sabato, Dicembre 14

L’inscalfibile alleanza tra Washington e Riad L'intesa rimane in piedi, nonostante tutto...

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Nell’aprile 2016, l’allora presidente Barack Obama rilasciò un’intervista alla prestigiosa rivista ‘The Atlantic in cui si accusava senza mezzi termini l’Arabia Saudita e le altre monarchie sunnite del Medio Oriente di sfruttare cinicamente la benevolenza statunitense nei loro confronti senza profondere alcuno sforzo per sostenere gli Usa nel compito di mantenere intatta l’architettura di difesa regionale. In quei giorni, il Congresso si preparava a votare una norma che autorizzava a trascinare i cittadini sauditi di fronte a tribunali Usa nelle cause legate all’11 settembre, a seguito del rapporto molto scottante sugli eventi cruciali di quel giorno compilato dalla commissione congressuale incaricata. Il rapporto, che suggerisce un possibile – se non addirittura probabile – coinvolgimento della famiglia reale saudita negli attacchi terroristici perpetrati quel giorno, è andato ad avvalorare le convinzioni delle migliaia di famiglie delle vittime riguardo all’esistenza di una connessione tra i governanti sauditi e gli attacchi terroristici, specialmente alla luce del fatto che ben 15 dei presunti 19 attentatori erano cittadini sauditi.

Di fronte a una simile prospettiva, la leadership saudita, già irritata con Washington per il mancato intervento militare in Siria contro il governo di Bashar al-Assad e per il ruolo preminente svolto dal segretario di Stato John Kerry per la sottoscrizione dell’accordo internazionale relativo al nucleare iraniano, reagì minacciando di disinvestire qualcosa come 700 miliardi di dollari nell’economia Usa. L’intimazione, pronunciata dal ministro degli Esteri saudita Adil al-Jubayr, destò una certa sorpresa nell’establishment statunitense, perché se da un lato è innegabile che una mossa simile manderebbe in pezzi la debole struttura economica dell’Arabia Saudita, già fiaccata di bassi prezzi petroliferi e dagli altissimi costi della guerra allo Yemen, d’altro canto è parimenti assicurato che infliggerebbe un colpo devastante al meccanismo fondamentale su cui si regge l’egemonia geopolitica statunitense, vale a dire il riciclaggio dei petrodollari.

Questo sistema è stato messo a punto il 14 febbraio del 1945, nel quadro di un accordo siglato tra il Presidente Franklin Delano Roosevelt e re Ibn al-Saud sull’incrociatore Quincy in navigazione sulle acque del Grande Lago Amaro del Canale di Suez. L’intesa, in base alla quale gli Usa fornivano protezione militare a Riad in cambio dell’impegno saudita di vendere il proprio petrolio in dollari, obbligò infatti da quel momento in poi i Paesi importatori a rifornirsi di valuta Usa per soddisfare il proprio fabbisogno energetico. Allo stesso tempo, l’Arabia Saudita si impegnava a reinvestire gran parte dei proventi dell’export di petrolio nell’economia statunitense.

Il ruolo di moneta di riferimento internazionale di cui è titolare il biglietto verde è strettamente dipendente dall’accordo del 1945, e permette tutt’oggi agli Stati Uniti di continuare a stampare valanghe di denaro e di accumulare un debito pubblico colossale senza subirne le relative conseguenze. La decisione della Casa Bianca di porre il veto sulla legge che apriva il varco a incriminazioni contro cittadini sauditi concorse a stemperare i toni, ma rese anche palese la natura ricattatoria del rapporto con i sauditi.

La minaccia di staccare la spina all’economia Usa in caso di un troppo marcato disallineamento strategico di Washington assunse un significato molto chiaro alla luce dell’accordo raggiunto tra l’Opec, organizzazione storicamente dominata da Riad, e la Russia per un taglio della produzione di petrolio finalizzato a provocare una risalita dei prezzi. All’epoca, l’economista messicano Ariel Noyola Rodriguez richiamò inoltre l’attenzione sul «fatto che Pechino abbia autorizzato lo scambio di yuan contro rial sauditi aggirando il dollaro. Di conseguenza, è molto probabile che la compagnia petrolifera Saudi Aramco finisca per accettare pagamenti in yuan anziché dollari». Simultaneamente, Riad procedeva a una forte riduzione degli acquisti di Treasury Bond (T-Bond), arrivando a detenere, nel settembre 2016, appena 93 miliardi di dollari di titoli di Stato Usa, il minimo da fine estate 2014. Il trend cominciò a cambiare con l’elezione di Donald Trump, a partire dalla quale la casa reale riprese ad acquistare grosse quantità di buoni del Tesoro statunitensi con l’evidente tentativo di rilanciare la partnership con Washington fortemente deterioratasi sotto l’amministrazione Obama. Come c’era da aspettarsi, il tycoon newyorkese gettò le basi per rinsaldare l’alleanza strategica con l’Arabia Saudita (oltre che con Israele), sfilando gli Usa dall’accordo sul nucleare iraniano e a concordando con i sauditi la fornitura di qualcosa come 110 miliardi di dollari di armi (missili, munizioni, fucili, aerei e attrezzature varie), da portare a circa 350 miliardi entro un decennio.

L’intesa tra Washington e Riad è stata messa a serio repentaglio dalla ‘prova del fuoco’ costituita dall’oscura vicenda dell’omicidio di Jamal Khashoggi, il giornalista ucciso barbaramente all’interno del consolato saudita ad Ankara di cui le forze alleate del principe ereditario Mohammed bin-Salman sospettavano il coinvolgimento in un golpe di palazzo ordito dal principe al-Waleed bin-Talal. La stampa statunitense e una parte non irrilevante del Congresso hanno fatto fronte comune richiedendo a gran voce l’imposizione di pesanti sanzioni contro l’Arabia Saudita, ma Turki al-Dakhil, stretto consigliere di bin-Salman, ha fatto puntualmente sapere che nel caso in cui gli Usa avessero deciso di adottare misure punitive nei confronti di Riad, il suo Paese avrebbe reagito con una trentina di provvedimenti tra cui spiccano il drastico taglio alla produzione del petrolio finalizzato a provocare un forte rialzo dei prezzi; l’utilizzo di valute alternative al dollaro per la vendita del petrolio saudita; l’abbandono della postura ostile nei confronti dell’Iran; l’aumento degli ordinativi di armi da Russia e Cina e l’inoltro al Cremlino della proposta relativa alla costruzione di una base militare russa presso Tabuk, nell’area nord-occidentale del Paese.

Non stupisce, alla luce delle minacce saudite, che Trump si sia dichiarato convinto dalle rassicurazioni fornite da Mohammed bin-Salman – che secondo il ‘New York Times’ era stato elevato da Jared Kushner «ad alleato chiave nel mondo arabo e ad interlocutore principale della Casa Bianca nel regno» – circa la sua completa estraneità alla consumazione del delitto, benché la versione di Riad non abbia convinto praticamente nessun addetto ai lavori. Segno che gli Stati Uniti hanno veramente troppo da perdere da uno strappo diplomatico con l’Arabia Saudita, cosa che lascia presagire la perpetuazione del legame strategico istituito sull’incrociatore Quincy nel 1945

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