domenica, Marzo 24

L’Iran tra sanzioni e proteste: cosa aspettarsi? Qual è il futuro dell’Iran dopo le sanzioni americane? Ne parliamo con la ricercatrice ISPI Annalisa Perteghella

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«Le sanzioni all’Iran sono le più dure che il nostro Paese abbia mai imposto, vedremo cosa succede», così il Presidente americano, Donald Trump, ha salutato la reintroduzione delle sanzioni all’Iran sul nucleare. Sanzioni che, già il 2 novembre scorso, aveva ‘pubblicizzato’ su Twitter con un iconico ‘Sanctions are coming’, parafrasando così lo slogan ‘Winter is coming’ della famosa serie tv  ‘Game of Thrones’ e rimanendo fedele al suo linguaggio impattante e diretto.

Le sanzioni re-imposte – scattate nella mezzanotte di ieri, 5 novembre, quando in Italia erano le 6 del mattino – sono fortemente dannose per l’economia iraniana, poiché non sono solo rivolte alla vendita del petrolio, ma alla sua produzione energetica, alle banche, alle assicurazioni, alle spedizioni e molto altro. Questo tipo di sanzioni, però, sono dette anche ‘secondarie’ perché agiscono, oltre che sul Paese su cui ricadono, anche sugli Stati che mantengono relazioni economico-commerciali con l’Iran, in modo da esercitare pressioni al fine di interrompere tali scambi e, dunque, isolare l’economia iraniana.

Nell’elenco delle sanzioni sono presenti oltre 700 soggetti: persone, entità, navi e aeromobili, banche, esportatori di petrolio e compagnie di navigazione. Nessuno escluso.

«Stiamo lavorando diligentemente per essere sicuri di sostenere il popolo iraniano e garantire che cambi il comportamento maligno della Repubblica islamica dell’Iran», ha dichiarato il Segretario di Stato americano, Mike Pompeo, il quale ha detto anche che più di 100 grandi compagnie internazionali si sono ritirate dall’Iran a causa delle incombenti sanzioni e che le esportazioni di petrolio iraniane sono diminuite di quasi un milione di barili al giorno.

La presa di posizione americana era chiara già da tempo, fin da quando, nel maggio scorso, Trump dichiarò di volere uscire dal JCPOA (Joint Comprehensive Plan of Action), l’accordo sul nucleare iraniano firmato il 14 luglio 2015 a Vienna da Iran, USA, Russia, Cina, Francia, Gran Bretagna, Germania e dall’Unione Europea.

Le tensioni sull’argomento tra Paesi europei e USA sono in atto da tempo e, già a fine settembre a New York, l’UE, tramite l’Alto rappresentate per gli affari esteri e la politica di sicurezza, Federica Mogherini, a margine della 73a Assemblea Generale delle Nazioni Unite, aveva annunciato –insieme al Presidente iraniano Hassan Rouhani – la costituzione di un ‘Special Purpose Vehicle’, un’entità economico-finanziaria volta a facilitare le relazioni commerciali europee con l’Iran e, quindi, aggirare le sanzioni statunitensi.

Sostegno alla causa americana arriva, invece, dal Ministro della Difesa israeliano, Avigdor Lieberman, il quale definisce «audace» la decisione del leader americano, vista come «il cambiamento epocale che il Medio Oriente stava aspettando».

Sono solo otto i Paesi esentati dalle sanzioni americane. Pompeo, infatti, aveva annunciato che otto Nazioni avrebbero ricevuto delle deroghe temporanee per continuare ad importare prodotti petroliferi iraniani mentre lavorano per interrompere definitivamente le importazioni. Ieri, il Segretario di Stato ha svelato quali sono gli Stati esentati: Cina, Corea del Sud, Giappone, Grecia, Italia, India, Taiwan e Turchia.

Sul fronte iraniano, invece, il Governo non sembra essere preoccupato o intimorito dalle sanzioni imposte dall’Amministrazione Trump. Rouhani ha affermato che «l’Iran è in grado di vendere il suo petrolio e lo venderà», dicendosi pronto ad ignorare le sanzioni e di attirare «gli investimenti stranieri nel Paese», riprendendo la strada del benessere economico, facendo così pentire gli Stati Uniti. Il Ministro degli Esteri, Bahram Ghassemi, ha detto che «l’America non riuscirà a condurre alcuna misura contro la nostra grande e coraggiosa Nazione», riponendo la fiducia nell’attuale Esecutivo che ha «la conoscenza e la capacità per gestire gli affari economici del Paese».

Intanto, a Teheran, insieme alle manifestazioni per il 39° anniversario del sequestro dell’ambasciata americana del 4 novembre 1979 – quando 52 membri del personale della sede diplomatica furono tenuti in ostaggio all’interno dell’edificio per 444 giorni da studenti iraniani –  sono scoppiate le proteste e, nelle piazze della capitale, sono stati bruciati dollari, bandiere americane e immagini e manichini raffiguranti Trump.

È riesploso, dunque, fra la popolazione un sentimento anti-americano. La ‘BBC’ ha riportato che, sebbene ci sia tantissima gente nelle piazze a protestare contro il trattamento riservato dalla politica statunitense agli iraniani, sono numerosi anche quelli che sfogano la loro frustrazione contro il regime. Ovviamente, il mezzo più usato per riassumere il dissenso antigovernativo è Twitter e sono oltre 19.000 i tweet seguiti dall’hashtag #Sorry_US_Embassy_Siege, tra cui questi: «negli ultimi 40 anni, il regime islamico dell’Iran ha cercato di presentare gli Stati Uniti e Israele come nemici dell’Iran, ma il popolo iraniano non pensa come i mullah, noi amiamo tutte le nazioni e tutte le persone del mondo»; «l’America non è il nostro nemico, i nostri nemici ci hanno preso come ostaggi nella nostra stessa casa».

L’Iran, però, è già segnato in superficie dalla crisi economica. Il valore del rial iraniano è crollato e le tensioni internazionali hanno minato la quotidianità degli iraniani che, già alla fine dello scorso anno, organizzarono manifestazioni antigovernative. Proteste e disordini che causarono circa 5.000 arresti e 25 morti.

Crisis Group ha evidenziato come da Washington sperino che questa pressione – derivante non solo dalle sanzioni, ma anche dai funzionari statunitensi che «hanno affinato la loro campagna di informazione pubblica contro la Repubblica Islamica, convinti che il malcontento interno, manifestato in proteste e scioperi sindacali all’interno dell’Iran, possa essere amplificato attraverso messaggi più ampi sulla corruzione d’élite, violazioni dei diritti umani e malversazioni ambientali» –   porti a spezzare la Repubblica islamica iraniana, ma «il rischio, tuttavia, è che il loro stallo distruggerà ulteriormente una regione già sul punto di separarsi». L’Amministrazione Trump, infatti, spera che le sanzioni costringeranno l’Iran a frenare le sue attività regionali, ma i dati storici, presi in analisi da Crisis Group, rivelano che il risultato di questo progetto americano sia tutt’altro che scontato, poiché non vi è nessuna correlazione tra risorse sotto il controllo dell’Iran ed il suo comportamento regionale: «la politica aggressiva dell’amministrazione Trump è più incline a stimolare l’attivismo regionale iraniano che a frenarlo».

Per capire quali conseguenze potranno avere le sanzioni americane e fin dove arriveranno le proteste in atto a Teheran, abbiamo contattato Annalisa Perteghella, ricercatrice ISPI (Istituto per gli Studi di Politica Internazionale) e responsabile del Desk Iran.

 

Qual è il rischio che l’attuale Governo iraniano corre dopo la reintroduzione delle sanzioni americane? Rischia il crollo? È possibile un rovesciamento sul fronte politico?

Il peggioramento della situazione economica che si verrà a creare nei prossimi mesi andrà a rendere molto difficile la vita dell’attuale Governo di Rouhani e alla fazione dei moderati. Dobbiamo aspettarci, quindi, una perdita di consenso nei loro confronti e vedremo nelle prossime elezioni presidenziali, che saranno tra tre anni, nel 2021, cosa succederà. La probabilità è che si abbia una vittoria degli ultraconservatori. L’accordo sul nucleare è stato il maggior successo politico di Rouhani e andando a minarlo, facendolo crollare, significa ‘invalidare’ questo successo. Già in questi mesi, in Iran, è in corso una caccia al capro espiatorio, nel senso che i conservatori danno la colpa a Rouhani e i moderati agli ultraconservatori. Tutto questo si trasformerà in una competizione politica interna che si concluderà, molto probabilmente, con la vittoria degli ultraconservatori.

Quale futuro si prospetta per l’Iran, dopo la reintroduzione delle sanzioni, dal punto di vista economico e sociale?

Dal punto di vista economico dobbiamo aspettarci un netto peggioramento della situazione già in questi mesi. In realtà già da maggio, da quando è entrato in vigore il primo gruppo di sanzioni americane, stiamo assistendo ad un netto peggioramento degli indici macroeconomici. Quindi, dobbiamo aspettarci sicuramente un aumento del costo della vita, l’inflazione è prevista al 40% il prossimo anno, mentre attualmente è al 13%, un’ulteriore svalutazione della moneta locale, calo del PIL, si parla di recessione per i prossimi due anni. Tutto questo non può che tradursi in una maggiore pressione sociale e, dunque, probabilmente assisteremo a nuove proteste che è quello che Trump ed i suoi consiglieri mirano a fare. Se ci sono le sanzioni vuol dire che c’è un mercato nero e con questo ci guadagnano i pasdaran. Queste sanzioni andranno a colpire la popolazione e Trump lo sa bene poiché mira ad accrescere la pressione dal basso sul regime e portare a proteste ed alla destabilizzazione del Paese.

Qual è, dunque, la vera strategia USA dietro le sanzioni? Anche in virtù delle dichiarazioni di Trump e Pompeo a sostegno del popolo iraniano, ma contro il regime.

C’è una netta divergenza tra quello che dicono e quello che fanno. Ci sono continue dichiarazioni di vicinanza e di empatia nei confronti della popolazione iraniana, la si invita a cercare la libertà e questo è un modo indiretto di dire ‘ribellatevi’. Al contempo, questi provvedimenti durissimi andranno a colpire proprio la popolazione. Le dichiarazioni empatiche rispondono ad un fine che è quello di stimolare e sibilare la popolazione.

Che significato hanno le esercitazioni dell’aeronautica militare iraniana e l’abbattimento di un drone con un missile terra-aria? Il Generale Habibillah Sayyari ha dichiarato che sia l’esercito che le Guardie della Rivoluzione hanno preso parte all’esercitazione. Che lettura dare a tutto ciò?

Come un innalzamento della tensione. L’Iran, chiaramente, con i suoi apparati di sicurezza, deve far vedere che non chinerà la testa e che il Paese non verrà messo in ginocchio dalle sanzioni americane, ma che è in grado di rispondere. Tutto questo è una conseguenza negativa della politica di Trump poiché, quando l’accordo ancora funzionava, nel 2016, ai tempi di Obama, avevamo assistito ad una moderazione della politica estera iraniana, fermo restando il coinvolgimento in  Siria, in Iraq e nella regione. C’erano state delle tensioni che, però, erano state prontamente risolte perché c’era un canale di comunicazione tra il Ministro degli Esteri iraniano, Mohammad Javad Zarif, e l’ex Segretario di Stato americano, John Kerry, che permetteva di risolvere le situazioni più tese. Oggi tutto questo non c’è più, anzi, gli apparati di sicurezza, gli ultraradicali, sfuggono un po’ al controllo di Zarif e, dunque, nei prossimi mesi dobbiamo aspettarci un’intensificazione di queste dimostrazioni di forza.

Alle manifestazioni per il 39° anniversario del sequestro dell’ambasciata americana a Teheran si sono aggiunte le proteste contro le sanzioni. Ma le proteste vanno solo in una direzione (cioè contro gli USA) o sono bipartisan? Ci sono manifestazioni anche contro il Governo? Se sì, perché? Da cosa sono spinte?

Chiaramente le manifestazioni contro il Governo ci sono perché c’è un forte malcontento da prima delle sanzioni. C’è un forte malcontento nei confronti del regime, quindi, al di là di Rouhani, dei moderati o dei pasdaran, c’è del malumore per quello che la Repubblica islamica è: quindi per l’obbligo di portare il velo e per tutte le restrizioni che vengono normalmente imposte. Questo c’è sempre stato, è fisiologico. Questo malcontento, però, si è intensificato con il peggioramento della situazione economica di cui si dà la colpa in parte al Governo, e in parte ai pasdaran – gli iraniani sanno benissimo che i pasdaran detengono una fortissima parte dell’economia del Paese. Questo è quello che, in parte, ha impedito, e continua ad impedire, la liberalizzazione dell’economia. Al contempo, ci sono anche le proteste contro gli Stati Uniti e se fino a qualche anno fa queste erano più che pittoriche –spesso era il regime stesso che pagava la povera gente ad andare in piazza e gridare ‘morte all’America’- oggi, invece, assistiamo ad un ritorno di un certo antiamericanismo, proprio perché Trump sta facendo di tutto per farsi odiare. La società iraniana è una delle più filooccidentali e pro-americane di tutta la regione, detto ciò quando subisci quella che è percepita come un’ingiustizia da parte degli USA è ovvio che si risvegli un certo sentimento antiamericano. Diciamo che il capitale che Obama aveva in qualche modo accumulato si sta velocemente sgretolando.

Quale scenario ci attende nei prossimi mesi sul fronte mediorientale?

Nella regione è in atto un tentativo di mettere l’Iran all’angolo da parte  degli Stati Uniti, così come dell’Arabia Saudita e di Israele. Un Iran indebolito è, però, un Iran che percepisce un aumento della minaccia nei propri confronti, un aumento della propria insicurezza e che, quindi, si fa più minaccioso e più offensivo.  Credo che, fin quando rimarrà Rouhani, si cercherà di mettere sotto controllo le attività dei pasdaran nella regione, dove non ha un controllo totale di queste attività, quindi potrebbero esserci delle tensioni, soprattutto in Yemen, dove era in corso un negoziato che ora bisogna vedere che fine farà. È vero che l’Iran si è rafforzato molto nella regione in questi ultimi anni, a partire dal 2003 con la caduta di Saddam Hussein, ma è anche vero che questo potenziamento è avvenuto sia sotto le sanzioni –e ciò prova come le sanzioni non influiscano più di tanto- e sia perché sono crollati gli Stati. C’è stato un vuoto di governance e l’Iran si infiltra con le milizie, con l’influenza economica e politica, dove non c’è una forte statualità, quindi in Iraq, in Siria, in Yemen. Se, invece, si cercasse di arrivare ad un vera stabilizzazione per la regione, probabilmente, si potrebbe rispondere all’aumento dell’influenza iraniana.

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