sabato, Maggio 30

L’IS punta alla guerra chimica

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Per quanto riguarda, invece, le bombe chimiche il discorso è alquanto diverso. Per prima cosa l’IS ha impiego -anche se non esclusivamente- quelle al cloro, che sono relativamente semplici da costruire e impiegare, e hanno il vantaggio di poter essere assemblate con materiale non solo facilmente reperibile, ma anche non soggetto a particolari controlli.

Che la minaccia per l’eventuale contingente italiano a Mosul sia concreta è testimoniato da una breve analisi del teatro. Già a partire dal 2006 si erano registrati alcuni attacchi con autobombe e simili con l’aggiunta di cloro, poi sono emerse testimonianze e attacchi più frequenti. Il 22 settembre 2014 per esempio membri del Parlamento affermarono che nella città di Diwaniyah l’IS aveva ucciso diversi militari impiegando appunto il cloro. Nel corso poi del 2015 gli attacchi sono aumentati. Il 23 gennaio l’IS ha usato bombe al cloro contro i Peshmerga nel nord del Paese proprio nei pressi di Mosul, mentre poco tempo dopo, a seguito della conquista della città di Tikrit da parte delle forze irachene, era stato rinvenuto diverso cloro in alcuni magazzini utilizzati dall’IS (una scoperta similare è avvenuta proprio in questi giorni nella città di Ramadi).

Altri attacchi si sono poi registrati a Ramadi il 22 aprile poco prima dell’operazione conclusiva che ha portato alla caduta della città nelle mani dell’IS, il 31 maggio presso la cittadina di al-Baghdadi dove IS ha impiegato dei razzi al cloro, una tecnica poi utilizzata nuovamente il 7 ottobre contro i Peshmerga poco a sud di Mosul ma in questo caso utilizzando gas mostarda. L’ultimo attacco registrato è del 29 ottobre nei pressi di Falluja. Infine va ricordato che attacchi simili, a base di cloro o gas mostarda, sono avvenuti anche in Siria nell’area di Idlib e di Aleppo, ma in quei casi la paternità è più difficile da attribuire.

È dunque evidente come la minaccia sia reale e a ulteriore testimonianza bisogna ricordare che il 30 gennaio 2015 Abu Malik, ingegnere chimico ai tempi di Saddam e considerato il chimico dell’IS e quindi la mente dietro la creazione di questi ordigni, è stato ucciso durante un raid aereo americano che dunque lo teneva sotto osservazione e considerava la minaccia particolarmente rilevante.

I militari che dunque saranno chiamati a operare in quell’area dovranno inevitabilmente tenere presente tale tipologia di attacco, sia perché l’IS ha dimostrato non solo di saper maneggiare tali strumenti offensivi, ma anche di averli impiegati spesso proprio nella zona intorno a Mosul, che evidentemente rappresenta uno dei centri nevralgici sia per lo stoccaggio del materiale sia per la creazione degli ordigni. Bisogna al contempo sottolineare che attaccare obiettivi civili o difese più o meno improvvisate di combattenti irregolari come i Peshmerga è una cosa; attaccare invece soldati addestrati, armati, dotati di copertura aerea e di moderni strumenti militari è ben altra. Ciò nulla toglie però alla pericolosità sia del teatro iracheno in genere sia della tipologia di missione che i militari italiani si apprestano a condurre, poiché una difesa statica in una zona di guerra rappresenta un obiettivo quanto mai interessante per i miliziani dell’ISIS che possono impiegare la loro arma migliore in un contesto ideale, l’attacco suicida.

La minaccia di attacchi chimici però deve essere letta anche da un’altra prospettiva. È vero che fino a ora è stata una minaccia che è rimasta sostanzialmente all’interno del ‘Siraq’, ma al contempo l’IS ha dimostrato di saper maneggiare questi strumenti e di non avere remore a impiegarli sul terreno. In Libia, l’IS controlla parte della costa e in particolare la città di Sirte e in questi ultimi mesi si è ampliato e malgrado numeri precisi sui suoi membri siano impossibili da indicare, possiamo affermare che siano circa 5000 (soprattutto tunisini ed elementi provenienti dal Siraq). La sua pericolosità è poi dimostrata, per esempio, dagli attacchi alle infrastrutture petrolifere come quello del 31 gennaio quando miliziani legati all’ISIS hanno attaccato e danneggiato il porto di Zueitina in Cirenaica e negli stessi giorni hanno conquistato la cittadina di Albuirat tra Sirte e Misurata.

La Libia di Geddafi aveva un suo programma di armi chimiche e non è da escludere che, nel caos seguito alla caduta del regime, del materiale pericoloso sia caduto nelle mani sbagliate e che quindi posso essere utilizzato dall’IS nel prosieguo delle sue operazioni. Infine, ed è questo lo scenario più pericoloso, non è da escludere che il materiale e il know-how necessario riescano a penetrare in Europa attraverso il flusso migratorio, il ritorno dei foreign fighters o in altri modi e quindi combinarsi per attacchi terroristici all’interno dell’Europa.

 

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