sabato, Agosto 24

L'Italia alle prese con la disoccupazione field_506ffb1d3dbe2

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Nonostante il periodo di crisi attanagli gran parte dei paesi dell’Eurozona, l’andamento delle principali borse europee sono in crescita. I motivi di tale risultato derivano da due fattori: uno economico e uno geopolitico. Dal punto di vista economico, i mercati auspicano un intervento di Mario Draghi per bloccare il continuo peggioramento dell’economia europea, così come ci si aspettava l’intervento della Fed per risolvere la questione disoccupazione negli Usa. L’unica differenza tra la Bce e la Fed sta nelle possibilità di movimento di Mario Draghi: per quanto il mercato possa scommettere che l’Eurotower faccia qualcosa per risolvere i problemi economici dell’Europa, si deve comunque tener conto della Bundesbank e di Angela Merkel, accaniti sostenitori dell’austerity, e che, proprio per questo, potrebbero non consentire alla Bce e ai mercati di ottenere i risultati sperati.

Per quanto concerne l’aspetto geopolitico, il discorso è molto semplice: l’annuncio del “cessate il fuoco” tra Ucraina e Russia, ha aiutato i listini a crescere, a conferma che ormai, anche la variabile geopolitica, sta conquistando sempre più uno spazio importante nelle analisi di mercato.

Altra notizia incoraggiante arriva dalla Svizzera che si conferma come l’economia più competitiva al mondo nella classifica annuale del World Economic Forum. Per la Confederazione è la sesta volta consecutiva che mantiene il primo posto in questa speciale classifica, a dimostrazione che, la trasparenza delle istituzioni, la capacità di innovazione e ricerca, l’efficacia del mercato del lavoro e le ottime infrastrutture, possono realmente garantire grandi successi in ambito economico.

Nella suddetta classifica annuale emerge anche il balzo in avanti degli Usa, che sono giunti terzi a discapito di Finlandia e Germania che si ritrovano rispettivamente al quarto e al quinto posto. Ad ottenere ancora una volta un risultato negativo è invece l’Italia. Il nostro Bel Paese si ritrova solo al 49° posto.

Intanto in Italia a tener banco sono principalmente due questioni: la riforma della scuola e la disoccupazione giovanile.

La nuova riforma sulla scuola è articolata in sei capitoli: piano straordinario per l’assunzione degli insegnanti, formazione e carriera dei docenti, vera autonomia (trasparenza, valutazione e burocrazia), ripensamento dell’offerta didattica, rapporto scuola – lavoro, e infine, risorse pubbliche e private da immettere nel sistema.

Focalizzandoci sulla questione assunzione, si evince chiaramente che, per assumere circa 148mila nuovi insegnanti, saranno necessari tre miliardi di euro. Tale cifra potrebbe essere anche inferiore, nel breve periodo, nel caso in cui venisse approvata l’abolizione delle supplenze, mentre nel lungo periodo (10 anni), si stima un investimento circa di quattro miliardi di euro.

Inoltre, sarà bandito un concorso che consentirà a 40mila abilitati di entrare di ruolo, prendendo tra il 2016 ed il 2019, il posto dei colleghi che andranno in pensione.

A confermare la bontà degli obiettivi che il governo Renzi vuole raggiungere con tale riforma è  il direttore della divisione Lavoro e Affari sociali dell’Ocse, Stefano Scarpetta che, a conclusione della presentazione dell’Employment Outlook ha detto: «In Italia investire nel capitale umano e nella formazione è fondamentale, e la riforma proposta può dare risposte importanti».

Seconda questione da affrontare a stretto giro dal Presidente del Consiglio italiano riguarda la disoccupazione giovanile. Stando a quanto è stato presentato dall’Ocse nella giornata di oggi nell’Employment Outlook, la disoccupazione in Italia si avvicina al 13% e nel quarto trimestre è previsto un ulteriore aumento. A destare però maggiore preoccupazione è la disoccupazione giovanile. In quattordici anni il numero di giovani precari in Italia è raddoppiato. Stando ai dati riportati dall’Employment Outlook, i giovani tra i 15 e i 24 anni con un lavoro temporaneo è passato dal 26,2% del 2000 al 52,5% del 2013, con un aumento di 10 punti rispetto al 42,3% del 2007. Sulle ventotto nazioni industrializzate della graduatoria l’Italia ha la nona maggiore incidenza di giovani precari a fronte di una media Ocse che si ferma al 25%.

Su tale argomento, nell’editoriale dello studio effettuato dall’Ocse, Stefano Scarpetta ha dichiarato che «le occupazioni temporanee o atipiche non sono un passo automatico verso i contratti permanenti. In Europa, meno della metà dei precari ottiene un contratto permanente dopo tre anni e in molti Paesi hanno un’elevata probabilità di finire nell’inattività».

 Dunque, situazione complicata per l’Italia che, a dispetto di altri paesi si ritrova a dover affrontare un problema che perdura ormai da troppi anni e che rischia di incrinare ancora di più l’economia reale nazionale.

 

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