per poi toccare l’Europa e imboccare la via dei Balcani, il concetto di sicurezza delle nostre frontiere va in frantumi. Si tratta, tuttavia, di una realtà. Una realtà dinamica, che permette di cogliere gli interessi legati al traffico di beni e di esseri umani, grazie a una connessione esistente tra mafie e realtà jihadiste.

Occorre, in questa prospettiva, considerare la commistione di interessi materiali e il fatto che un’ideologia, nella sua ostentazione, serve un effetto concreto: fare affari. L’esaltazione di una tradizione via via ricostruita con ingredienti specifici, unitamente al pragmatismo e a una capacità narrativa di cooptazione capace di andare contro l’ordine occidentale legalizzato (di matrice liberale) – in vista di un nuovo ordine – è la chiave per comprendere le somiglianze tra il mondo delle mafie e quello dei terroristi. È anche l’argomento del saggio, pubblicato lo scorso maggio da Castelvecchi, ‘Sahara, deserto di mafie e jihad’, scritto a quattro mani da Alessio Postiglione e Massimiliano Boccolini.

Entrambi giornalisti, gli Autori indagano su questioni e processi inerenti ai rapporti taciuti tra mafie nostrane e internazionali, gruppi jihadisti, traffici illeciti e movimenti africani di liberazione, confrontando dati di indagine e storie personali – ‘camaleontiche’ – di esponenti criminali con i riscontri di diverse agenzie di intelligence e della nostra Direzione Nazionale Antimafia. Nello scenario tracciato, i confini dell’Europa e dell’Italia si estendono a ritroso, attraverso il Sahara e la sua ‘riva’ saheliana, fino alla Guinea Bissau, per toccare il Sudamerica.

Alessio Postiglione, che è anche docente di comunicazione politica presso l’Università Internazionale ‘Guido Carli’ (LUISS) di Roma, lo scorso 15 ottobre è stato invitato a New York per un’audizione sul tema presso la IV Commissione delle Nazioni Unite, in qualità di esperto del Sahara occidentale.

 

Postiglione, nel libro si fa riferimento all’ipotesi di un ‘Lodo Moro 2’.  Rispetto al contesto italiano degli anni Ottanta, quali sono i principali ingredienti che collegano, nell’attuale contesto, la pax mafiosa’ alla ‘pax terroristica’?

Il ‘Lodo Moro 2’ è un’ipotesi ventilata da alcuni studiosi di intelligence, che operano una lettura dei fatti tendenzialmente legata agli arcana imperii.  Per non cadere nel retroscenismo, se non proprio nel complottismo, dove qualsiasi teoria finisce per essere valida al di là di ciò che empiricamente riusciamo a misurare e verificare, direi che il fatto che l’Italia sia ad oggi rimasta vergine rispetto ad attentati di tipo terroristico è da imputare soprattutto alla bontà dei nostri Servizi segreti. Dico questo considerando anche la ‘prova del fuoco’ degli anni Settanta, che videro i nostri Servizi impegnati contro il terrorismo e un’organizzazione come le Brigate Rosse, ferme restando le connessioni fra terrorismo e antimafia: diversi episodi, da Portella della Ginestra al cosiddetto ‘Caso Cirillo’, paventavano già allora trattative o convergenze tra mafie e terroristi. Diciamo, perciò, che non abbraccio opzioni retrosceniste riguardo al Lodo Moro 2. Al momento, possiamo ritenere di essere rimasti integri rispetto ad attentati di tipo terroristico per una serie di motivi legati all’intelligence e al fatto che, comunque, la presenza di giovani generazioni di foreign fighters è un fenomeno che in Italia non c’è.

Quali sono i motivi di questa assenza per un contesto prossimo per geografia, eppure così diverso da quello dei nostri vicini d’oltralpe?

In Italia abbiamo una migrazione che si è localizzata sul territorio da meno anni. Pertanto, non possiamo pensare a fenomeni di radicalizzazione come quelli che hanno visto le nuove generazioni francesi protagoniste nelle banlieues. Puntualizzato questo aspetto di merito, è ovvio che possa esistere una convergenza tra gruppi jihadisti e gruppi appartenenti alla criminalità organizzata. I secondi, come avviene da sempre in Italia, puntano a una ‘pax mafiosa’ per perpetrare i loro crimini e traffici illeciti fondamentalmente in tranquillità. La liaison c’è, in quanto sia jihadisti che mafie tout-court vivono di economia mafiosa. Anzi, l’economia stessa dei jihadisti è un’economia di tipo mafioso.

Come si articola, in concreto, questo legame?

Nel libro ricostruisco la biografia di una serie di personaggi che, nella vita, sono stati tutto e il contrario di tutto. Ad esempio, Mokhtar Belmokhtar, noto come ‘Mr. Marlboro’, nasce come contrabbandiere di sigarette e si dedica a vari traffici illeciti nel Maghreb islamico, in contatto con le mafie. La circolazione di beni illegali è, fondamentalmente, questa: le camorre e la mafie italiane trattano ad esempio armi, l’oppio proveniente dall’Afghanistan o la cocaina, che prima proveniva dalla Colombia e arrivava in Italia passando per la Spagna.  Anche in Spagna, peraltro, c’era un rapporto di collaborazione fra terroristi e sigle indipendentiste nonché criminali: citiamo la liaison tra le FARC, già milizie rivoluzionarie colombiane, e il partito indipendentista basco Batasuna. Anche le FARC si mantenevano strutturalmente attraverso la cocaina. Oggi questa droga proviene soprattutto dal cartello di Sinaloa (Messico): la cocaina messicana arriva a Milano, o nelle altre principali piazze di spaccio italiane gestite dalla mafia, transitando per l’Africa. La sua rotta collega il Venezuela alla Guinea Bissau, dove è presente una ‘comunità’ venezuelana dedita a gestirne il traffico.  Nel saggio si parla anche di una sovrapposizione fra gruppi chavisti e gruppi legati al fondamentalismo islamico. Tarek el Assaimi, attuale Vicepresidente del Venezuela, è considerato da americani e israeliani come il boss di Hezbollah che ha permesso una fitta rete di traffici criminali, nonché di addestramenti da parte di mujāhidīn appositamente reclutati, che avveniva in Venezuela . Il padre Carlos, uomo del Ba’th di Saddam Hussein, si è poi legato a Hezbollah e all’Iran e operava nella gestione dei passaporti per consentire a una serie di profughi di origine siriana di andare in Venezuela e creare queste cellule. Ecco così creata una sovrapposizione tra contesti eversivi di estrema sinistra riferibili al mondo del chavismo e le mafie islamiche.

Esistono forme di radicamento, sul territorio italiano, delle retoriche jihadiste e c’è un nesso con gli sbarchi?

In questo momento, l’Italia sembra svolgere una funzione ‘classica’ nella geografia del potere delle mafie internazionali. Ad esempio, sono stati individuati focolai para-jihadisti nel Mezzogiorno. Napoli, in particolare, è sempre stata la capitale dei documenti contraffatti. Una notizia di poche settimane fa riguarda l’inchiesta relativa a una persona originaria del Ghana settentrionale che, appunto, si occupava di costruire passaporti falsi attraverso la manodopera e il know-how della camorra. Passaporti per chi? Migranti, probabilmente, forse anche foreign fighters o jihadisti.  Siamo consapevoli che nel flusso dei migranti ci possono essere membri di cellule legate a qualche gruppo terrorista. Non si tratta, beninteso, unicamente di decostruzioni ex post fatte a livello di intelligence o di inchieste: basta leggere Dabiq o Rumiyah, le riviste ‘ufficiali’ dell’IS, che fanno riferimento anche ai flussi migratori come fattore di destabilizzazione dell’Europa. Senza cedere a pulsioni di tipo populista o xenofobo, diciamo solo che c’è un tema di sicurezza legato alla mobilità delle persone che – principalmente, per questo aspetto – dal Medio Oriente giungono in l’Italia. Nota è ormai anche la parabola di Anis Amri, il boia dell’attentato di Berlino di un anno fa, morto a Milano, dove è stato bloccato, e probabilmente diretto verso la Sicilia, dove in passato fu arrestato per piccoli crimini e detenuto. Ciò che abbiamo osservato e che, oggi, possiamo ricostruire relativamente ad Amri, è l’esistenza di un fenomeno di radicalizzazione all’interno del carcere paragonabile a quanto accadeva negli anni Settanta con le BR, quando un loro membro esagitato strutturava, soprattutto durante la sua prigionia, una vera e propria ideologia eversiva del terrore contro lo Stato. Questo fenomeno di radicalizzazione sta producendosi anche oggi nelle carceri italiane : sappiamo di persone provenienti dal Nordafrica, detenute per banalissimi casi di spaccio di hashish o erba, che si radicalizzano in prigione. Lo spazio carcerario diventa, esso stesso, ‘brodo di coltura’.

Quindi, per tornare al ‘Lodo Moro 2’, diciamo che è una possibilità. Diversi autori e giornalisti – Lucia Annunziata compresa – ne hanno parlato. Personalmente non credo che oggi sia attivo un processo simile, perché il primo si infranse con l’attentato di Fiumicino (1985). Se neppure i terroristi irreggimentati nell’ambito dell’ideologia marxista-leninista del Fronte Popolare di Liberazione della Palestina  – dal punto di vista ideologico, erano un’altra cosa –  erano persone affidabili con cui fare accordi, con i personaggi che oggi, in date circostanze, attraversano l’Italia, questa operazione risulta ancora più improbabile. Si tratta di personaggi esagitati e volatili, fermo restando che anche qui bisogna distinguere fra il vertice della piramide criminale e la sua base.

In che cosa si distingue l’élite criminale dalla manovalanza?

Sotto il primo profilo, prendiamo il caso di IS, i più salafiti di tutti: stiamo parlando di personale sunnita ex-Ba’th, cioè il partito laico socialista di Saddam, i quali, rimasti scalzati dal nuovo ruolo che hanno avuto gli sciiti in Iraq, si sono riconvertiti sotto le insegne di Mohammed. Quindi, in realtà, come spesso succede, la base segue alcune ideologie, perciò c’è un elemento di radicalizzazione religiosa che dovrà essere analizzato tenendo presenti i parametri della religione: se ti fai saltare in aria, non lo fai per il petrolio, ma per una concezione distorta di Dio. I vertici della piramide, invece, sono personaggi la cui ideologia è funzionale a un’operazione di legittimazione di fronte alle masse. Riprendendo il caso di Mr. Marlboro, Belmokhtar è stato un ufficiale dei servizi segreti laico, legato a Gheddafi e simpatizzante del suo ‘Libro verde’, per poi combattere in Afghanistan in veste di talebano… Allora il dato qual è? Una persona che ha messo da parte ingenti ricchezze, maturate attraverso un’economia di tipo criminale, in passato si giustificava con il socialismo; oggi, quando conviene giustificarsi con il jihad, è jihadista. Se, però, avessimo possibilità di dialogare con lui, Mokhtar Belmokhtar, magari davanti a un bicchiere, ci confesserebbe di infischiarsene sia di Mohammed che del socialismo: a muoverlo sono interessi eminentemente materiali.

Lo scollamento tra vertice e ideologia diffusa interessa anche aspetti istituzionali del potere?

L’idea che il terrorismo sia un fenomeno spontaneo, prodotto da persone aventi una visione distorta di Allah, è un’opinione alimentata dai media. La loro isteria si concentra sul pazzo che decapita le persone. In realtà, così facendo si veicola una visione superficiale di un fenomeno che, invece, è organizzato, indirizzato e alimentato dagli Stati. Diversi attori nazionali, per rafforzarsi, hanno fatto ricorso a strumenti  leciti e illeciti. In passato, per ciò che interessa la storia dell’Italia repubblicana, le mafie sono state utilizzate come attore politico nell’ambito di un fenomeno di nation building. Sappiamo oggi che Garibaldi, a Calatafimi, si appoggiò alla mafia per consentire lo sbarco dei Mille. La mafia , perciò, è qualcosa di organizzato che ha addirittura la pretesa di essere contro-statuale. Il giurista italiano Santi Romano, padre storico di una visione pluralista degli ordinamenti, parlava delle mafie come di organismi dotati di autonomia e sovranità paragonabili allo Stato. Questo ruolo specifico delle mafie, che abbiamo visto all’opera anche in Italia secondo dinamiche che, di fatto, la vedono agire come un attore politico (pensiamo soltanto al Maxiprocesso di Palermo), esiste anche all’estero.

Sicuramente, il brodo di coltura di tutti gli jihadismi è formato da visioni molto rigide e letterali del Corano, che circolano grazie alla scuole neo-hanbalite come i salafiti o i wahhabiti, in modo principale. Questo è il tessuto culturale di cui mi occupo nel libro, soprattutto nel Sahara e nel Sahel – benché il discorso interessi anche, nella specificità di quei contesti, il corridoio criminale che collega i Balcani al Caucaso.

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