venerdì, Dicembre 13

L’Islam nell’Australia di oggi field_506ffb1d3dbe2

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In Australia si torna a dibattere di un argomento tanto delicato quanto importante, quello relativo al ruolo dell’Islam nel Paese.

A scatenare il dibattito, questa volta, è stata una nuova serie di commenti fortemente critici nei confronti della fede islamica, alla base di molte polemiche e diverse riflessioni. A rendersi protagonista è stata la presentatrice e attrice televisiva Sonia Kruger, la quale, durante il programma The Today Show dell’emittente Channel 9, si è trovata a dibattere di immigrazione e rischio terrorismo. Kruger ha iniziato citando un articolo di Andrew Bolt, il quale, a sua volta, proponeva l’idea di una correlazione tra gli attacchi terroristici in Francia e il numero di immigrati musulmani.

«Andrew Bolt ha ragione, riguardo al fatto che ci sia una correlazione tra numero di persone che si professano musulmane in uno Stato e numero di attacchi terroristici. Ho tanti buoni amici che sono di fede islamica, belle persone, che amano la pace, ma ci sono anche tanti fanatici. Vorrei che l’immigrazione di persone musulmane in Australia si fermasse, adesso, perché voglio sentirmi sicura, come tutti i nostri cittadini, quando vado a celebrare l’Australia Day. E vorrei anche vedere più libertà di parola».

Kruger ha poi sottolineato il suo pensiero scrivendo che «In seguito alle atrocità della scorsa settimana a Nizza, dove 10 bambini hanno perso la vita, sento che, come madre, è vitale che una società democratica debba poter discutere questi temi senza che essa sia automaticamente etichettata come razzista».

Le parole di una conduttrice televisiva – per quanto espresse in onda – non sarebbero di per sé particolarmente importanti, se non fosse per il fatto che queste rappresentano la visione di una parte non trascurabile della società civile australiana e della relativa rappresentanza politica. A tal proposito, è corsa in aiuto di Sonia Kruger Pauline Hanson, politica australiana di idee ultra-conservatrici e spesso controverse, a capo del partito One Nation: «Ho deciso di parlare di questo tema, e come conseguenza ho diverse persone che protestano contro di me, tentando di negarmi la libertà di parola. Ma io voglio le risposte alle mie domande. E’ facile comprendere come la cosiddetta religione islamica non creda nella democrazia, non creda nella libertà di parola, non creda nella libertà di associazione e che non creda nella libertà di stampa».

Com’era lecito attendersi, le critiche non si sono fatte attendere. Jamila Rizvi, giovane opinionista e scrittrice, ha scritto un editoriale pubblicato su News.com.au, ormai noto, nel quale esordisce affermando che, a parer suo, è evidente quanto Sonia Kruger sia spaventata. Rizvi si cimenta poi nel compito di scindere, a suon di fatti e di opinioni personali, l’associazione islam-terrorismo, attraverso 5 considerazioni che efficacemente riassumono, almeno in parte, le posizioni della maggioranza degli Australiani: «1. L’immigrazione di persone di fede islamica non è un fatto nuovo, in Australia. I musulmani sono emigrati in Australia almeno da quando lo hanno fatto i cristiani europei. Nel diciannovesimo secolo molti cammellieri afghani arrivarono nel Paese e lo trasformarono nella propria casa, fornendo assistenza nel campo del trasporto di acqua, cibo e altri beni all’interno dei suoi vasti territori. 2. Una maggiore immigrazione di persone di fede islamica non equivale a maggiori rischi di terrorismo. La Germania ha all’incirca la stessa popolazione musulmana della Francia, la Russia circa il triplo, eppure questi due Paesi non hanno vissuto attacchi terroristici di matrice islamica, recentemente [da quando è stato scritto questo editoriale, la Germania ne ha subìto 1, NdA]. 3. Vi è uno svantaggio intrinseco per la popolazione islamica francese. Vi sono altri fattori che si crede possano contribuire alle recenti ondate di attacchi terroristici nel Paese, oltre all’immigrazione si citano spesso i disagi e le disuguaglianze sociali. 4. Il divieto d’immigrazione per i cittadini musulmani ci renderebbe tutti meno sicuri, dal momento che fornirebbe un incredibile strumento di propaganda allo Stato Islamico ed alle altre organizzazioni terroristiche, mettendoci chiaramente sulla mappa globale come un Paese anti-Islam, ancora più bersagliato dalle attenzioni dei terroristi. 5. I musulmani d’Australia si sentono insicuri nello stesso identico modo, basti ricordare che gli attacchi terroristici hanno ucciso più persone di fede islamica che di qualunque altra fede».

Queste, dunque, le inevitabili polemiche e le opinioni di volti noti dei media e della politica australiana. A questo punto, però, è senz’altro utile aggiungere al dibattito anche alcuni fatti. Una delle più autorevoli pubblicazioni in materia è quella della University of South Australia, dal titolo Australian Muslims: a demographic, social and economic profile of Muslims in Australia – 2015, a cura del Professor Riaz Hassan, assistito dal Dr. Laurence Lester.

«I musulmani sono il 2,2% della popolazione, rappresentando dunque la terza fede religiosa d’Australia. Oggi, l’Islam è la seconda religione per diffusione nel Paese, dopo l’Induismo, mentre i 2/5 dei suoi fedeli provengono principalmente da Nord Africa e Medio Oriente, 1/4, invece, da Asia centro-meridionale. I musulmani d’Australia vivono per la grande maggioranza in città – i 3/4 del totale si trovano a Sydney e a Melbourne – nonostante il tasso di diffusione dell’Islam sia superiore nelle città più piccole, su tutte Adelaide. Sono più giovani della media nazionale, e sono anche più fertili, il che vuol dire che una larga parte di essi è popolazione in età da lavoro. […] Nell’ultimo censimento disponibile, quello del 2011, i 3/4 dei musulmani d’Australia ha indicato “Australiano” come scelta d’identità nazionale. Circa il 70% di loro ha una buona conoscenza della lingua inglese, mentre non esistono datti ufficiali sul numero di carcerati musulmani, ma sappiamo che sono sovra-rappresentati rispetto ai cittadini di altre fedi religiose. […] I musulmani d’Australia hanno una minore propensione ad acquistare una casa ed una maggiore propensione ad affittarne una, rispetto alla media australiana. Inoltre, presentano in media stipendi più bassi, disoccupazione più alta e indici di povertà più alti, ciononostante il relativo indice di soddisfazione è comparabile con la media australiana, con la vistosa differenza che li vede sentirsi meno sicuri in Australia, rispetto alla media dei residenti australiani. […] Il livello di educazione dei cittadini di fede islamica in Australia presenta valori positivi, anche quando paragonato al resto della popolazione residente, tuttavia questi riceveranno un minor ritorno economico derivante dai propri studi e saranno maggiormente oggetto di discriminazioni in ambito lavorativo».

Non resta che chiedersi, dunque, fino a che punto queste evidenti differenze possano giocare un ruolo nell’emarginazione dei musulmani d’Australia, così come nel conseguente scetticismo degli altri Australiani nei confronti di questa importante parte della loro società, un elemento importante – anche se non certo l’unico – alla base dei continui scontri verbali cui si assiste quotidianamente non soltanto in Australia.

 

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