sabato, Dicembre 7

L’Italia al timone dell’OSCE: le nuove sfide e il retaggio di Helsinki Un impegno a più dimensioni, rivolto al futuro: l’interesse nazionale e la sicurezza come valore al centro di ‘destini incrociati’. Intervista all’Ambasciatore Alessandro Azzoni, Rappresentante permanente della Repubblica italiana presso l’OSCE a Vienna

0

Questa mattina, al Grand Hotel Parco dei Principi di Roma, si è tenuta la prima sessione della Conferenza contro il terrorismo, promossa dall’ Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa (OSCE), presieduta, quest’anno, dall’Italia. Il tema al centro dell’evento riguarda l’identificazione e il trattamento di miliziani ‘stranieri’ affiliati ai movimenti della galassia jihadista (i cosiddetti ‘foreign terrorist fighters’) che rientrano dalle zone di conflitto.

Un tema indubbiamente ‘securitario’ in senso stretto, che interessa l’andamento vettoriale del terrorismo di matrice islamica dalla Siria ai Balcani e, a monte, il problema della prevenzione dei fenomeni di radicalizzazione in Europa (che può avvenire anche nelle carceri) oltre alle criticità che presenta la reintegrazione di questi soggetti suggerita da Paul Bekkers, Direttore dell’Ufficio del Segretario generale dell’OSCE.

Ciò rientra, nondimeno, tra le prerogative di quella sicurezza a più dimensioni (in ordine non gerarchico: politico-militare, economico-ambientale ed umana) che ci restituisce, nella sua capacità estensiva, la ragione costitutiva dell’Organizzazione. Dall’Atto finale di Helsinki del 1975 alla Carta di Parigi, passando per i cosiddetti ‘seguiti di Helsinki’ – come quelli, dedicati alla dimensione umana e a processi di tutela dei diritti fondamentali, di Copenaghen (1990) e Mosca (1991) – , prende forma e sostanza un soggetto internazionale nato per ‘gettare un ponte’ tra l’Est e l’Ovest del mondo, quando questo era diviso in due.

Oggi che lo scenario internazionale si frammenta e gli impegni dell’OSCE si intensificano allargandosi al bacino del Mediterraneo, quanto possono pesare le divergenze di visione politica, relative a quello stesso concetto di sicurezza, tra i 57 Paesi che lo compongono?  Come si articolano le responsabilità assunte e l’operatività sul campo dell’OSCE nelle aree di conflitto e qual è, per il 2018, la risposta italiana alla guida dell’Organizzazione?

Lasciamo la parola all’Ambasciatore Alessandro Azzoni, Rappresentante permanente della Repubblica italiana presso l’OSCE a Vienna.

 

Ambasciatore Azzoni, nel tentativo di tracciare un ‘bilancio’ dei primi 4 mesi di attività, quali sono le maggiori criticità che oggi si trova ad affrontare la Presidenza italiana in termini di consenso (espresso a livello istituzionale e negli incontri informali), cooperazione politica e contributi alle missioni dell’OSCE (risorse umane e finanziarie) da parte degli Stati aderenti?

 Posso dire che, finora, il bilancio è molto positivo. I negoziati relativi alle attività per l’anno in corso e alla Missione speciale di monitoraggio (SMM) in Ucraina si sono perfezionati con un largo anticipo rispetto a chi ci ha preceduto. Nel 2017, la Presidenza austriaca ha chiuso il Bilancio unificato a inizio giugno; noi siamo riusciti a farlo approvare a metà febbraio, offrendo così all’Organizzazione e alle relative missioni la possibilità di operare, sin dall’inizio, al massimo delle loro capacità.

In particolare, per la missione che monitora la parte del confine tra Russia e Ucraina, siamo riusciti a garantire migliori condizioni per l’esercizio del suo mandato. Inoltre, gli sforzi di mediazione nostri e dei nostri partner internazionali hanno anche condotto a sviluppi positivi nella risoluzione del conflitto in Transnistria, una regione nella Repubblica Moldava che confina con l’Ucraina, portando significativi benefici ai civili che vivono in quell’area. Nelle prossime settimane, organizzeremo a Roma un incontro che dovrebbe rinforzare, nelle nostre speranze e aspettative, il negoziato in questo conflitto ‘protratto’. Inoltre, stiamo lavorando con tutti gli altri Stati per rafforzare la sicurezza tra l’Europa e il Mediterraneo, con la ‘presunzione’ di essere riusciti, tra la fine del 2017 e l’inizio del 2018, a fare entrare definitivamente nell’OSCE il tema della gestione dei flussi migratori e del contrasto alla tratta di esseri umani.

Questa è la parte buona. Le criticità, però, restano moltissime.  Il clima generale – non dico, qui, niente di nuovo – è un clima da ‘Guerra fredda 2.0’. Trovare soluzione alla crisi in Ucraina appare ancora molto difficile. Lo stesso si può dire per gli altri conflitti protratti, senza contare che il controllo degli armamenti convenzionali e il ruolo della società civile nei lavori dell’OSCE, ambiti entrambi significativi per l’Organizzazione di Vienna , sono questioni che rimangono aperte e che ci creano preoccupazioni quotidiane.

Comunque, nonostante questo affresco conflittuale, c’è anche unità di intenti: in particolare, sulla lotta ai traffici di varia natura e al terrorismo. Da parte sua, oltre alla condivisione di una grande esperienza costruita ‘sulla propria pelle’, l’Italia sta portando il dibattito all’interno dell’Organizzazione anche su temi come la tratta di persone, il narcotraffico, il traffico illecito di beni culturali (che sarà un punto chiave). Vogliamo, insomma, contribuire a migliorare la preparazione di tutti gli altri Stati per affrontare queste minacce, perché riguardano la sicurezza di tutti, inclusa la nostra.

Oggi stesso è in corso a Roma la Conferenza annuale dell’OSCE sull’anti-terrorismo, occasione nella quale i diversi Stati partecipanti si incontrano per discutere lo stato dell’arte relativo al contrasto del fenomeno. In tale ambito specifico, quest’anno poniamo un forte accento sul fenomeno del contrasto dei cosiddetti ‘foreign fighters’ di ritorno dalle zone di guerra. Obiettivamente, stiamo registrando un altissimo livello di partecipazione.

Venendo all’ultima parte della domanda, la questione dei contributi degli Stati partecipanti è un altro argomento piuttosto divisivo. L’Italia contribuisce tantissimo: a livello di contribuiti sia umani che finanziari, siamo il terzo contributore – dopo Stati Uniti e Germania – dell’Organizzazione a livello globale, che coincide con 57 Paesi dell’emisfero Nord del mondo. Riteniamo l’Organizzazione cruciale per la nostra sicurezza e,  proprio per questo, occorre ricercare una maggiore uguaglianza nelle rispettive quote

Quanta disparità esiste tra i diversi Paesi?

Ci sono Paesi che contribuiscono molto, come nel nostro caso, e altri che contribuiscono troppo poco, magari facendo arenare le decisioni perché dissenzienti su aspetti particolari. Mi riferisco a Paesi grandi (un tempo definiti ‘in via di sviluppo’ e che, oggi, non lo sono) che contribuiscono poco in rapporto alle loro capacità, oppure a Paesi piccoli, ma non così piccoli da giustificare un livello di contributo annuale inferiore al costo di un’automobile di rappresentanza.

La composizione geopolitica dell’OSCE è un unicum nel panorama internazionale…

Se, poi, aggiungiamo i Paesi partner del Mediterraneo, l’OSCE si estende a quasi tutta la ‘sponda Sud’.

Benché sia ‘figlia’ della Guerra fredda, stiamo parlando di una struttura capace, a differenza di altre organizzazioni regionali tra Paesi definibili come ‘like-minded’ (cioè orientati in modo simile su diverse questioni), di tenere insieme Paesi che tali non sono affatto: questo è il vantaggio (e lo svantaggio). Il ‘consenso’, nell’accezione dell’OSCE, è informato al principio dell’unanimità. Ciò comporta uno svantaggio (l’unanimità è richiesta per decidere praticamente su qualsiasi cosa) e uno sforzo negoziale enorme, da parte della Presidenza, per mettere d’accordo i 57; nel momento in cui si trova un consenso, però, si è immediatamente operativi e tutti ne sono parte.

In merito alla loro natura e operatività, le missioni OSCE sono di diverso tipo: di osservazione, di assistenza ed expertise, missioni speciali di monitoraggio, ecc. Ad esempio, considerando le 3 dimensioni della sicurezza che fondano questo strumento e la sua attività, in che cosa si distingue una missione come la SMM in Ucraina dalle missioni ONU di ‘consolidamento della pace’ (‘peace-building’)?

Nel ‘peace-building’, in generale, l’attività dell’OSCE rientra di certo. Non si può dire lo stesso per il ‘peace-keeping’ (operazioni di mantenimento della pace), che in sé esula dal mandato delle missioni OSCE: anche missioni in area di conflitto, come la citata SMM, sono missioni puramente civili. Esse riguardano il monitoraggio della situazione sul campo e l’applicazione degli accordi siglati sotto l’egida dell’OSCE, svolgendo soprattutto un ruolo di mediazione.

A mio parere, le attività di monitoraggio e la mediazione sono parte integrante del ‘peace-building’, magari non del ‘peace-keeping’ (certamente non del ‘peace-enforcing’, relativo a operazioni militari di tipo coercitivo). Le missioni OSCE si sono evolute nel tempo dagli anni ‘90 (penso, ad esempio, al Kosovo) e hanno varia natura: missioni stabili, nel senso che somigliano a vere e proprie ambasciate, e missioni legate a un contesto più o meno post-bellico o, comunque, di conflitto.

Visualizzando 1 di 3
Visualizzando 1 di 3

L’informazione che non paghi per avere, qualcuno paga perché Ti venga data.

Hai mai trovato qualcuno che ti paga la retta dell’asilo di tuo figlio? O le bollette di gas, luce, telefono? Io no. Chiediti perché c’è, invece, chi ti paga il costo di produzione dell'Informazione che consumi.

Un’informazione che altri pagano perché ti venga data: non è sotto il Tuo controllo, è potenzialmente inquinata, non è tracciata, non è garantita, e, alla fine, non è Informazione, è pubblicità o, peggio, imbonimento.

L’Informazione deve tornare sotto il controllo del Lettore.
Pagare il costo di produzione dell’informazione è un Tuo diritto.
"L’Indro" vuole che il Lettore si riappropri del diritto di conoscere, del diritto all’informazione, del diritto di pagare l’informazione che consuma.

Pagare il costo di produzione dell’informazione, dobbiamo esserne consapevoli, è un diritto. E’ il solo modo per accedere a informazione di qualità e al controllo diretto della qualità che ci entra dentro.

In molti ti chiedono di donare per sostenerli.

Noi no.

Non ti chiediamo di donare, ti chiediamo di pretendere che i giornalisti di questa testata siano al Tuo servizio, che ti servano Informazione.

Se, come noi, credi che l’informazione che consumiamo è alla base della salute del nostro futuro, allora entra.

Entra nel club L'Indro con la nostra Membership

Commenti

Condividi.