martedì, Agosto 4

L’inverno del loro scontento

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«Ora o mai più». Se lo deve essere detto Artur Mas nei giorni successivi al 9 Novembre, il giorno del referendum-non referendum (o “manifestazione con le urne”), certamente un successo di mobilitazione: ma numericamente insufficiente per permettere colpi di mano improvvisi, o dichiarazioni unilaterali di indipendenza. Ora o mai più: Artur Mas, da Presidente della Generalitat e lasciando da parte la sua identità partitica ha deciso. Propone elezioni anticipate con lista unica indipendentista a carattere plebiscitario, con un itinerario già tracciato: 18 mesi per costruire un nuovo Stato. L’altro leader da cui dipende lo scioglimento del Parlament catalano, il capo di Esquerra – seconda forza politica – Oriol Junqueras glissa, e risponderà il prossimo 2 Dicembre, nel corso di un incontro pubblico. Il convitato di pietra, Mariano Rajoy, continua nella sua strategia: sì al dialogo ma senza neanche ipotizzare una possibile riforma costituzionale. Il che equivale a non dare nessuna concessione. Catalanisti in “assetto di guerra”; popolari al governo allineati e coperti: poco spazio per le colombe e le terze vie; una prateria per le soluzioni immaginifiche e avventuriste.

Dopo il 9 Novembre si invocava da più parti, anche dalle nostre, un ritorno alla politica: con il feticcio del referendum ormai alle spalle, si pensava, sarebbe stato più semplice trovare un possibile sbocco a una disaffezione, quella tra Catalogna e governo centrale, che rischia di diventare ogni giorno dii più “sentimentale” e affettiva, piuttosto che razionale e ponderata. Un ritorno alla politica, quello che invocavamo, che però semplicemente non è mai stato messo in campo: né da un lato né dall’altro.

Forte dei 2 milioni di votanti (di cui un milione e 700 chiaramente indipendentisti, una cifra comunque insufficiente per potere ambire da subito a un nuovo Stato) Artur Mas non ha mai smesso di chiedere a Madrid quello che reclama ormai da più di due anni: un referendum costituzionalmente valido che dia una volta per tutte ai catalani la possibilità di esprimersi sulla loro relazione con il resto della Spagna. Mariano Rajoy si è trincerato, per tutta risposta, dietro i tribunali, sostenendo che si può dialogare solo dentro la cornice della legalità costituzionale spagnola, senza offrire spiraglio alcuno a una possibilità di cambio della stesse legge fondamentale. In più la magistratura, su forte impulso dell’esecutivo. ha aperto un’inchiesta contro Mas e tre Assessori della sua giunta (la Vice Presidente Ortega e i responsabili di Interni, Espadaler, e Istruzione, Rigau) per avere permesso e promosso la consultazione del 9 Novembre, che nonostante fosse un voto consultivo e senza nessun valore giuridico era stata bloccata dal Tribunale Costituzionale. Non proprio un modo per intavolare un dialogo, quello di portare il proprio interlocutore davanti a una corte. Quasi una maniera, anzi, per rafforzare chi si vorrebbe limitare, se è vero che anche il Segretario del Psoe Pedro Sànchez, promotore per ora inascoltato di una riforma della Costituzione in senso federale, ha detto nel corso di un dibattito parlamentare, che il primo indipendentista catalano si trova a Madrid. E risponde al nome di Mariano Rajoy.

Si tratta evidentemente di un’iperbole che rientra nella contrapposizione politica dura che si sta aprendo in Spagna, alla vigilia di un anno elettorale fondamentale e combattuto. La dichiarazione di Sànchez tuttavia ha un innegabile fondo di verità, se si pensa che, invece di estinguersi, il brodo di coltura di cui gli opposti radicalismi si alimentano e in cui continuano a sguazzare continua a riprodursi. Ed è in questo clima, votato ormai allo scontro frontale, che Artur Mas ha ideato la sua proposta, presentata a una platea di circa 3000 persone lo scorso 25 Novembre. Un piano che, almeno ufficialmente, il Presidente della Generalitat non aveva negoziato con nessuno e di cui nessuno era al corrente; presentato come Artur Mas e come Presidente della Generalitat e non come leader di CiU, il partito che lo sostiene.

Quella di cui si fa ideatore e promotore Mas è una road map che secondo i punti di vista si può definire estremamente ambiziosa o sconsideratamente azzardata, meritoriamente coraggiosa o semplicemente suicida. Ecco i punti chiave: elezioni anticipate subito, a Febbraio 2015. Il mondo indipendentista si presenta sotto le insegne di una lista unica, senza distinzioni di partito con un unico punto in programma: il conseguimento di una maggioranza assoluta nel Parlamento catalano che porti a una dichiarazione unilaterale di indipendenza. All’interno della lista si presentano solo nomi espressione della società civile, del mondo della cultura e dell’economia, che non si ripresenteranno alle successive elezioni. Lo stesso Mas non esclude di non presentarsi, sostenendo che aprirà o chiuderà – quindi senza nessuna possibilità di elezione, in un Paese dove le preferenze non esistono – la lista.

Il compito che i nuovi eletti si daranno sarà “costituente”: si costruiranno le basi e le strutture per il nuovo Stato catalano. Alla conclusione di questa legislatura “anomala”, che durerà solo un anno e mezzo, si procederà con l’indizione di nuove elezioni che seguiranno la normale dialettica democratica: i partiti si ripresenteranno con i loro simboli e, raggiunta l’indipendenza, il discrimine non sarà più rappresentato dal catalanismo ma dalla consueta ripartizione destra-centro-sinistra.

Un progetto che è musica per le orecchie degli indipendentisti ma che agli occhi di un osservatore neutrale, o perlomeno oggettivo, suscitano alcuni, importanti, dubbi. Principalmente quattro: i tempi; il consenso all’interno della società catalana sul’idea stessa di un nuovo Stato; la fattibilità di un progetto così politico come la costruzione di un nuovo Stato a opera di politici non “professionisti”; la tenuta di CiU. Vediamoli con ordine.

I primi due sono strettamente intrecciati. Diciotto mesi sono un periodo molto ristretto per la costruzione di una nuova entità statuale, sulla quale anche all’interno del corpo elettorale catalano non c’è accordo né maggioranza. Senza una chiara maggioranza assoluta, non solo di seggi ma anche di voti, il progetto di Mas semplicemente non esiste. Il “plebiscitarismo” delle proprie elezioni è solo un’arguzia politica, ma non è un concetto vincolante a livello giuridico. In altre parole, se gli “unionisti” – per così dire – prevalessero, la prossima legislatura sarà né più né meno come quelle che l’hanno preceduta. Gli indipendentisti sono la forza maggiormente organizzata e con la più alta capacità di mobilitazione: ma ancora oggi sono una minoranza. A parte uno zoccolo duro – gli indipendentisti storici – che pensa che ogni strada di dialogo sia chiusa e che il rapporto con Madrid sia irrecuperabile, almeno la metà degli attuali catalanisti “radicali” potrebbe tornare su posizioni federaliste se il governo centrale facesse una proposta politica alta. In altre parole, se il trattamento economico a favore della Catalogna cambiasse in favore di un nuovo “pacto fiscal”, con più trasferimenti a favore di Barcellona. Inoltre, i tempi sono veramente esigui, non solo per la costruzione di un nuovo Stato, diciotto mesi rappresentano un tempo relativamente breve, ma anche per la convocazione delle elezioni: Febbraio è domani.

Passiamo al terzo dei dubbi: la composizione delle liste a opera di membri della società civile prestati alla politica. La costruzione di un nuovo Stato presuppone un altissimo grado di coraggio, competenza, capacità, immaginazione, leadership. Tutte qualità che sono, o dovrebbero essere, strettamente politiche. Un ingegnere, o un avvocato, o un medico, o uno scrittore, per quanto magari di altissimo livello nelle loro professioni riceverebbero il battesimo del fuoco in politica in una fase che presenta sicuramente moltissimi motivi di entusiasmo ma altrettanti rischi di fallimento. Ancora: il termine dei diciotto mesi e della promessa di non presentarsi alle elezioni successive non è giuridicamente vincolante ma frutto di un accordo politico. Un gentlemen’s agreement. Ma chi garantisce che la legislatura duri uno spazio così esiguo? E chi può dire che, una volta al potere, i campioni della società civile non si trovino così a loro agio da volere continuare l’esperienza? E infine, il ruolo di Mas: c’è qualcuno che può davvero pensare che un progetto così ambizioso possa privarsi del suo leader carismatico?

L’ultimo dei dubbi riguarda la tenuta di CiU all’interno della lista unica. Che per essere unica deve solo pescare all’esterno – e quindi attrarre almeno Esquerra – e non deve – o non dovrebbe – subire defezioni tra i suoi promotori. Mas non è solo il Presidente della Generalitat: è il capo di CiU, che sta per Convergencia y Uniò. I due partiti, che esistono da molto prima, sono federati dal 1978 e sono la forza egemone del centrodestra catalano, ma rappresentano sensibilità differenti. Convergéncia, il partito di Mas, è liberale e attualmente indipendentista; Uniò è una forza democristiana, che si rifà alla dottrina sociale della Chiesa. Ma ciò che è più importante nell’attuale quadro politico, è confederalista. Il suo leader, Josep Antoni Duran y Lleida, si sta facendo promotore di Construim, un movimento trasversale che ufficialmente serve ad allargare la base di Uniò ma potrebbe essere in realtà l’embrione di un nuovo partito di centro, lontano da CiU. Duran ha affermato infatti due concetti che indiscutibilmente si scontrano con l’attuale strategia di Mas: “in Catalogna la questione nazionale è importante ma c’è anche e soprattutto una grande emergenza sociale; in caso di lista unica per l’indipendenza, Uniò non ne formerà parte“.

Gli interrogativi riguardo al piano del Presidente della Generalitat sono dunque tanti e tutti circostanziati. Questo non vuol dire che quello di Mas sia un disegno destinato alla sconfitta: in politica non sempre le decisioni si prendono in base a un razionale calcolo di costi-benefici, ma più spesso sono gli elementi emozionali e irrazionali a prevalere. Basta aspettare solo un altro giorno, domani, per capire se Junqueras si unirà al progetto di Mas e se il prossimo inverno sarà quello del grande gelo tra Spagna e Catalogna.

Un gelo che potrebbe essere evitato, se solo chi ne ha la responsabilità e la possibilità fosse davvero volto a risolvere i problemi e non a consolidare la propria base elettorale e politica in vista di un anno elettorale che ad alcuni, i popolari soprattutto, produce ansie assortite e retropensieri da ultimi giorni di Pompei. Non è tempo di spargitori di sale, ai lati delle strade: il problema è che sul ghiaccio più le auto vanno veloci più pattinano, e a quel punto uscire di strada è un attimo. Se solo il guidatore rallentasse, i rischi sarebbero quasi annullati, ma a volte il fascino della velocità è troppo forte, e seppellisce con sé – con incoscienza – le paure più forti, e i timori più nascosti.

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