giovedì, Luglio 2

L'Italia e il suo ruolo nel Mediterraneo field_506ffb1d3dbe2

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Dato il coinvolgimento occidentale nell’area e la sua sensibilità per l’Europa sembra ovvio che serva un flusso costante di informazioni pur limitando un coinvolgimento diretto ed è per questo che il Pentagono ha impiegato aerei spia e droni, insieme a squadre di forze speciali, tutti molto probabilmente basati in Italia. Per minimizzare ulteriormente il loro coinvolgimento gli Stati Uniti impiegano questi aerei con schemi di colore civili in modo che possano mimetizzarsi senza troppi problemi negli aeroporti della regione, compresi quelli italiani. Si sa che le Forze armate statunitensi hanno otto aerei spia EO-5C, tutti con codici di registrazione civile, che sono dotati di potenti telecamere e antenne per l’ascolto delle comunicazioni nemiche. Uno di essi è schierato in Africa, probabilmente nell’aeroporto di Entebe, ma questo è un hub per le operazioni americane in Africa centrale e non per quelle nell’Africa del Nord dove è molto più probabile ed efficace impiegare gli alleati locali, ovvero l’Italia.

L’Italia però non agisce solo come semplice base logistica per voli di ricognizione o rampa di lancio per operazioni di Forze speciali, ma nel corso degli anni si è trovata coinvolta direttamente nei conflitti della regione del Mediterraneo. Al momento sono due i fronti aperti, un terzo è fuori area e un quarto è probabilmente aperto ma non ufficialmente. Il fronte fuori area è ovviamente quello afghano dove abbiamo recentemente abbiamo rinnovato il nostro impegno.

I due fronti aperti sono invece quello libanese e quello iracheno che sono molto diversi fra loro per rischi e compiti. L’operazione in Libano è una classica operazione di interposizione, con pochi rischi ma non nulli se si pensa all’instabilità del Paese aggravata dalla crisi siriana e dal flusso di rifugiati. È invece recentemente iniziata l’operazione a Mosul di circa 450 bersaglieri. Lo scopo è quello di garantire la sicurezza ai dipendenti della ditta italiana Trevi impegnati nei lavori di ristrutturazione della diga di Mosul, la terza più grande del Medio Oriente. Qui però la missione è decisamente più complicata e a rischio, poiché l’ISIS è a qualche decina di chilometri e con la minaccia di un avanzata da sud da parte delle forze irachene appoggiate da quelle americane il rischio che ISIS provi a spingersi verso nord dove si trova la diga è concreto. In realtà il dispositivo di difesa del cantiere non si limita ai militari italiani presenti in loco che devono garantire la sicurezza, ma si allarga alla zona circostante sotto controllo dei Peshmerga curdi e include il potere aereo americano nella forma sia di droni e altri velivoli da ricognizione per individuare movimenti sospetti sia di aerei d’attacco. Non va inoltre dimenticata la presenza di Forze speciali italiane ed elicotteri d’attacco a Erbil, ufficialmente per missione di recupero personale, ufficiosamente potremmo pensare come forza di intervento rapido in caso di pericolo.

Il fronte non ufficiale è invece quello libico. Da più parti si sostiene la presenza di operatori di Forze speciali italiani sul terreno libico e voci non confermate parlavano anche di una battaglia tra loro e miliziani dell’ISIS a fine aprile.

Visti i nostri interessi economici e politici in Libia e il fatto che la nostra ambasciata fu una delle ultime a chiudere è difficile immaginare che non ci sia una presenza sul terreno, però resta un dubbio geopolitico. Il fronte a noi più vicino geograficamente e per noi più pericoloso sia politicamente sia per ciò che concerne la sicurezza è quello libico, perché in questo frangente non si è investito di più andando invece a finanziare missioni, come in Afghanistan, comprensibili a livello di alleanze ma che sono lontane dall’interesse nazionale?

 

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