sabato, Dicembre 14

Libia-Sudan: e se cadessero Tripoli e Khartoum? Politiche migratorie, a fare le spese dei conflitti in atto potrebbero essere soprattutto i Paesi europei, fino ad adesso miopi, ne parliamo con Sofia Cecinini e Agostino Spataro

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In Libia e Sudan la situazione socio-politica si fa ogni giorno più complicata. Le conseguenze derivanti da questi due conflitti potrebbero direttamente riguardare gli Stati europei che, negli ultimi anni, hanno chiuso entrambi gli occhi sul rispetto dei diritti umani e hanno speso tempo e denaro per finanziare dei Governi che si sono dimostrati incapaci di gestire le problematiche interne ai loro Paesi. Libia e Sudan, dunque, sembrano rappresentare il manifesto del fallimento della politica estera dellUnione Europea – Italia in particolare – inefficiente anch’essa nel fronteggiare unitamente quelle criticità che non si sono presentate dall’altra parte del mondo, ma nella sponda opposta del Mediterraneo. Cosa potrebbe succedere, allora, se Tripoli e Khartoum dovessero definitivamente cadere? Andrebbero in frantumi le politiche migratorie portate avanti da Italia e UE?

Prima di rispondere a queste domande facciamo un passo indietro e capiamo, innanzitutto, cosa è successo nei due Paesi. La Libia è nuovamente caduta nel caos da quando, giovedì 4 aprile, il generale Khalifa Belqasim Haftar, leader della Cirenaica a capo del Liberation National Army (LNA), ha iniziato i bombardamenti sulla capitale Tripoli, sede del Governo di Accordo Nazionale – internazionalmente riconosciuto – alla cui Presidenza vi è Fayez al-Sarraj. Gli uomini di Haftar, che speravano in una rapida capitolazione delle forze della Tripolitania, però, hanno dovuto fare i conti con la reazione delle milizie di Misurata e Zintan, fedeli al Governo al-Serraj, che la domenica successiva, hanno avviato la loro controffensiva in difesa della capitale libica. Il conflitto – che ha fatto saltare la Conferenza Nazionale  organizzata dalle Nazioni Unite – si è così protratto e, ad oggi, stando a quanto riferito dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), il numero delle vittime è salito a 205, 913 quello dei feriti, mentre sarebbero oltre 18.000 gli sfollati. Come riporta l’‘Ansa’, inoltre, il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite non è riuscito a trovare un accordo sulla bozza di risoluzione elaborata dalla Gran Bretagna, la quale chiedeva un immediato cessate il fuoco e l’impegno per porre fine al conflitto. Falliti i negoziati, quindi, la Germania ha richiesto, per oggi, una nuova riunione del CdS.

Contemporaneamente, anche il Sudan sta vivendo il suo terremoto politico. L’11 aprile scorso, un colpo di Stato effettuato dai militari ha rovesciato il Presidente Omar al-Bashir – sul quale pende, dal 2009, un mandato d’arresto emesso dalla Corte Penale Internazionale – a sua volta salito al potere tramite un golpe il 30 giugno 1989, imponendo nel Paese la legge islamica e un sistema monopartitico. Le proteste contro al-Bashir sono scoppiate violentemente a dicembre nella città di Atbara, cittadina distante 350 km dalla capitale Khartoum, figlie del dissenso sviluppatosi lungo tutto larco del 2018 e che aveva avuto avvio i primi giorni di gennaio con la cosiddetta ‘rivolta del pane’. Il malcontento è stato catalizzato da vari movimenti, in primis dalla Sudanese Professionals Association (SPA) e poi dal National Front for Change (NFC) e dalla Sudan Call, unite nel richiedere le dimissioni del Presidente al-Bashir e un processo di transizione democratico. A far capitolare definitivamente al-Bashir, però, è stata la rivalità, scoppiata all’inizio del mese, tra le forze di sicurezza fedeli al regime che fino ad ora avevano contenuto le rivolte. Si è arrivati così all’11 aprile, giorno in cui il Ministro della Difesa, Awad Mohamed Ahmed Ibn Auf, ha annunciato alla Nazione larresto di al-Bashir e la formazione di un consiglio militare chiamato ad amministrare il Paese per un periodo transitorio di due anni, con la conseguente adozione dello stato di emergenza e la sospensione della Costituzione. Il ‘nuntio vobis guadium magnum’, però, non è stato accolto favorevolmente dai manifestanti civili che, opponendosi al coprifuoco, contestano la legittimità di un apparato militare colluso fino a poche settimane fa col regime di al-Bashir.

Due situazioni estremamente difficili, dunque, per le quali è costante il rischio concreto di unescalation, e dove a farne le spese sarebbero anche gli Stati europei, fra tutti l’Italia, che vedrebbero ondate di profughi africani riversarsi nel Mediterraneo e giungere nelle proprie coste. E non si tratterebbe più di migranti economici, ma di rifugiati di guerra, contro i quali la ‘politica dei porti chiusi’ perseguita orgogliosamente dal Ministro dell’Interno, Matteo Salvini, non avrebbe alcun potere contro la Convenzione sullo statuto dei rifugiati, stipulata a Ginevra il 28 luglio 1951 e promulgata dall’Italia con la Legge 24 luglio 1954, n.722, e il Protocollo relativo allo status di rifugiati, adottato a New York il 31 gennaio 1967 e ratificato dal nostro Paese con la Legge 14 febbraio 1970, n. 95. Inoltre, il ‘metodo Salvini’ applicato a chi scappa da un conflitto cozzerebbe con il comma 3 dellart.10 della Costituzione italiana che spiega: «Lo straniero, al quale sia impedito nel suo paese l’effettivo esercizio delle libertà democratiche garantite dalla Costituzione italiana, ha diritto d’asilo nel territorio della Repubblica, secondo le condizioni stabilite dalla legge».

Nel momento in cui cè una guerra, le persone che lasciano il Paese non sono più semplicemente migranti economici, ma rifugiati che il diritto internazionale impone di accogliere”, ci spiega Sofia Cecinini, Coordinatrice dell’Osservatorio sulla Sicurezza Internazionale della LUISS e autrice di ‘Le Sanguinarie. Storie di donne e di terrore ’ (2018). Sulla questione “ci sono già forti divisioni allinterno del Governo”, continua Cecinini, “Salvini ha mandato una circolare rivolta anche alla Marina Militare e al Capo di Stato Maggiore che rispondono al Ministero della Difesa. Anche Di Maio e Conte non sono contenti di questa posizione presa da Salvini perché, ovviamente, si tratterebbe di rifugiati che devono essere accolti”.

E, intanto, proprio sull’eventuale ondata migratoria che potrebbe scaturire dall’esacerbarsi dei conflitti, al-Serraj ha fatto sapere che sul territorio libico ci sono 800 mila migranti pronti a salpare per il Vecchio Continente, allinterno dei quali possono infiltrarsi cellule terroristiche. «Per l’Europa sarebbe un disastro», ha detto il leader del Governo di Tripoli, «si riaprirebbe la questione molto delicata dei migranti». Delle dichiarazioni non proprio ben auguranti che puntano ad aumentare la pressione sulla comunità europea affinché agisca concretamente contro Haftar, sul quale però la Francia ripone – non proprio segretamente – la sua fiducia. Intanto, proprio oggi, Tripoli ha annunciato l’interruzione della cooperazione con Parigi.

Si continua con il gioco dei ricatti”, afferma Agostino Spataro, giornalista e parlamentare, già membro delle commissioni Esteri e Difesa della Camera dei Deputati, autore di ‘Nella Libia di Gheddafi’ (2014) e ‘Immigrazione. La moderna Schiavitù (2018), “la politica, la diplomazia, la dignità dei popoli sono state sostituite dal ricatto e, talvolta, dalla corruzione. In Libia e altrove. Di fronte a profughi di guerra, però, non si potranno certo chiudere i porti, ma non sta scritto in nessun libro che devono accollarseli tutti l’Italia e l’Europa”.

Questi dati fanno paura, ma è chiaro che vengono richiamati per esercitare una pressione particolarmente forte sull’Italia e, più in generale, sull’Unione Europea”, dice Cecinini, “stando, invece, ai dati forniti dallIOM, si parla di 200.000 migranti presenti in Libia, di cui 6.000 presenti nei centri di detenzione e, inoltre, ci sono dati che mostrano come, nei momenti di conflitto, il numero dei migranti non cresce, ma scende, mentre nei momenti di relativa tranquillità il numero delle partenze aumenta perché i trafficanti di essere umani sono più liberi di portare avanti queste attività”.

Proprio per prevenire le massicce ondate migratorie provenienti dalle regioni nordafricane, i Paesi europei, negli ultimi anni, hanno stipulato vari accordi con i principali attori africani.

Uno di questi accordi è il famoso Processo di Khartoum, lanciato a seguito di una conferenza ministeriale indetta a Roma nel novembre del 2014, che ha visto coinvolti, lato Europa, Italia, Francia, Germania, Regno Unito, Malta, mentre dalla parte africana, Egitto, Eritrea, Etiopia, Sud Sudan e Sudan.. Lobiettivo del Processo di Khartoum è «stabilire un dialogo a lungo termine su migrazione e mobilità» tra i Paesi coinvolti, le cui attività nella prima fase, «dovrebbero concentrarsi sull’affrontare il traffico di esseri umani e il contrabbando di migranti».

Nel 2015, per sostenere il Processo di Khartoum, Bruxelles ha creato il Fondo fiduciario di emergenza dell’UE per l’Africa (EUTF) così da affrontare le cause profonde della migrazione e combattere il traffico di esseri umani. Attraverso l’istituzione di questo fondo, l’UE ha impiegato nel continente africano 4,2  miliardi di euro (3,7 miliardi provenienti dal Fondo europeo di sviluppo), di cui – secondo un rapporto Oxfam del novembre 2017 – 400 milioni dedicati esclusivamente alla gestione delle migrazioni. 173,5 milioni, invece  – dati dell’ultimo rapporto datati febbraio 2019sono i fondi che, distribuiti in 19 programmi di sviluppo, l’UE ha versato per finanziare la cooperazione con il Sudan. L’Italia, invece, nel 2016, ha firmato un memorandum d’intesa – sotto certi aspetti controverso – con il Sudan di al-Bashir per la gestione delle frontiere e dei fenomeni migratori.

Per quanto riguarda progetti relativi alla migrazione in Libia, dal 2014 lUnione Europea ha sborsato 338 milioni di euro, così suddivisi: 318 milioni attraverso l’EUTF e 20 milioni come assistenza bilaterale. Il 2 febbraio 2017, invece, l’allora Ministro dell’Interno, Marco Minniti, e l’ex Presidente del Consiglio, Paolo Gentiloni, hanno firmato un accordo con il Governo di Tripoli, «al fine di raggiungere soluzioni relative ad alcune questioni che influiscono negativamente sulle Parti, tra cui il fenomeno dell’immigrazione clandestina e il suo impatto, la lotta contro il terrorismo, la tratta degli esseri umani e il contrabbando di carburante». Se c’è un Paese che in Libia sta rischiando davvero questo è l’Italia”, dice Spataro, “gli ultimi nostri Governi hanno agito con dilettantismo e in posizione subordinata agli interessi strategici di Paesi nostri concorrenti, per altro puntando sul cavallo sbagliato.

C’è anche da dire, però, che l’Italia è stata spesso isolata nella gestione della politica migratoria e molti membri dell’UE non l’hanno supportata. In Libia, invece, dopo lo scoppio della Primavera nel 2011, si è trovata ad essere concorrente di molti altri attori internazionali. “Sicuramente l’Italia è stata lasciata sola nella gestione dell’immigrazione”, afferma Cecinini, “negli anni passati molti Paesi europei, soprattutto quelli del gruppo di Visegrad si sono rifiutati di accettare la suddivisione dei migranti”. A mio parere, la causa principale sta ne valore intrinseco, geo-economico e strategico, della Libia”, dice Spataro,  per le sue importanti risorse di idrocarburi (e anche per le sue riserve auree) questo Paese costituisce un boccone troppo ghiotto per le superpotenze mondiali, le quali non intendono lasciare all’Italia il primato nelle relazioni preferenziali, economiche ed anche politiche, conseguito durante i 42 anni della  dittatura di Gheddafi. Questo mi sembra il punto politico dirimente. La storia delle relazioni italo-libiche nel secondo dopoguerra è, in gran parte, da indagare e divulgare. A differenza degli ultimi Governi, in passato l’Italia ha operato da protagonista per realizzare, con successo, una politica estera relativamente autonoma verso la Libia  all’insegna della non ingerenza e della cooperazione in diversi campi.

In ogni caso, gli accordi raggiunti in questi anni hanno fatto sì che ci verificasse un calo sostanziale nel numero delle partenze dall’Africa, ma a quale prezzo? Tali  intese, con relativi finanziamenti, infatti, sono state spesso messe sotto accusa dalle maggiori organizzazioni internazionali che salvaguardano i diritti umani, come Amnesty International e Human Rights Watch, che hanno documentato come i centri di accoglienza libici, che dovrebbero servire a gestire i flussi migratori, siano in realtà campi di concentramento dove vengono perpetrati arbitrariamente abusi sui rifugiati e i migranti, i quali sono detenuti in condizioni disumane. Situazione ancora più paradossale in Sudan, dove c’è il sospetto che le risorse europee contribuiscano, con la scusante della gestione del fenomeno migratorio,  a finanziare la NISS (National Intelligence Security Service), guidata dal cosiddetto Boia di Khartoum, il generale Saleh Gosh, e le RSF (Rapid Support Forces): apparati militari di cui al-Bashir si è servito per instaurare e tenere in piedi il suo regime di terrore.

Ci si chiede, dunque, se il Tribunale Penale Internazionale potrebbe avere di che dire sul fatto che Italia e UE hanno finanziato al-Serraj e al-Bashir per bloccare i migranti e non lasciarli venire in Europa sapendo perfettamente che i fondi versati sarebbero stati usati per la repressione di coloro che cercavano di fuggire da torture e morte.

Nel corso degli ultimi anni ci sono state denunce, ma nel caso dei Paesi africani, specie il Sudan, per dare priorità alla sicurezza è ovvio che bisogna scendere a patti e negoziare con le autorità che, in quel momento, hanno maggior potere nel Paese”, spiega Cecinini, “il Tribunale Penale Internazionale potrebbe anche avere spazi di manovra, ma sono cose che avvengono da anni, non è qualcosa di nuovo”. Purtroppo, in fatto di diritti umani, di crimini di guerra il Tribunale internazionale, che spesso invochiamo, c’è dove stravede e dove non vede”, afferma Spataro, il problema delle migrazioni, destinato a continuare speriamo nella legalità e nella solidarietà, non può essere affidato ai tribunali e nemmeno essere trattato, come oggi avviene strumentalmente, come cavallo di battaglia dello scontro elettorale fra le stesse forze di maggioranza che stanno polarizzando il confronto, ai danni di una (improbabile) ‘sinistra’

Roma, ragionando in questi termini, sarebbe anch’essa perseguibile? Che in Libia ci fossero le torture si sa da anni, sono delle evidenze ormai risapute”, dice la Cecinini, “non vedo, ora, cosa ci sia di nuovo per far cambiare la situazione”.

Certo, alcuni eccessi ci sono stati e vanno condannati”, sostiene Spataro,. tuttavia, il problema non si risolve deferendolo ai tribunali (che devono accertare e condannare le eventuali responsabilità di chicchessia), ma con uno sforzo unitario di comprensione, d’impegno politico a tutela dei diritti di tutti: dei migranti e dei cittadini italiani che li accolgono.

I risultati raggiunti dalle azioni portate avanti dall’Italia e dall’UE, dunque, non sembrano positivi, ma, alla fine di maggio, si andrà a votare per rinnovare il Parlamento Europeo. Potrà cambiare qualcosa in quest’ottica? Visti i pessimi risultati, appare chiaro che bisogna cambiare radicalmente le politiche migratorie nazionali e comunitarie”, asserisce Spataro, l’Unione Europea ed il nuovo Parlamento dovranno farsi carico del problema. A tal fine sarebbe auspicabile che l’UE promuovesse, con la partecipazione dei principali Paesi d’origine, una Conferenza intergovernativa sulle migrazioni per giungere ad accordi di regolamentazione dei flussi, di promozione dell’accoglienza, favorendo l’integrazione socio-economica e il rispetto dei diritti salariali e normativi dei migranti legalmente presenti nei singoli Paesi europei.

Avendo visto, dunque, cosa accade in Libia e Sudan e le politiche adottate dall’Italia e dall’UE per contrastare l’immigrazione clandestina in accordo con i due Paesi nordafricani, torniamo alle domande che ci siamo posti inizialmente: cosa potrebbe succedere se Tripoli e Khartoum dovessero definitivamente cadere? Andrebbero in frantumi le politiche migratorie portate avanti da Italia e UE?

Io non la vedrei in maniera così drastica”, dice la Coordinatrice dell’Osservatorio sulla Sicurezza Internazionale, “è vero che la Sudanese Professionals Association ha chiesto delle revisioni al Processo di Khartoum, però, è anche vero che quando esistono progetti che coinvolgono ben 42 Paesi, 30 dell’aerea europea e 11 africani, credo sia difficile parlare di eliminazione totale di accordi di questa portata, piuttosto una revisione o una rinegoziazione di alcuni punti, in base a quelle che saranno le richieste”.

Non si può affrontare il dramma delle migrazioni verso l’Italia e l’Europa solo con il metro delle misure di sicurezza (in parte necessarie) oppure monetizzando le politiche di contenimento dei flussi”, chiosa Spataro, l’immigrazione dovrà avvenire nella legalità e nella solidarietà, nel rispetto della dignità umana. Il dramma dei migranti non può diventare materia di vergognosa contesa elettorale fra i due schieramenti (razzisti e buonisti) né merce da trafficare o da rinchiudere nei lager in condizioni disperate mediante  accordi monetizzati mirati a bloccarli in Sudan o in Libia. Così come bisognerà scoraggiare ogni azione di favoreggiamento dell’emigrazione clandestina. Fino a oggi, non sono state queste le politiche portate avanti dall’Italia e dalla U.E. Soldi, soldi, soldi per tenere lontani gli immigrati e soldi, tanti soldi, per trafficanti spregiudicati (meglio pregiudicati) che controllano i flussi, impongono ai malcapitati prezzi esagerati e condizioni di vera schiavitù”.

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