giovedì, Febbraio 20

L’India, il Pakistan e la loro doppia necessità Intervista al giornalista del Corriere della Sera ed esperto di terrorismo internazionale Guido Olimpio sull’escalation conflittuale al confine tra India e Pakistan, Paesi rivali dal 1947

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Guido Olimpio, giornalista, firma nota e prestigiosa del Corriere della Sera, dedica gran parte della sua professione ad aggiornare sull’Atlante geopolitico internazionale soprattutto in chiave di informazione ed interpretazione delle aree di crisi. Il 24 maggio scorso è stato pubblicato il suo più recente lavoro editoriale, il volume intitolato ‘Terrorismi. Atlante mondiale del terrore, La Nave di Teseo (Milano), Collana ‘I Fari’, dove si analizza il fenomeno terroristico ‘al plurale’, nel senso che le varie forme di terrorismo rappresentano minacce plurime contro la nostra società non sempre e solo legate a motivazioni religiose.

Quest’oggi lo intervistiamo a proposito della improvvisa escalation di conflittualità (in un quadro di conflittualità che si sviluppa da svariati decenni) tra India e Pakistan, alla luce dello sconfinamento di aerei da combattimento di aerei indiani, entrati in territorio pachistano all’attacco di estremisti di estrazione jihaidista nel Kashmir pakistano e la risposta pakistana che avrebbe abbattuto due aerei indiani entrati nello spazio aereo indiano. New Delhi afferma di aver colpito 350 miliziani appartenenti ad un gruppo jihaidista in risposta all’attentato che 2 settimane fa ha portato alla morte di 40 soldati indiani. Il Pakistan ha smentito l’uccisione dei jihaidisti ed ha minacciato risposte ritorsive.

Gli chiediamo quale sia il punto di vista sulla questione specifica ma considerandola incastonata nei contrasti tra Pakistan e India che intercorrono praticamente dal 1947.

India e Pakistan sono in situazione di conflittualità da lungo tempo, in una conflittualità che porta con sé antiche radici fin dalla fondazione della Nazione pachistana, potremmo dire. Al di là della situazione contingente legata al ‘casus’ belli specifico, apparentemente determinato da una struttura terroristica in territorio pachistano, l’escalation delle tensioni tra i due Paesi è un aspetto che preoccupa notevolmente, dato che si tratta di potenze entrambe dotate di armamenti nucleari. Quali possono essere gli sviluppi della situazione, alla luce di precedenti già accaduti tra Pakistan e India?

India e Pakistan hanno una doppia necessità: dimostrare la propria forza difendendo il territorio, evitare che episodi bellici, pur gravi, scivolino in un conflitto ampio. Del resto è da decenni che vivono in situazione di guerra strisciante, affidata a scambi di cannonate e operazioni limitate di forze speciali. Dunque è possibile che cerchino di circoscrivere la crisi attraverso canali diplomatici. Anche se ci sono molte variabili. Le imminenti elezioni in India, la pressione delle rispettive opinioni pubbliche, le iniziative – sempre possibili – dei ribelli kashmiri. I raid, gli aerei abbattuti, i toni dimostrano che comunque nessuno vuol cedere terreno. E indiscrezioni di fonte indiana sostengono che il governo ha dato carta bianca alle forze armate su come rispondere.

Lo stato di tensione tra Pakistan e India è non solo di tipo squisitamente militare o confinario ma anche culturale, religioso, etnico-antropologico per certi versi. Si possono ravvedere spiragli di dialogo così come accaduto in contesti differenti tipo USA-Korea del Nord, tanto a lungo sperati e poi immediatamente realizzatisi?

L’inimicizia è troppo profonda, viene da lontano, complicato trovare nell’immediato un break in questo muro. Il loro contenzioso si lega poi ad altri dossier regionali, dall’Afghanistan – oggi al centro di un delicato negoziato -, all’azione della Cina che trova una sponda nel Pakistan. Altro aspetto è quelle delle formazioni estremiste aiutate dai servizi pachistani: un rapporto solido che incide nella partita più ampia. Ci possono essere forze interessate a sfruttare queste fratture, magari solo per innescare problemi temporanei. Al tempo stesso proprio la battaglia aerea mostra a tutti quali possano essere le conseguenze per entrambi. E chissà che non decidano in futuro di trovare una via alternativa, magari che non risolva tutto ma impedisca il peggio. Saggiamente, il premier pachistano Imran Khan ha ricordato l’arsenale nucleare nelle mani dei duellanti.

Le strutture terroristiche operanti nel contesto asiatico, come Abu Sayyaf nel Mindanao filippino, le minoranze musulmane in varie zone asiatiche (Uighuri, forze paramilitari auto-organizzatesi tra i Rohingya, oggi quelle di cui si parla in territorio pachistano…) possono rappresentare nel medio e lungo termine una “sponda” futura per un ipotetico Califfato spostato più a Est?

Ovunque ci siano instabilità, insicurezza, problemi sociali o religiosi, si aprono varchi per il terrorismo. I qaedisti e i seguaci Isis sono abili nello sfruttare le occasioni. Le Filippine sono uno dei banchi di prova: l’insurrezione perenne, per quanto frammentata e divisa, concede molte opportunità ai jihadisti. La questione degli uighuri resta quasi sempre in secondo piano, ma esiste. E infatti Pechino schiaccia sul pedale della repressione in quanto teme che alla lunga i gruppi più radicali possano lanciare un’offensiva. Una parte è più vicina ad Al Qaeda ed ha trovato ‘casa’ in Siria e in Turchia, poi vi sono le frange confluite nello Stato Islamico. E’ un ‘bacino’ non piccolo. Non sono in grado di dire se esploderà in quanto certi fenomeni non sono sempre prevedibili, però gli ingredienti ci sono. Non sempre – come dimostra l’esperienza dei regimi arabi – picchiare sulla testa dei cittadini è sufficiente a contenere la loro rabbia.

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