martedì, Novembre 12

L’Italia in Libia dice STOP! Attività petrolifere già ferme da mesi “Con le mie strutture sono evidenza e testimonianza oggettiva di quello che sta accadendo,proprio operando sui pozzi di Mellitah Oil & Gas”, “l’Italia se l’è cercata”. Così nell’intervista esclusiva con Michele Marsiglia, Presidente di FederPetroli Italia

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Martedì sera un un deposito della Mellitah Oil & Gas, joint venture tra National Oil Corporation (Noc) e l’italiana Eni, è statodistruttoin un raid aereo condotto su Tajoura, a est di Tripoli. Lo ha confermato la Noc in una nota pubblicata sul proprio sito web, precisando che tre dipendenti della Mellitah Oil & Gas sono rimasti lievemente feriti. La compagnia libica parla di ‘significativi danni materiali’.

«E’ un’altra perdita tragica causata da questo conflitto inutile», ha commentato il Presidente della Noc, Mustafa Sanalla. «L’infrastruttura della Noc è stata distrutta sotto i nostri occhi. Le vite dei lavoratori del settore petrolifero sono continuamente messe a rischio, così come la prospettiva di mantenere la produzione di petrolio. Collaboreremo con le autorità locali per accertare l’origine di questo attacco ingiustificato. Questi crimini ripetuti non possono rimanere senza risposta», ha dichiarato.

Secondo la Noc, si tratta del quarto attacco contro suoi impianti dall’inizio dell’offensiva contro Tripoli lanciata, il 4 aprile, dalle forze del generale Khalifa Haftar. La NOC, ieri ha dichiarato che un «gruppo di circa 80 militari sotto il comando del generale Abdullah Nur al-Din al-Hamali di LNA è entrato nel porto il 5 giugno, assumendo un edificio e convertendolo in uso militare».
Per altro, gli avvertimenti di NOC risalgono già a giorni fa, quando la compagnia si era detta preoccupata  «per un aumento della presenza militare all’interno di uno dei terminali petroliferi chiave del Paese, Ras Lanuf». Gli analisti sottolineano che «gli investitori non hanno pienamente valutato l’aumento del rischio che la lotta in Libia possa causare una grave interruzione del rifornimento di petrolio».
«La presenza di forze all’interno del terminale rappresenta un rischio inaccettabile per i dipendenti. Ciò rende il terminale un potenziale bersaglio militare, rischiando così la distruzione delle infrastrutture petrolifere libiche – e la conseguente crisi economica che ne conseguirebbe. Se le valutazioni dei rischi mostrano che la presenza militare continua rappresenta un rischio per i dipendenti, NOC prenderà misure per proteggerli, anche ritirandoli dal terminal petrolifero», il che si tradurrebbe in blocco delle attività.

Michele Marsiglia, Presidente di FederPetroli Italia, -associazione di categoria che raccoglie le aziende dell’indotto Eni e della compagnia libica Noc- ieri, in una nota stampa, ha dichiarato  «Un attacco alla Libia ma in primis un forte segnale di attacco all’Italia»,  sottolineando come ENI sia il  «primo ed unico partner con l’azienda petrolifera nazionale National Oil Corporation».

Per altro, nelle stesse ore ENI è stata al centro di un quasi ‘giallo’ riferito da ‘The Wall Street Journal: la compagnia petrolifera ha respinto un carico di greggio sospettato di essere greggio iraniano, per tanto sottoposto alle sanzioni americane. Il carico era destinato alla raffineria di Milazzo, in Sicilia, a bordo di una nave battente bandiera della Liberia, la White Moon, rispedita indietro al mittente, la Nigeria Oando PLC. Il capo del trading petrolifero di Eni, Alessandro Des Dorides, che ha supervisionato la commessa è stato licenziato tre settimane fa, anche se la società ha dichiarato che il licenziamento non ha nulla a che fare con questa vicenda.

FederPetroli Italia, è l’associazione di categoria che raccoglie le aziende dell’indotto Eni e della compagnia libica Noc, il suo Presidente, Marsiglia, nella nota di commento dell’attacco ha dichiarato  «una notizia che ci lascia non indifferenti e ci costringe a questo punto a bloccare qualsiasi tipo di operazione in Libia». «Quando una fazione o l’altra arriva ad attaccare la risorsa strategica petrolifera di un Paese, vuol dire che la situazione non ha più controllo e, questo può essere solo in primo passo ed avvertimento su eventuali attacchi ad infrastrutture strategiche della produzione petrolifera in Libia».

L’avvertimento che l’attuale escalation di violenza potrebbe portare a un conflitto più ampio per il controllo delle risorse petrolifere del Paese  era già stato avanzato chiaramente nelle scorse settimane direttamente dalle fonti libiche. Le entrate derivanti dalle esportazioni di petrolio  confluiscono ancora nella Banca centrale della Libia a Tripoli, che lavora a fianco della GNA, il Governo di Accordo Nazionale. La National Oil Corporation (NOC), che domina il settore petrolifero del Paese, ha cercato di rimanere fuori dai conflitti politici e rimanere un’istituzione neutrale.

Il Governo orientale non riconosciuto alleato di Haftar ha istituito un NOC parallelo a Bengasi che ha ripetutamente cercato di vendere petrolio libico sul mercato estero.Tali tentativi sono stati ostacolati da una risoluzione del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite che impedisce le esportazioni illecite di petrolio greggio.

Rapporti recenti indicano che Haftar ora sta militarizzando le installazioni petrolifere nella regione della mezzaluna petrolifera e ha iniziato a utilizzare i porti petroliferi per le attività belliche. Haftar, nel quale potrebbe essere disposto a trascinare il controllo sulle esportazioni e sulle entrate petrolifere della Libia nel conflitto in corso.

Tre elementi emergono nel breve quanto durissimo comunicato tutto politico di FederPetroli Italia:  il ‘forte segnale di attacco all’Italia’ e primo passo verso attacchi alle strutture petrolifere, il  blocco di qualsiasi tipo di operazione in Libia’. Su questi due passaggi abbiamo deciso di scambiare qualche chiacchiera con il Presidente Marsiglia, uomo che molto bene conosce la Libia, almeno tanto quanto conosce la Farnesina e i ‘contorcimenti’ dell’attuale politica estera italiana in quel pezzo di Africa.

 

Lei, Presidente, ha dichiarato in un comunicato stampa che l’attacco al deposito di Mellitah Oil & Gas, (Eni e National Oil Corporation) «costringe a questo punto a bloccare qualsiasi tipo di operazione in Libia». Bloccare le attività che significa? Che le vostre aziende bloccheranno le attività?

Fin quando la situazione su questo ultimo air-strike non è chiara, tutto si blocca, anche il dialogo. Vogliamo capire se questo attacco è stato intenzionale o no, per non parlare di questa notizia che è stata nascosta e falsata mediaticamente, fino a quando è partito con un lancio stampa il nostro comunicato, a quel punto non si poteva più nascondere niente. ‘Bloccheranno’ è futuro, le attività sono ferme già da qualche mese. Le dirò di più, alcune aziende e contrattisti hanno attività bloccate da anni. Ieri abbiamo voluto dare un segnale che con una situazione di attacco ad un deposito riferito all’indotto strategico petrolifero, la situazione è fuori controllo. Quindi se nel periodo del Ramadan la situazione sembrava essersi calmata, oggi è solo all’inizio.

Questo blocco quali ripercussioni avrà dal punto di vista economico e di forniture per l’Italia?

Esiste una fase di stallo ed è giusto diffidare delle aziende dell’indotto che danno comunicazioni che in Libia tutto sta procedendo nella normalità delle operazioni. Centinaia di pozzi e siti in produttivi sono fermi da mesi e mesi. Certo come ripetiamo da tempo, stiamo subendo un danno economico elevatissimo, alcune aziende si ritrovano con i conti pignorati da parte degli stessi fornitori, un effetto domino che forse bisognerebbe illustrarlo in tutta la sua complessità.

Eni ha fatto sapere di non risentire di questo attacco. Come si spiega? e perché voi arrivate addirittura a dichiarare la necessità di bloccare le attività?  

FederPetroli Italia si prende tutta la responsabilità di quello che dichiara, come Eni farà da singola compagnia petrolifera. Il problema sta nel fatto che la responsabilità maggiore sta nelle parole del sottoscritto, che con le mie strutture sono evidenza e testimonianza oggettiva di quello che sta accadendo, insieme a tante altre aziende e, proprio operando sui pozzi di Mellitah Oil & Gas. A questo punto, qualcosa non torna, o sono io che dico bugie …..o qualche altro deve fare un esame di coscienza.

Lei ha dichiarato che l’attacco è un segnale all’Italia. Ci spieghi meglio

Mellitah Oil & Gas è una grande joint-venture tra NOC (National Oil Corporation) ed Eni, un colosso formato da due major energetiche di Stato. La struttura aziendale è stata creata appositamente per sviluppare le risorse petrolifere libiche e renderle operative. Primo partner commerciale strategico è l’Italia con la nostra Eni, le altre società petrolifere non hanno questo tipo di trattamento ma operano singolarmente. Da una nostra interpretazione è stato dato un piccolo e significativo segnale all’Italia, per adesso.

Come sta messa l’Italia che a questo punto, dopo le prese di posizioni ‘ambigue’ in questi ultimi mesi, è tra due fuochi, da una parte Haftar dall’altra Serray?

Diciamo che l’Italia se l’è cercata, forse la nostra politica interna si è focalizzata più sui voti nelle singole regioni che sulla politica estera, tralasciando interessi economici strategici così come in Libia in altri Paesi. La questione migratoria è alla base di tutto, specialmente nei confronti della Libia, il comportamento che abbiamo nel nostro Paese, ad effetto boomerang si paga, specialmente oggi in Libia e, non mi sembra tanto strano che ci siamo dal Mondo arabo questo do ut des.

E’ a rischio la nostra presenza petrolifera in Libia?  

E’ a rischio la presenza delle aziende italiane. STOP Non stiamo parlando solo di Petrolio e Gas, ma di un comparto industriale, commerciale e finanziario a rischio. Basta fare un bilancio negli ultimi tre mesi e si può vedere che aziende italiane che operavano in Libia cinque anni fa, sono scomparse dal Paese arabo.

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