domenica, Ottobre 25

L’India verso un rimpatrio di massa? Si teme una campagna di respingimenti del nuovo governo verso i Paesi limitrofi

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India rimpatri

Il teleobiettivo riprende una lunga fila di persone sedute per terra. Lo sguardo basso, il volto rassegnato, mentre l’intero gruppo è sorvegliato a vista da decine di uomini in divisa mimetica militare. Sullo sfondo, un reticolato e una torretta di guardia, ed un cancello che si apre per far passare la comitiva. Siamo nel Tripura, piccolo Stato ai confini orientali della Confederazione Indiana, ed il reticolato ripreso dal fotografo è quello che separa l’India dal Bangladesh.

Sono le foto del primo rimpatrio di profughi dell’era Narendra Modi. Le persone ritratte nelle immagini sono profughi bengalesi, di confessione cristiana ed abitanti delle Chittagong Hills, fuggiti dal loro Paese nei mesi scorsi quando le violente proteste dei partiti islamisti contro il governo di Sheik Hasina sono sfociate in aggressioni e violenze contro le minoranze religiose. In realtà, almeno per il momento, non si tratta di una azione ordinata dal governo centrale di Delhi e dunque influenzata dal nuovo corso politico, anzi. Il Tripura è attualmente l’unico Stato della Confederazione dove il governo locale è guidato dal Partito Comunista (CPM), è uno dei pochi Stati nei quali le elezioni politiche dello scorso maggio hanno visto il Congress prevalere. Nonostante il colore politico ben diverso da quello ora preponderante a New Delhi, la campagna di rimpatri dei profughi era pianificata anche da ben prima delle elezioni politiche. Iniziative di rimpatrio sono allo studio anche nel vicino Stato del Mizoram, confinante con il Myanmar e per questo investito da oltre 50 anni di ben più consistenti flussi migratori, persone in fuga dalle guerre civile e dalla repressione militare che ha caratterizzato a lungo la repubblica indo-cinese.

Ma sono proprio queste iniziative, prese da governi locali che poco hanno a che vedere con la nuova leadership nazional-conservatrice, a far squillare l’allarme delle ONG che si occupano di assistenza ai profughi nel sub-continente indiano. Durante la campagna elettorale, lo stesso Narendra Modi è stato protagonista di dichiarazioni piuttosto controverse sul tema; da una parte, il leader del BJP ha assicurato agli abitanti delle regioni orientali che l’immigrazione clandestina non sarà più tollerata, dall’altra, ha lanciato parole che paiono ispirate ad un inedito pan-induismo, proclamando la volontà di accogliere sul suolo indiano tutti i membri delle comunità indù che fuggano da persecuzioni a sfondo confessionale nei Paesi limitrofi.

Dichiarazioni che hanno fatto insorgere due tipi di critiche molto pesanti contro il nuovo Primo Ministro. Da una parte i governi dei Paesi confinanti (Pakistan, Bangladesh, Sri Lanka, Nepal e Bhutan) hanno visto in questi proclami un invito al revanscismo nazional-religioso nei confronti delle comunità indù sparse nella regione. Dall’altra, le organizzazioni attive nell’assistenza ai rifugiati hanno visto una avvisaglia di rimpatrio coatto nei confronti di persone in fuga dai medesimi Paesi a causa di guerre civili e discriminazioni.

Valutare le eventuali proporzioni di una massiccia campagna di rimpatrio è d’altronde difficile a priori, dato che gli stessi numeri dell’immigrazione illegale nel Paese non sono mai stati stimati con sicurezza. Il Bangladesh rimane di gran lunga la fonte di immigrazione non registrata più estesa. Mentre gli immigrati legali nel 2001 erano oltre tre milioni, le cifre su quelli non registrati variano oggi da 2 ad addirittura 20 milioni, inclusi i discendenti (!). Una stima per eccesso probabilmente esagerata, ma che nessun demografo può ancora confutare dati alla mano.

Ben 10 milioni di bengalesi si rifugiarono in India durante e subito dopo la guerra di indipendenza del 1971, in fuga dal genocidio perpetrato dalle truppe pakistane e dalle milizie locali a loro fedeli. Non è mai stato reso noto quanti di questi cittadini bengalesi siano poi rientrati nel Paese di origine. Anche se la prima ondata era costituita per lo più da abitanti di confessione indù, nei decenni successivi l’instabilità politica ed economica e la crescita del fondamentalismo islamico hanno spinto a migrare clandestinamente anche musulmani laici. L’unico sentore del fenomeno è stata la crescita abnorme della popolazione di fede musulmana nella regione dell’Assam, passata dal 19% del 1970 al 30% del 2001, dato che però include anche il naturalmente alto tasso di natalità che caratterizza sia l’India che il Bangladesh.

Le dichiarazioni di Modi hanno scoperchiato dunque un vero e proprio vaso di Pandora, tanto più che i profughi appena rimpatriati sono stati costretti a tornare in un Paese alle prese con una grave instabilità interna. Se le intenzioni di Delhi fossero serie, i numeri del rimpatrio potrebbero essere semplicemente ingestibili, e provocare gravi frizioni con il suo povero vicino sud-orientale, moltiplicando la povertà e la miseria che lo affliggono, relegandolo a Paese più povero dell’intera Asia continentale dopo l’Afghanistan la Corea del Nord ed il Myanmar. D’altra parte, anche l’economia dell’Assam beneficia da decenni del basso costo della manodopera portato da questa ondata di marea di fuggiaschi, ed anche la vita sociale sul versante indiano della frontiera ne sarebbe probabilmente compromessa.

E proprio il Myanmar è il secondo tassello dei numeri non certi sull’immigrazione illegale nel Paese. Come per il Bangladesh, anche questa immigrazione ha una lunghissima storia a lungo ignorata, ed incentrata per lo più sulla minoranza Chin, abitante l’omonima regione occidentale della ex-Birmania. Insofferenti della dittatura del Generale Ne Win fin dal principio, i Chin subirono una dura persecuzione che costrinse alla fuga migliaia di persone oltre il confine. A questa minoranza etnica si sono poi aggiunte ulteriori ondate da altre aree del Myanmar, man mano che i conflitti etnici si moltiplicavano. Nel 2010, il numero ufficiale di rifugiati birmani si aggirava intorno alle 20mila persone, ma le cifre non ufficiali parlano di 50-100mila persone, almeno 8mila delle quali viventi in condizioni miserabili nelle baraccopoli della periferia di New Delhi.

Caso del tutto particolare è quello dei rifugiati dallo Sri Lanka, soprattutto di etnia Tamil, fuggiti in almeno 100mila dalla guerra civile consumatasi per un quarto di secolo nel loro Paese, ed ora incoraggiati da entrambe i governi a fare ritorno in patria. La diffidenza dei Tamil nei confronti del sempre più autoritario regime del Presidente Rajapaksa sta però limitando fortemente i rientri in patria dei Tamil, nonostante i massicci incentivi del governo di Delhi in questo senso, comprensivi della ricostruzione di almeno 30mila abitazioni nelle aree devastate dal conflitto.

Mentre Pakistan ed Afghanistan vedono per ragioni confessionali e storiche un numero di presenze relativamente limitato (rispettivamente 8mila, per lo più di etnia Sikh, e 13mila profughi di guerra), un caso politicamente particolare è quello dei tibetani. Nei lunghi decenni delle tensioni di confine con la Cina nell’Arunachal Pradesh, l’India ha infatti stabilito diverse misure di accoglienza nei confronti dei tibetani, come abitazioni, ospedali e scuole riservate ai figli dei migranti per preservare le loro tradizioni. Le pressioni della Cina hanno già reso meno facile la vita ai tibetani presenti sul suolo del Nepal, ma è improbabile che Delhi possa cedere a simili campagne dissuasive. Al momento, sul suolo indiano, vi sono almeno 120mila rifugiati tra i seguaci del Dalai Lama.

Un mosaico di etnie, religioni e soprattutto ragioni di emigrazione drammatiche che si mescola ai problemi dell’immenso Paese asiatico ospitante, il che rende molto facile per la politica locale fare leva sulla priorità da assegnare alla povertà domestica per emarginare gli emigranti. Per il momento, il rimpatrio del Tripura rimane un caso non dissimile da altre retate già manifestatesi in passato. Ma se il nazionalismo dovesse prevalere sul garantismo, le conseguenze potrebbero essere imprevedibili non solo sul fronte delle relazioni internazionali indiane nella regione, ma anche sulla stabilità di intere regioni dell’India stessa. 

 

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