lunedì, Novembre 18

Libia verso la Conferenza Nazionale: unità ora o mai più Al vertice organizzato dall’ONU parteciperanno molti attori locali con l’obiettivo di risolvere una crisi che dura ormai da otto anni, ne parliamo con Matteo Colombo

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La crisi socio-politica in Libia si è arricchita di un altro capitolo. Ieri, Ghassan Salamé, il Rappresentante speciale ONU per la Libia – nonché capo della Missione di supporto delle Nazioni Unite in Libia (UNSMIL) – intervenendo in videoconferenza alla riunione del Consiglio di Sicurezza, ha presentato la Conferenza Nazionale libica, che si terrà a Ghadames dal 14 al 16 aprile. «C’è molto in gioco», ha sottolineato Salamé, «se lopportunità presentata dalla Conferenza Nazionale non viene colta, allora ci troveremo di fronte solo a due possibili opzioni: stallo prolungato o conflitto». Un ‘aut aut’ che fa capire quanto sia grande la posta in gioco e quanto si punti sul vertice di aprile per risolvere, in parte, una situazione complicata che si protrae ormai da troppo tempo. Sono passati, infatti, otto lunghi anni da quando, il 20 ottobre 2011, il generale dittatore Muhammar Gheddafi venne spodestato e ucciso durante quella che passò alla storia come la ‘prima guerra civile libica’, scoppiata sull’onda lunga delle Primavere arabe che coinvolsero, in quegli anni, alcuni Paesi del Medio Oriente e del Nord Africa.

La morte di Gheddafi, lungi dal portare un barlume di democrazia, ha segnato l’inizio di una crisi politica senza fine per un Paese che, da allora, si è spaccato in due. Da una parte, infatti, c’è il Governo di Accordo Nazionale, con sede a Tripoli e legittimato dalla comunità internazionale, guidato dal Primo Ministro Fayez al-Sarraj che governa sulla Tripolitania, la regione nord-occidentale della Libia, e dall’altra il Governo di Tobruk, il quale riunisce le forze che sostengono il generale Khalifa Belqasim Haftar e che controlla la Cirenaica ad est. Questi, però, non sono solo che i due principali attori in una scena  – che ha visto salire al potere in alcune zone del Paese anche le forze dell’ISIS che avevano fatto di Sirte la propria roccaforte – tuttora  dominata, soprattutto nella zona meridionale del Fezzan, dalle varie milizie delle tribù locali.

La Libia, dunque, sembra essere entrata in un tunnel senza via d’uscita dove non si intravede la luce, oscurato maggiormente da tutti gli attori internazionali che, portatori avidi dei loro interessi economici, hanno sostenuto chi l’uno chi l’altro contendente.

Ma adesso, la Conferenza nazionale indetta dallONU potrebbe, in questo senso, rappresentare finalmente quello spiraglio di luce tanto atteso, anche se non sarà per niente facile coniugare tutte le posizioni che verranno avanzate a Ghadames tra meno di un mese. All’evento, infatti, presenzieranno tra i 120 e i 150 partecipanti, tutti attori locali, ma non saranno presenti le delegazioni dei Paesi occidentali, tra cui Francia e Italia, che, in un modo o nell’altro, hanno cercato di sbloccare la crisi prima con la Conferenza di Parigi e, poi, con quella di Palermo.

Ovviamente i riflettori saranno tutti puntati su al-Sarraj e Haftar, i due veri protagonisti della contesa, il cui rapporto sembra ora essere meno freddo che in passato.

Un segnale indicativo era già stato lanciato il 27 febbraio scorso, quando, ad Abu Dhabi, i due contendenti, per la prima volta, si erano seduti intorno ad un tavolo comune: anche l’Egitto, non molto tempo fa, aveva provato ad organizzare un vertice, ma si era visto declinare l’invito da parte del generale dell’Esercito libico. Negli Emirati, al-Serraj e Haftar, sempre coadiuvati da Salamé, sembra che abbiano trovato un accordo sulla costituzione di un Governo di Unità transitorio. La Conferenza nazionale servirà a tradurre questa intenzione in un fatto concreto e a indirizzare il Paese verso elezioni il cui risultato dovrà essere riconosciute da tutti gli attori in ballo, locali e internazionali. Come ha spiegato Salamé, la Conferenza servirà a tracciare «una tabella di marcia per la conclusione del periodo di transizione: attraverso elezioni parlamentari e presidenziali simultanee, o attraverso elezioni graduali. Fornirà raccomandazioni su come affrontare la bozza di Costituzione prodotta dall’Assemblea di redazione costituzionale». In ogni caso, tutto si giocherà sul filo della diplomazia e sulle richieste che i due leader avanzeranno e le concessioni che riusciranno a fare, con il generale Haftar che, stando agli ultimi eventi, sembra essere in una posizione predominante rispetto al Primo Ministro tripolitano.

Per comprendere meglio la situazione attuale e gli scenari possibili derivanti dalla Conferenza Nazionale libica del prossimo aprile, abbiamo contattato Matteo Colombo, ricercatore associato presso l’ISPI (Istituto per gli Studi di Politica Internazionale) all’interno del programma Medio Oriente e Nord Africa e dottorando in Scienze Politiche presso l’Università di Milano.

 

La Conferenza Nazionale convocata dalle Nazioni Unite che si terrà in Libia dal 14 al 16 aprile, rappresenta o può essere la svolta decisiva verso la stabilità del Paese? Se sì, perché?

In realtà penso che non possa essere la svolta decisiva per il Paese. In questo momento c’è un problema legato al fatto che il generale Haftar è riuscito ad avanzare in alcune zone. Ad esempio, ora controlla un giacimento che si chiama al-Feel, che è al 33% partecipato da ENI, quindi si trova in una posizione di forza rispetto a qualche mese fa per quanto riguarda i rapporti tra il Governo di Tobruk e quello di Tripoli. La speranza è che questa conferenza possa portare a dei passi in avanti tra al-Serraj e Haftar, i quali, comunque, si stanno parlando. Si era parlato, addirittura, di un pre-accordo raggiunto nelle settimane scorse. Il problema è capire, se elezioni saranno, più che quando, cosa succederà dopo. Non è tanto importante come sarà distribuito il voto o chi vincerà, ma che i contendenti alla fine riconoscano il voto. Il passo avanti che potrebbe esserci è quello di trovare un accordo dopo le elezioni – in base ad interessi reciproci, nel senso che Haftar vorrà giocare un ruolo politico e bisogna capire ancora qual è. In alte parole, è importante che ci sia un riconoscimento generale delle elezioni e che venga rispettato l’esito e che non ci siano contestazioni generali e problemi di  sicurezza nel Paese. Questo si può ottenere solo se Haftar, che in questo momento ha una posizione di forza, potrà giocare un ruolo politico.

Quindi le elezioni sono uno scenario realizzabile o utopistico?

È uno scenario realizzabile se, ad un certo punto, i contendenti decidono di non avanzare più e non cercare di acquisire controllo territoriale l’uno sull’altro: il problema che Haftar non ha nessun incentivo per non farlo. Di fatto la sua politica è stata di mettere al-Serraj e la comunità internazionale di fronte ai fatti compiuti, nel senso che il gruppo armato che controlla è il più importante ed il più numeroso della Libia. Bisogna capire, sostanzialmente, che incentivi dare ad Haftar per non fare ciò. Se questo avviene, allora le condizioni per il voto potrebbero anche esserci. È importante sottolineare che questo dipende dalle decisioni politiche. Dunque, più che il voto è importante capire che tipo di accordo c’è stato o ci sarà.

Al vertice di Abu Dhabi del 27 febbraio scorso si era arrivati ad un’intesa tra Haftar e al-Serraj sulla creazione di un Governo di unità nazionale transitorio. La Conferenza servirà a sancire il patto e, dunque, si andrà in questa direzione o sono previste anche altre opzioni sul tavolo?

Sì, sostanzialmente si sta cercando di andare in quella direzione. Lo si capisce molto bene anche dalla politica estera italiana. L’Italia, fino a qualche anno fa, considerava Haftar come un ostacolo alla pace. Adesso la politica estera italiana ha adottato un altro approccio perché ci si è resi conto che le forze in campo sono cambiate e che di Haftar non si può fare a meno. Questo, però, è un passo indietro rispetto alla situazione precedente. Prima si pensava che il Governo di Tripoli potesse, in qualche modo, riguadagnare il controllo di una parte del Paese, adesso, invece, non è più così e si cerca di arrivare ad un accordo tra le parti. Haftar è molto chiaro nel voler giocare un ruolo non tanto militare, ma politico, perciò, potrebbe chiedere un Ministero di peso o chiedere di inserir delle persone vicine a lui nel futuro Governo di Unità Nazionale e nelle principali istituzioni. In Libia si governa un po’ controllando la rendita e un po’ distribuendola, poiché l’economia legale libica si basa sulla vendita del petrolio e del gas. Quindi, la mia idea, è che si stia provando ad arrivare a questo tipo di accordo. Governo di unità nazionale significa, appunto, che i due contendenti si mettano d’accordo, però, i rapporti di forza sono cambiati molto nelle ultime settimane.

Quanto è alto il rischio che la Conferenza si concluda con un nulla di fatto? Cosa potrebbe accadere in caso di fallimento?

Il rischio che si concluda in un nulla di fatto è alto. In questo momento, per tutti è difficile capire su cosa possa basarsi l’accordo politico. Bisogna capire di cosa si accontenterà Haftar e cosa può concedere al-Serraj, il quale, per ora, gode di due grandi vantaggi. Il primo è quello di una legittimità internazionale che Haftar formalmente ancora non ha, benché prima sia stato considerato come un ostacolo e ora è visto come un interlocutore. Il secondo è la possibilità di distribuire la rendita petrolifera. Il rischio, comunque, è alto, soprattutto che ci sia un altro accordo di carta che non porti a niente, si arrivi ad un altro rinvio delle elezioni e si guadagni tempo. E proprio il tempo è il migliore alleato di Haftar, nel senso che può permettersi di aspettare e pretenderne altro. Se nella Conferenza arrivasse una totale rottura tra le parti, a quel punto, bisognerebbe capire dal punto di vista militare cosa succederà. Le novità delle ultime settimane – anche qui è importante sottolineare che per l’Italia questo è un grosso problema – è il fatto che diverse milizie, che si trovano nella zona di Tarhuna o nella periferia di Tripoli, stanno cercando sempre di più di entrare nella capitale. Entrare nella capitale significa prendere il controllo degli edifici e delle istituzioni che, poi, sono quelli che distribuiscono la rendita petrolifera. La Libia è uno Stato che basa la sua economia sulle esportazioni di gas e petrolio, quindi, se la Conferenza dovesse fallire, Haftar probabilmente cercherebbe degli accordi con queste milizie che cercano di entrare a Tripoli, proverebbe a forzare la mano e, quindi, prendere il totale controllo del Paese. Secondo me, ancora non lo può fare perché, pur essendo più forte militarmente del Governo di Tripoli, è indietro dal punto di vista della distribuzione della rendita petrolifera. Cioè, le varie milizie alleate che stanno sostenendo Tripoli hanno ancora un vantaggio a farlo perché la leva monetaria ce l’ha in mano al-Serraj. Però, se altri giacimenti dovessero finire nelle mani di Haftar e, soprattutto, se il Governo di Tripoli faticasse a controllare quelli che ancora sono sotto la sua giurisdizione, ecco che allora la situazione cambierebbe: quantomeno bloccherebbe quegli introiti di rendita che, appunto, consentono ancora a Tripoli di distribuire vantaggi alle milizie che lo sostengono.

Si legge nei giornali che saranno tra i 120 e i 150 i partecipanti alla Conferenza, tutti attori inseriti nel contesto libico. Ma oltre ad Haftar e al-Serraj, quali altri protagonisti avranno un ruolo di primo piano nell’incontro di aprile e quali istanze avanzeranno?

Ci sono due piani nella crisi libica: uno internazionale e uno locale. Per quanto riguarda il piano internazionale, tutti gli attori sono i rappresentanti degli interessi dei diversi Paesi. L’Egitto, per esempio, con Haftar, l’Italia con il Governo di Tripoli, ma non solo, la Turchia ha buoni rapporti con al-Serraj e la Francia con il generale. Poi c’è un piano locale per cui le milizie hanno la necessità di partecipare alla spartizione della rendita: questo è il tema su cui si è sempre naufragati perché gli attori sono tantissimi e ognuno vuole avere la sua parte. È difficile ricomporre una situazione così anarchica. Come si fa a ricomporre a livello locale questa pluralità? Inevitabilmente bisogna dare qualcosa a qualcuno e qui sta il problema. Una soluzione può essere la costituzione di un Esercito nazionale in cui a poco a poco i miliziani possano entrare a far parte per quote che, ovviamente, dovrebbero essere decise. Questo, però, è subordinato ad un accordo, perché se c’è un Esercito nazionale ci deve essere una Nazione, un Paese di fatto unificato e, soprattutto, bisogna avere abbastanza soldi per poterli poi distribuire all’interno del costituito Esercito. Questa può essere una soluzione per sopire le situazioni a livello locale. È evidente che ciò può avvenire solo se ci sarà un accordo politico, ma ruota tutto attorno a cosa sarà garantito ad Haftar e se questo accetterà.

Quale sarà il ruolo del figlio di Gheddafi, Saif al-Islam? Parteciperà alla Conferenza? Alcune fonti riferiscono che potrebbe appoggiare il generale Haftar, è unipotesi da prendere in considerazione? Avrà un ruolo all’interno del nuovo Governo di unità nazionale, se verrà effettivamente formato?

Non credo che il figlio di Gheddafi parteciperà alla Conferenza personalmente. Saif era di fatto prigioniero a Zintan, ma era una prigionia un po’ particolare. Si sta parlando molto di questa possibilità che abbia un ruolo e lui, chiaramente, ha dei sostenitori in Libia, ma, in questo momento, bisogna capire, nel caso volesse avanzare una candidatura, chi lo appoggerebbe. Se la situazione precipitasse, potrebbe essere che alcuni lo presentino come il salvatore della patria. Secondo me, non ha ancora la possibilità di presentarsi in maniera esplicita dal punto di vista politico. Può giocare le sue carte e far valere il suo peso schierandosi con Haftar, come è possibile, ma che diventi il leader credo sia difficile, perlomeno finché la situazione rimane come è adesso. Lui, comunque, credo che vorrebbe giocare un ruolo da protagonista e non da comprimario rispetto ad Haftar. Al generale, in questo momento, le cose stanno andando abbastanza bene e potrebbe cercare l’appoggio di Gheddafi per consolidarsi in alcune zone della Libia. Se si venisse a creare un Governo di unità nazionale e questo dovesse fallire, allora Saif potrebbe presentarsi veramente come salvatore della patria. Gheddafi è un po’ la variabile impazzita, ma potrebbe anche succedere qualcosa di diverso.

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