giovedì, Aprile 25

L’ISIS è arrivato a Shanghai? Il miniwan carico di bombole di gas che a People's Park ha ferito almeno 18 persone fa scatenare il timore di un attacco ISIS sul modello europeo

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A Shanghai, nell’area di People’s Park -cuore della metropoli- oggi alle alle 9:00 ora locale (nella notte europea), un piccolo camion carico di bombole di gas è uscito di strada nel centro di Shanghai investendo una folla di pedoni sul marciapiede. Il bilancio provvisorio è di 18 feriti, tra cui 3 gravi. Queste le informazioni diramate dalle autorità locali e rilanciate da ‘AFP’.
Il veicolo si è incendiato dopo essere rimasto qualche minuto sul marciapiede, difronte a un caffè Starbucks.

I media locali e gli utenti dei social media hanno subito ipotizzato un attacco terroristico, ma le agenzie giornalistiche sul posto sottolineano che non è stata avanzata nessuna ipotesi ufficiale che se si tratti di un attacco.
Evidente che il modus operandi -un veicolo che abbatte gli spettatori innocenti lungo un’arteria trafficata- è quanto si è visto nelle città europee negli ultimi anni, attacchi poi rivendicati dall’ISIS. Se i timori si rivelassero fondati significherebbe che l’ISIS è riuscita colpire la città più grande del Paese, una delle capitali mondiali della finanza internazionale.

La minaccia ISIS in Cina -Paese in cui vivono almeno 21 milioni di musulmani- non è certo una novità. Il pericolo si annida tra gli uiguri, etnia turcofona di religione islamico-sunnita che costituisce la maggioranza della popolazione residente nella regione nord-occidentale dello Xinjiang, snodo strategico per il transito di gas e petrolio proveniente dall’Asia centrale.
Nel 2013 due turisti erano rimasti vittime di un’auto che si era lanciata sulla folla ed era esplosa a Pechino, in piazza Tienanmen; morti anche i 3 attentatori. Il Governo, al tempo, accusò i separatisti dello Xinjiang.

Lo scorso dicembre è giunta notizia che il Governo centrale cinese stava attuando una schedatura a tappeto di tutti cittadini dello Xinjiang, raccogliendo dati sensibili come le impronte digitali, scansioni dell’iride, campioni di sangue di milioni di soggetti collocati nelle fasce di età comprese tra i 12 ed i 65 anni. La denuncia è partita dalla organizzazione umanitaria Human Right Watch (HRW) attraverso un proprio resoconto dettagliato sul tema specifico. Lo Xinjiang è l’unico territorio cinese  -a parte il Tibet- dove l’etnia Han non è maggioritaria ed è da lungo tempo soggetto a stretti controlli da parte dell’Esercito e delle forze di sicurezza cinesi, a livelli che non sono mai stati riscontrati in altre parti del vasto territorio della Cina.
In aprile le Autorità avevano vietato all’intera popolazione di estrazione islamica della regione -circa 10 milioni di persone- di portare barbe lunghe oppure il velo, nel caso delle donne, in pubblico.

Il Governo cinese, da sempre ben consapevole della potenziale minaccia ISIS, ha avviato, senza troppo clamore, un percorso finalizzato ad innalzare il livello di sorveglianza e controllo nella intera regione. Al centro delle azioni governative gli Uiguri ma l’obiettivo finale è l’annientamento del rischio che lo Stato Islamico, dopo essere stato spazzato via dalle terre del Califfato, possa arrivare a trovare terreno fertile nel grande Paese asiatico, consapevole dell’avanzata dello Stato Islamico in Estremo Oriente.

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