domenica, Marzo 24

L’intricata vicenda del Karmapa e gli intrighi segreti tra India, Cina e Tibet Il processo di reincarnazione e l’elezione del Karmapa diventa oggetto sia di disputa religiosa sia teatro di spionaggio soprattutto tra India e Cina che vogliono mantenere il Buddhismo tibetano (e il Tibet) sotto la propria influenza

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Sembra la trama di un thriller a sfondo religioso, del genere dei gialli alla Dan Brown: sullo sfondo la diaspora buddhista, la trasmigrazione dell’identità nella successione del Dalai Lama e la sua identificazione, storie di spionaggio tra India, Cina, Tibet. Non manca nulla. In verità, questa è la vera storia di Ogyen Trinley Dorje, il 17mo Gyalwang Karmapa.

In una recente conferenza trasmessa in video dagli Stati Uniti, Ogyen Trinley Dorje, discostandosi dai temi per i quali era stato sollecitato dai suoi seguaci, descrive la sua vita travagliata, la sua fuga dal Monastero Tsurphu in Tibet durante la coda del Dicembre 1999. Rivolto ad un corposo numero di fedeli nel corso dell’annuale Kagyu Monlam Chenmo a Bodhgaya, il Karmapa tra altre cose ha detto: «Ho trascorso 18 anni in India, durante quel periodo ho avuto diverse difficoltà e problemi, come voi sapete.  Dicevano che io fossi stato inviato dai cinesi o che io fossi una spia cinese. Son successe davvero tante cose». Quando aveva solo 14 anni, Ogyen Trinley Dorje fuggì dal Tibet. Arrivò di soppiatto in India agli inizi del 2000 e questo preoccupò alquanto le autorità indiane. Sia la Cina sia il Dalai Lama avevano profuso la propria benedizione sul suo capo e lo avevano legittimato ufficialmente come la reincarnazione del 16mo Karmapa, Rangjung Rigpe Dorje. Questa mossa rese l’India particolarmente sospettosa, la materia relativa alla reincarnazione del Karmapa è questione molto delicata e poi ha ancor oggi un particolare impatto sulla scena tibetana. In verità, l’India non ha mai smesso di seguire le attività di Ogyen Trinley Dorje, diffidente guarda ai raggi X ogni suo movimento, lo ritiene «sotto influenza cinese», praticamente da quando ha messo piede in India provenendo dal Tibet. Quando poi una somma diciamo più che discreta di Yuan cinesi fu rintracciata nel suo monastero a Dharamsala, l’India ha deciso di non mollare più l’attenzione nei suoi confronti. Ogyen Trinley Dorje soggiorna negli Stati Uniti dal 2017 dicendo che si tratta di motivi di salute e che ha bisogno di particolari terapie.

Secondo alcuni osservatori, questo periodo di permanenza di Ogyen Trinley Dorje non è stato concordato con le autorità indiane e soprattutto coi loro servizi di intelligence. Inizialmente qualcuno ha anche adombrato l’ipotesi che non avrebbe più fatto ritorno dagli USA o che sarebbe andato in Cina a far visita alla sua famiglia. Poi lo stesso Ogyen Trinley Dorje ha chiarito tutto, ha fugato ogni rumor sul suo conto in una intervista concessa a Radio Free Asia a Washington D.C. dove ha chiaramente affermato che tornerà in India per Novembre 2018. Per i primi 18 anni della sua vita, Ogyen Trinley Dorje ha viaggiato sotto stretto controllo dell’intelligence indiana. Quando gli è stato concesso di visitare il Sikkim l’interesse pubblico s’è galvanizzato. Poi le restrizioni sui movimenti di Ogyen Trinley Dorje da parte dell’India sono state un po’ allentate dagli inizi del 2017, compresa la sortita nel territorio del Sikkim. Le restrizioni, però, sul viaggio verso il Monastero Rumtek permangono ancor oggi; si tratta dell’axis mundi contemporaneo della scuola Karma Kagyu di Buddhismo Tibetano. E la visita di Ogyen Trinley Dorje al Sikkim è un tema particolarmente caro ai devoti della scuola Karma Kagyu in tutta l’India. Il fatto che i servizi di intelligence indiani reiterino frequentemente la richiesta a Ogyen Trinley Dorje di tornare in India conferma e sottolinea che l’India vuole a tutti costi mantenere la sua influenza sugli affari tibetani e sul Governo tibetano in esilio.

Fino al Diciassettesimo Secolo, la posizione di Karmapa ha svolto un ruolo centrale nella intera società tibetana. Durante una violenta campagna nel 1649, l’allora Dalai Lama del Gelupa, con l’aiuto dei Mongoli, detronizzò l’allora Karmapa e le autorità del Monastero Tsurphu, un centro monastico centrale nella Scuola Karma Kagyu del Buddhismo Tibetano. Fino ad allora, il Karma Kagyu era una delle più importanti Scuole di quella Scuola di Pensiero Buddhista. Si tratta di vicende i cui effetti hanno raggiunto persino il Tempo presente poiché il 14mo Dalai Lama, Tenzin Gyatso, ha deciso di completare l’opera di de-politicizzazione del suo ruolo. Questo potrebbe significare che Ogyen Trinley Dorje potrebbe anche non essere considerato l’erede del Dalai Lama. Fin dall’arrivo di Karmapa Ogyen Trinley Dorje in India attraverso il Tibet, egli è stato considerato proprio l’erede del Dalai Lama e facente funzione in quella esatta posizione almeno fino a quando il processo di identificazione del prossimo Dalai Lama si compie e si procede ad occupare quel ruolo. Ma rimuovere l’autorità centrale di una importante figura religiosa qual è il Dalai Lama dagli affari del Governo Tibetano in esilio potrebbe non essere sufficiente nell’attuale contesto geopolitico.

Nel frattempo, la Cina sta attuando ogni azione nella direzione della integrazione della cosiddetta Regione Autonoma del Tibet (TAR) e la Regione Autonoma Xinjiang Uyghuro nella più ampia Nazione cinese a prevalente etnia Han. La integrazione cinese del Tibet è stata promossa attraverso direttive economiche e sociali che comprendono anche l’incentivo a favore di cittadini di origine Han di stabilirsi in Tibet. La rivolta tibetana del 2008 ha reso coscienti i più alti vertici del Partito Comunista Cinese (CCP)  che la strategia attuata fino a quel momento, basata sulla individuazione di soggetti dissidenti, attivisti e delle figure religiose prominenti non era stata -e non era- efficace quanto bastava. Così come nel mondo si è venuti a conoscenza dei processi di rieducazione cinesi attuati nello Xinjiang, la Cina continua ad applicare metodi similari anche in Tibet. Un report di Human Rights Watch afferma che il Bureau cinese di Pubblica Sicurezza aveva stabilito secondo la propria visione che nella parte occidentale del Tibet si stessero conducendo «attività tradizionali illegali», L’avviso cinese era correlato ad attività come la protezione ambientale, la difesa della lingua e le dispute relative alla individuazione del Dalai Lama. Questa notifica è venuta in risposta al richiamo del Presidente Xi Jinping che istigava all’attacco verso il «crimine organizzato» e le attività para-mafiose, il Partito Comunista Cinese si è definitivamente stancato dell’influenza esplicata ancor oggi dai vari Dalai Lama che si succedono in Tibet. Il Premier Li Keqiang ha visitato la Regione Autonoma del Tibet in luglio e la sua difesa della unità etnica è stata considerata una occasione rara in tal senso, ha inoltre offerto un chiaro segno del massimo livello di preoccupazione. L’ultima visita di un esponente di alto rango nella Regione Autonoma del Tibet da parte di un membro del Partito Comunista Cinese è stata quando l’allora vice Presidente cinese Xi Jinping si recò in Tibet nel 2011.

Più recentemente l’Esercito Popolare di Liberazione, 75° e 76° Gruppo Armato hanno aumentato le proprie operazioni ed attività nel Plateau Qinghai e nella Regione Autonoma del Tibet (la Cina la definisce Plateau  Qinghai-Xizang). Allo stesso tempo attivisti tibetani, giornalisti, Organizzazioni Non Governative, il Governo Tibetano in esilio e la Amministrazione Centrale Tibetana hanno segnalato vittime di una vasta campagna di spionaggio digitale tra Gennaio e Marzo del 2018. Il Citizen Lab ha segnalato e documentato circa una campagna d’attacco digitale già nel 2016.

Quel che è più importante rilevare è che, dopo le rivolte del Tibet nel 2008, la Cina ha inteso tralasciare un certo metodo soft di operare nella direzione della integrazione del Tibet nel proprio territorio, tornando ad operare con un vecchio stile, basato essenzialmente sulla rieducazione. Il concetto di base è lo snaturamento progressivo della cultura autoctona e della identità del popolo tibetano persino favorendo la fetta di popolazione di etnia Han (la maggioranza in Cina) disponibile a trasferirsi in Tibet con una serie di vantaggi e facilitazioni. Il dibattito relativo alla successione dei Dalai Lama dal punto di vista cinese è una realtà autonoma della cultura tibetana che la Cina non è più disposta a tollerare. La identificazione di un Dalai Lama ‘gradito’ a Pechino, un po’ come è accaduto con la creazione di una Chiesa cattolica autonoma da Roma e governata da Pechino, è lo schema che il Partito Comunista Cinese attua in difesa dei propri territori identitari e culturali prima ancora che fisici. Sullo sfondo, vi è l’India, il competitor asiatico più grande nel Continente asiatico, terra che ospita il Governo Tibetano in esilio ed il Dalai Lama ma soprattutto un avversario economico che incute rispetto e timore e che non intende lasciare che la Cina agisca troppo indisturbata nei processi di spoliazione culturale del Tibet, un territorio parecchio strategico e di rilevanza capitale sia per Pechino sia per New Delhi.

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