mercoledì, Agosto 21

L’Italia e l’educazione sessuale

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Come avrebbe reagito l’Italia dinanzi alla messa in onda di un cartone animato che affronta la tematica dell’educazione sessuale? Probabilmente l’opinione pubblica si sarebbe spaccata in due, come attualmente già sta facendo anche se in maniera più velata, tra favorevoli e contrari. In Svezia, primo Paese in Europa a rendere obbligatoria l’educazione sessuale, la diffusione di un cartone animato con protagonisti un pene e una vagina, andato in onda durante il programma per bambini Bacillakuten, ha causato grande scalpore. Era il 1955 quando lo Stato svedese decise di investire grandi risorse in questo ambito, permettendo agli studenti, già dai 12-13 anni, di avere un primo approccio con il sesso.

Dopo la Svezia moltissimi altri Paesi europei hanno seguito il suo esempio: in Olanda i primi programmi nelle scuole sono stati istituiti già dagli anni ’60, la Danimarca ha reso obbligatoria l’educazione sessuale nel 1970, subito dopo sono arrivate Francia, Germania e Austria. Anche in Inghilterra, Galles e Scozia vengono organizzati regolarmente dei programmi di studio di educazione sessuale dai quali gli studenti non possono astenersi.

L’Italia, invece, è rimasta tremendamente indietro, anche se più volte sono stati fatti tentativi per cercare di inserire l’educazione sessuale all’interno dei programmi scolastici.

Il primo, ad opera del Partito Comunista nel 1975, fu la presentazione di un disegno di legge, firmato dal deputato Giorgio Bini, che non riuscì mai ad andare oltre la discussione in Commissione. Si è tentata anche la distribuzione di opuscoli illustrati che spiegassero agli adolescenti cosa fosse l’Aids. Silver, creatore di Lupo Alberto, fu incaricato dal Ministero della Sanità di creare questi opuscoli, più di 300.000 copie in cui il personaggio dei fumetti spiegava come indossare un preservativo.

«Questo opuscolo non porta sfiga», si legge al suo interno, «leggerlo non provoca effetti collaterali indesiderati, al contrario! Luigi di Modena l’ha letto e l’ha fatto leggere ai suoi amici e tre giorni dopo ha ricevuto un invito a cena da Monica che prima non se l’era mai filato. Sandro da Grosseto l’ha buttato via senza leggerlo e due giorni dopo gli è venuta così tanta forfora che nella disco dove ballava hanno deciso di organizzare una gara di slalom gigante. Non provocare la sorte! Leggi e diffondi questo opuscolo!».

Come ti frego il virus’ è stato il titolo dato al libretto che, appena giunto nelle aule, fu subito ritirato dal Ministero dell’Istruzione, con grande disapprovazione del Ministro della Sanità Francesco De Lorenzo. La motivazione fornita era banale: l’iniziativa non era stata concordata dai due Ministeri. Probabilmente una scusa, come lo stesso De Lorenzo ha pensato, ma il Ministero dell’Istruzione, presieduto prima da Riccardo Misasi e poi da Rosa Russo Iervolino, fu irremovibile. Non solo vengono ritirati tutti gli opuscoli dalle scuole ma ne vennero distribuiti altri dal titolo ‘Non ho l’età!’. A scendere in campo, furono il coordinamento donne della Cgil, l’Associazione A sinistra e l’Uicemp, Unione Italiana Centri Educazione Matrimoniale e Prematrimoniale, che hanno scelto di abbandonare i toni scherzosi e, a volte, scurrili adottati dall’opuscolo di Lupo Alberto, in favore di un’istruzione più seria. Distribuito nelle scuole in circa 300.000 copie il libretto si proponeva di educare e preparare gli studenti non solo all’uso del preservativo ma anche agli altri metodi contraccettivi e educarli in fatto di malattie veneree.

Un passo avanti e due indietro, l’Italia ha continuato a proseguire su questa linea nei vent’anni successivi, fino ad arrivare alle pesanti dichiarazioni di Papa Benedetto XVI, del 10 Gennaio 2010: «non posso passare sotto silenzio un’altra minaccia alla libertà religiosa delle famiglie in alcuni Paesi europei, là dove è imposta la partecipazione a corsi di educazione sessuale o civile che trasmettono concezioni della persona e della vita presunte neutre, ma che in realtà riflettono un’antropologia contraria alla fede e alla retta ragione».

L’Italia resta uno dei pochissimi Paesi occidentali in cui non esiste una legge che regolamenti l’educazione sessuale. Arriviamo anche dopo il Pakistan, Stato in cui rispetto e difesa della donna sono tutt’altro che garantiti, ma nel quale esistono corsi di educazione sessuale promossi dall’Organizzazione Non Governativa Village Shalabad, ai quali partecipano circa 700 ragazzine.

L’unico modo che abbiamo noi insegnanti di fare educazione sessuale qui in Italia”, ci dice Maria Rosa Castano, docente di scuola secondaria di primo grado, “è attraverso iniziative individuali. I ragazzi hanno la necessità di conoscere ed essere istruiti su questi argomenti, non solo dai genitori ma anche da esperti come psicologi o sessuologi. Senza una corretta informazione si corre il rischio che si rivolgano ad amici più grandi o, nel peggiore dei casi, a internet“.

La rete, oggigiorno, resta il mezzo più facile e sicuramente più utilizzato dagli adolescenti per cercare informazioni, ma questo spesso può far nascere convinzioni sbagliate. Non tutto ciò che si trova su internet è corretto o preciso e questo può essere rischioso per i giovani utenti che si approcciano al sesso per la prima volta.

“È necessario che i ragazzi vengano educati alla sessualità ma anche all’affettività”, prosegue la Castano “e la chiave giusta per farlo è quella del dialogo. Spesso sono gli stessi genitori a non essere d’accordo con questo tipo di insegnamento, perché reputano i propri figli troppo piccoli. La realtà è che non esiste un’età giusta per affrontare questo tipo di argomenti, l’età giusta è quando il bambino o ragazzino inizia a porsi delle domande, ognuno con la propria maturità. In questi momenti il genitore o il docente deve farsi trovare preparato, è fondamentale, infatti, dare delle risposte molto serie, senza dire bugie”.

Sulla stessa lunghezza d’onda è anche la Maria Rizzo, mamma e specializzanda in ginecologia: “Noi pratichiamo in media circa 6 interruzioni di gravidanza a settimana, anche a ragazze molto giovani, se ci fossero dei seri programmi per l’insegnamento dell’educazione sessuale molti di questi interventi si potrebbero evitare. Da mamma vorrei che mio figlio avesse la possibilità di essere istruito anche in questo ambito, sarebbe anche un modo per vivere in maniera più serena e consapevole il sesso”.

La strada da percorrere in questo ambito è ancora lunga, ma un altro piccolo passo in avanti è stato compiuto, nel novembre scorso, dal Partito Democratico, con un disegno di legge per introdurre l’educazione di genere nelle scuole e nelle Università: «integrare l’offerta formativa», ha dichiarato la Senatrice Valeria Fedeli, promotrice del ddl, «vuol dire intervenire direttamente sulle conoscenze utili e innovative per una moderna e civile crescita educativa, culturale e sentimentale di ragazze e ragazzi, per consentire loro di vivere dei princìpi di eguaglianza, pari opportunità e piena cittadinanza nella realtà contemporanea».

La proposta della Senatrice Fedeli, che depositata in Senato è in attesa di essere discussa in Commissione, non è troppo lontana dalla proposta di Sel, presentata alla Camera circa un anno e mezzo fa, ma a differenza di quest’ultima, firmata solo dal suddetto partito, la proposta della Fedeli è stata firmata da Senatori di quasi tutti i partiti.

«Quasi tutti i Paesi europei hanno infatti predisposto in campo educativo e scolastico strumenti di sensibilizzazione e di lotta contro gli stereotipi», si legge nel disegno di legge, «l’Unione europea, ha stabilito la necessità ‘di recepire, nell’ambito delle proposte di riforma della scuola, dell’università, della didattica, i saperi innovativi delle donne, nel promuovere l’approfondimento culturale e l’educazione al rispetto della differenza di genere’. In tale prospettiva si collocano anche azioni europee e nazionali relative al settore educativo che devono procedere in due direzioni specifiche: la prima, fissare tra gli obiettivi nazionali dell’insegnamento e delle linee generali dei curricoli scolastici la cultura della parità di genere e il superamento degli stereotipi; la seconda, l’intervento sui libri di testo, riconosciuti in tutte le sedi internazionali, come un’area particolarmente sensibile per le politiche delle pari opportunità».

L’obiettivo che si pone il disegno di legge della Senatrice Fedeli è quello di dare alle generazioni future una più ampia visione della società, senza pregiudizi nè discriminazioni, affermando e ribadendo l’importanza di un’uguaglianza tra tutti gli esseri umani che debba essere insegnata ai bambini sin dai primi anni di vita. L’Unione Europea, spiega la Fedeli, chiede ai suoi Stati membri di poter adeguare i programmi di studio e i libri di testo, in modo da poter inserire l’educazione di genere in maniera trasversale nel materiale didattico cercando anche di dare maggior rilievo alla figura della donna nella storia. Tra gli obiettivi da raggiungere, viene spiegato nel disegno di legge, c’è anche l’inserimento di corsi di orientamento, sia nelle scuole primarie che nelle scuole secondarie, che dovrebbero mirare all’abbattimento degli stereotipi di genere, e favorire una maggiore tolleranza già dall’infanzia.

“Quando insegnavo sociologia della famiglia ho sempre ritenuto che un approccio di genere duro e puro, che cioè nega ogni differenza che non sia di ordine culturale, sia in contrasto con la presa di coscienza del reale”, afferma Luisa Ribolzi, sociologa dell’educazione e della comunicazione, “in cui le differenze attengono invece alla natura biologica degli esseri viventi, e rappresenti un costrutto ideologico. Uguaglianza non è negazione della differenza, ma sua valorizzazione. Uomini e donne hanno lo stesso valore non solo indipendentemente dal fatto che sono sessualmente differenziati, ma proprio per questo”.

Ribolzi teme che l’inserimento dell’educazione sessuale all’interno dei programmi didattici possa essere “l’ennesima occasione perché la famiglia rinunci ad un suo preciso compito educativo, e rifili alla scuola la patata bollente. Tutte le varie educazioni, dalla alimentare alla ambientale eccetera, accrescono il ruolo di supplenza della scuola distogliendola dal suo compito primario di socializzazione e trasmissione di competenze, determinando un sovraccarico funzionale che ha rischiato/rischia di provocarne il collasso”.

“Non è ben chiaro in che cosa consista il contenuto dell’educazione sessuale, certo non in una semplice informazione fisiologica, e neppure chi debba insegnarla e in base a quali qualifiche”, spiega Ribolzi “Altro è naturalmente il tema dei diritti della persona, indipendentemente dalle sue caratteristiche etniche, di genere e di classe sociale, che rientra a tutti gli effetti nella formazione che la scuola deve trasmettere, ma che non mi pare abbia bisogno di un’etichetta specifica, in quanto da un lato costituisce l’educazione civica e rientra nei temi storici, e dall’altro lato dovrebbe trovare spazio all’interno di ogni materia”.

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