domenica, Aprile 5

L’irrealizzabilità di una guerra contro la Corea del Nord nelle parole di un generale Usa

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L’acuirsi della tensione tra Donald Trump e Kim Jong-un è destinato a rimanere su un piano prettamente dialettico. Almeno questo è ciò che si evince dall’impietosa analisi del generale David Deptula, grande organizzatore dell’Operazione Desert Storm contro l’Iraq di Saddam Hussein nel 1991. Sulle colonne della rivista militare ‘Army Times‘, Deptula ha messo in luce lo stato di forte declino in cui da anni versano le forze armate degli Stati Uniti, spiegando che «la flotta di bombardieri strategici in dotazione dell’United States Air Force (Usaf) annovera 75B-52  impiegabili per effettuare azioni sia convenzionali che nucleari, ma in realtà solo 33 di essi sono nelle condizioni di svolgere missioni di guerra. per quanto riguarda i  62B-1 a capacità convenzionale, l’operatività si riduce a 25 unità; i 20B-2 a capacità sia convenzionale che nucleare si arriva a 8 […]. Un effetto positivo che potrebbe produrre la crisi con la Corea del Nord è quello di costringere il governo a prendere atto di questa situazione; l’aviazione Usa non è mai stata così numericamente ridotta e impreparata ad affrontare un reale scenario di guerra come lo è oggi. Ciò, beninteso, non riguarda solo l’aeronautica militare, ma investe le forze armate nel loro complesso».

Oltre a puntare il dito contro una macchina burocratica inefficiente che, favorendo sprechi e corruzione, vanifica gran parte degli effetti positivi che dovrebbero scaturire dal costante incremento delle spese militari, Deptula, ritiene che tale deterioramento sia imputabile anzitutto all’uso intensivo che, in particolare sotto l’amministrazione Obama, si è fatto degli aerei da guerra statunitensi, inviati a operare (quasi) in ogni angolo del mondo, dall’Afghanistan all’Iraq, dallo Yemen alla Siria. Sebbene l’entrata in funzione dei droni abbia sollevato notevolmente gli squadroni di bombardieri Usa da molti dei loro compiti operativi, il sovraimpiego a cui sono sottoposti continua ad essere un problema ancora oggi.

Per l’esercito le cose stanno probabilmente in maniera anche peggiore. Alcuni alti vertici del Pentagono se n’erano accorti già nel 2004, quando i segnali provenienti dal campo di battaglia iracheno indicavano in maniera piuttosto inequivocabile che il conflitto stava trascinando gli Usa nel pantano di una profondissima crisi da sovraesposizione imperiale, indebolendo la posizione di Washington in ogni altra parte del mondo e ponendo le condizioni per il loro ritiro strategico (non solo) dal Medio Oriente. Il primo a evidenziarlo fu il vicesegretario di Stato Richard Armitage, il quale dichiarò che «la forza dell’esercito è stiracchiata al punto da diventare eccessivamente sottile» per descrivere una situazione che presentava problemi di natura sia quantitativa (farsi carico di un numero eccessivo di compiti) che qualitativa (ritenere di poter gestire questioni di gran lunga superiori ai propri mezzi e capacità).

Preso atto di ciò, gli Usa hanno cercato di correggere la loro postura originaria modificando il modo di condurre la guerra, che da quel momento in poi avrebbe conosciuto un larghissimo impiego di operazioni coperte eseguite da droni, forze speciali e contractor forniti da compagnie di sicurezza private come l’ormai famigerata Blackwater. Come nota il «New York Times», «la Somalia è un esempio di  quegli “Stati falliti”, che gli Usa stanno facendo nascere ovunque operino […]. La campagna di Somalia è un progetto di warfare che il presidente Obama ha abbracciato in pieno e che tramanderà al suo successore. Un modello che gli Stati Uniti oggi impiegano in tutto il Medio Oriente e in Nord Africa – dalla Siria alla Libia – malgrado l’avversione dichiarata dal presidente a  inviare truppe nelle zone di guerra di tutto il mondo […]. Conflitti di questo genere vengono messi in atto per lo più in forma anonima. Il Congresso non se ne occupa, in quanto il loro impatto negli Stati Uniti è troppo modesto. I media li trascurano praticamente del tutto. Il denaro viene dai conti segreti della Cia e delle forze speciali, o viene versato da uno Stato satellite degli Usa come l’Arabia Saudita […]. Queste operazioni sono una combinazione di incursioni a terra e di attacchi con i droni, in cui la squadra Navy Seal è pesantemente coinvolta». Il problema è che la Corea del Nord è militarmente un osso troppo duro per essere affrontata con le tecniche applicate in scenari strategicamente secondari come per l’appunto la Somalia. Oltre a disporre di un arsenale nucleare di cui i servizi segreti statunitensi sono riusciti a conoscere ben pochi dettagli, se non che Pyongyang avrebbe sviluppato capacità sufficienti a fabbricare un ordigno miniaturizzato.

Gli stessi Usa non sarebbero affatto estranei rispetto alla messa a pungo dell’arsenale nucleare nordcoreano, e forse questo motivo di forte imbarazzo contribuisce a tenere a fare in modo che l’ostilità nei confronti di Pyongyang non scivoli sul piano inclinato del conflitto armato. Tutto ebbe inizio nel febbraio 2003, quando ancora il programma nucleare che la Corea del Nord aveva avviato era ancora alle fasi iniziali, l’allora segretario alla Difesa Donald Rumsfeld annunciò di aver predisposto la messa in stato di allerta 24 bombardieri strategici «in vista di un possibile spiegamento a distanza di tiro dalla Corea del nord». Scopo della prova muscolare era da un lato quello di indurre Pyongyang a desistere dall’approfittare dell’impegno statunitense in Iraq per imprimere un’accelerata al suo programma nucleare, e dall’altro di «offrire al presidente opzioni militari nel caso in cui diplomazia non dovesse riuscire a bloccare la produzione armi nucleari da parte della Corea del Nord». Eppure, lo stesso Rumsfeld aveva giocato un ruolo di primissimo piano rieguardo allo sviluppo del programma nucleare di Pyongyang, avendo fatto parte del consiglio di amministrazione della società energetica Asean Brown Boveri (Abb) nel periodo (1996) in cui quest’ultima otteneva l’autorizzazione dal dipartimento dell’Energia (Doe) a fornire alla Corea del Nord tecnologie, attrezzature e servizi per la progettazione, la realizzazione, la gestione e il mantenimento di due reattori.

Il problema era dato dal fatto che «anche se si tratta di due reattori civili ad acqua leggera (light water), il dipartimento statunitense dell’energia – responsabile non solo del nucleare civile, ma anche della produzione di armi nucleari – sa che essi possono essere usati anche a scopi militari: reattori termici come questi, che funzionano a uranio arricchito al 4-5%, producono plutonio utilizzabile per la costruzione di armi nucleari. Inoltre, le conoscenze e tecnologie fornite possono anch’esse essere utili allo sviluppo di un programma nucleare militare». Naturalmente, anche Rumsfeld era a conoscenza di tutto ciò, visto che prima di entrare nel consiglio d’amministrazione dell’Abb aveva prestato servizio nelle amministrazioni Ford e Reagan svolgendo incarichi strettamente legati al comparto della difesa. Ma non è tutto: «la Abb può così stipulare nel 2000 con la Corea del Nord due contratti, del valore di 200 milioni di dollari, per la progettazione, costruzione e fornitura di componenti per due reattori nucleari da 1.000 megawatt […]. Al momento del contratto, Rumsfeld è ancora nel consiglio di amministrazione della Abb, da cui si dimette quando assume l’incarico di segretario alla difesa nell’amministrazione Bush, insediatasi il 20 gennaio 2001. Le sue dimissioni vengono comunicate dalla Abb circa un mese dopo».

Pochi giorni dopo che i bombardieri a lungo raggio statunitensi erano stati messi in stato d’allerta, l’Agenzia internazionale per l’energia atomica si sarebbe riunita per mettere sotto accusa la Corea del Nord in virtù della violazione del Trattato di non proliferazione nucleare. Pyongyang non si fece tuttavia impressionare dalle minacce statunitensi e proseguì lo sviluppo del proprio programma atomico, che avrebbe dato i suoi frutti due anni dopo, quanto Kim Jong-il annunciò l’avvenuta realizzazione di alcune bombe nucleari. Le stesse bombe nucleari che hanno probabilmente offerto – e continuano ad offrire ancora oggi – un notevole contributo ad evitare che la Corea del Nord incappasse nello stesso destino dell’Iraq di Saddam Hussein.

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