venerdì, Aprile 26

L’intollerabile lentezza della giustizia italiana In carcere, un medico per più di trecento detenuti

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Il direttore del carcere di Regina Coeli, Silvana Sergi, viene sentita nell’ambito di uno dei filoni d’indagine sulla morte di Valerio Guerrieri, un ragazzo di 21 anni, che si è tolto la vita nel carcere romano. Atto istruttorio coperto dal massimo riserbo. Dopo che il giudice per l’indagine preliminare ha respinto la richiesta d’archiviazione del fascicolo avanzata dal Pubblico Ministero, gli inquirenti dovranno provvedere alla iscrizione formale per l’accusa di omissione d’atti d’ufficio dello stesso direttore del carcere e del responsabile locale del DAP. Per la vicenda Guerrieri, sono già a processo sette agenti di polizia penitenziaria e due medici psichiatri. In questa tranche, arrivata in aula, i PM contestano il reato di omicidio colposo. Pochi giorni dopo la morte del ragazzo la mamma si era rivolta alla associazione Antigone, rendendo nota anche una lettera che il figlio le aveva scritto poco prima di suicidarsi. Per i legali della famiglia di Valerio il giorno in cui si è impiccato il
giovane non si sarebbe dovuto trovare a Regina Coeli. Diversi giorni prima era stata revocata la custodia in carcere e, in ragione delle sue condizioni di salute, doveva essere portato in una Residenza per l’esecuzione delle misure di sicurezza. Per questo il PM aveva avviato in parallelo al filone principale un fascicolo sul presunto trattenimento senza titolo del giovane all’interno del carcere.
Dopo che è stata chiesta l’archiviazione il giudice accoglie l’opposizione della parte civile ordinando l’iscrizione dei presunti responsabili nel registro degli indagati. Particolare non irrilevante: Valerio si è tolto la vita il 24 febbraio 2017. Oggi siamo al 20 marzo 2019!

Ventisette poliziotti ritenuti responsabili delle violenze alla scuola Diaz di Genova nei giorni del famoso G-8, e delle false prove «per coprire le nefandezze perpetrate» subiscono una nuova condanna. Alti dirigenti, ispettori e agenti sono stati condannati dalla Corte dei Conti a risarcire un danno erariale pari a due milioni e 800 mila euro per danni materiali. Un’ulteriore condanna da cinque milioni per il danno d’immagine dovrà essere valutata il 22 maggio dalla Corte Costituzionale poiché un controverso codicillo del 2009 consente di contestare il danno erariale solo per reati contro la pubblica amministrazione e non per imputazioni come il falso o le lesioni gravi. Come richiesto dal procuratore regionale della Corte dei Conti, dovranno rifondere ai ministeri dell’Interno e della Giustizia le spese legali dei tre gradi di processo penale, le provvisionali stabilite come risarcimenti alle decine di manifestanti inermi massacrati di botte e arrestati sulla base di prove costruite ad arte, nonché ripagare gli avvocati del gratuito patrocinio delle parti civili.

Piccolo particolare: i fatti si sono consumati nel luglio 2001. Siamo nel marzo 2019!

Lo scandalo del sangue infetto. Qualcuno se lo ricorda? E’ un procedimento che, dicono gli addetti ai lavori, ha avuto ‘un iter complesso’: dopo le indagini avviate dalla procura di Napoli all’inizio degli anni Novanta, gli atti vengono trasmessi a Roma, poi al tribunale di Trento e successivamente nuovamente trasferiti nel capoluogo partenopeo. Ha impiegato “solo” una ventina d’anni per arrivare a un rinvio a giudizio.

Vent’anni persi nei labirinti delle indagini preliminari, dei cavilli, del palleggiamento di competenze territoriali, nei cassetti di qualche ufficio giudiziario. Lo scandalo del sangue infetto, a beneficio di chi non c’era o ne ha smarrito la memoria: alcune case farmaceutiche immettono sul mercato flaconi di sangue prelevato da individui ad alto rischio (carcerati, tossicodipendenti che si iniettano droghe, persone con attività sessuali considerate a rischio) infettando migliaia di persone con i virus dell’Aids e dell’epatite C.; lo scandalo investe l’allora direttore del Servizio farmaceutico nazionale, Duilio Poggiolini, oltre alle aziende del Gruppo Marcucci.

Ecco: lunedì prossimo si avrà la sentenza, di primo grado. Una vicenda cominciata nei primi anni Novanta si conclude in primo grado il 23 marzo 2019!

Tre casi emblematici di una giustizia che generalmente tiene fede solo alla prima parte del celebre detto: ‘Lenta, ma inesorabile’. Inesorabili, in questo caso sono solo gli intollerabili tempi di attesa prima di sapere se si è o no colpevoli di qualcosa.

Se Messenia piange, Sparta non ride.

Un solo medico di base in ogni carcere ogni 315 detenuti, per un totale di mille medici di base e di guardia nei 206 istituti di pena italiani. Troppo pochi per garantire un servizio adeguato. L’assistenza sanitaria nelle carceri è ‘a rischio’, mentre il numero dei detenuti sfiora il totale di 65.000 registrando una grave situazione di sovraffollamento.

   La denuncia arriva dal coordinatore nazionale della Federazione italiana medici di medicina generale Franco Alberti: «Mancano medici nelle carceri, nonostante passate circolari del ministero della Giustizia stabilissero la presenza di un medico ogni 200 detenuti, e la situazione è grave I detenuti sono ben più dei 40-45.000 che potrebbero essere ospitati nelle strutture carcerarie. C’è una situazione nota di sovraffollamento alla quale è davvero difficile fare fronte. I medici che lavorano nelle carceri sono infatti mille, ma va detto che circa il 70 per cento è rappresentato da medici precari e sottopagati».

    Il numero dei medici varia da carcere a carcere a seconda della capienza della struttura, ma in media, sottolinea Alberti, «oggi possiamo dire che ci sia un medico per ogni 315 detenuti. La nostra richiesta è che ve ne sia uno almeno ogni 150. I medici di base, che garantiscono l’assistenza ambulatoriale per 3-4 ore al giorno, secondo il fabbisogno da noi calcolato dovrebbero essere 1.044; i medici di guardia, che fanno assistenza h24 a turno, dovrebbero invece essere 1.588, e va detto che attualmente in varie carceri i medici di guardia mancano del tutto».

   Dunque per garantire un’adeguata assistenza mancano all’appello 1.632 ‘camici bianchi’. In queste condizioni «è difficile lavorare anche considerando che nei casi più gravi il 118 impiega non meno di 30 minuti per poter entrare nelle strutture carcerarie; manca personale medico e così i medici sono costretti in alcuni casi a turni continuativi, con i rischi connessi alla situazione di stress».

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