mercoledì, Agosto 12

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Rimane costante il livello delle tensioni in Libia, Paese in preda agli interessi delle milizie e di politici incapaci di garantire una guida trasparente alle istituzioni nazionali. Un turbine di novità ha contraddistinto l’ultima settimana: domenica 2 marzo, durante una manifestazione fuori dal palazzo del Parlamento, uomini armati hanno fatto irruzione nell’edificio, effettuando razzie e aggredendo i membri del Congresso. Secondo quanto riportato da Nuri Abu Sahmain, il portavoce del congresso, due parlamentari sarebbero rimasti feriti da colpi di arma da fuoco.

E’ l’ultima escalation di violenze in un Paese vittima della furia miliziana e incapace di porre rimedio alla rabbia di una cittadinanza che chiede sicurezza e tranquillità. In un simile contesto, ogni occasione è propizia per destabilizzare e strumentalizzare il diffuso sentimento di malcontento dei confronti del Governo di Ali Zeidan, eletto nel 2012 ma fino ad oggi incapace di attuare le misure necessarie a far ripartire un Paese vittima di stagnazione politica ed economica.

I maggiori Stati occidentali hanno espresso solidarietà nei confronti degli esponenti del Parlamento libico. Il 4 marzo scorso, Jen Psaki, portavoce americana agli Esteri, ha pubblicato un comunicato di condanna degli attacchi al Congresso sul sito del Dipartimento di Stato: «Gli Stati Uniti condannano l’attacco del 2 marzo ai quartieri generali del Congresso nazionale libico. Supportiamo gli sforzi libici per portare i responsabili di quest’atto di violenza di fronte alla giustizia. La violenza rischia solamente di minare l’eredità della rivoluzione libica. Stiamo da parte della Libia nei suoi sforzi per garantire la sicurezza e proteggere i suoi cittadini».

Nella mattina del 6 marzo, è giunta notizia dell’estradizione dal Niger di Saadi Gheddafi, figlio dell’ex-dittatore Muammar Gheddafi, dopo che per oltre un anno il Governo di Niamey aveva rifiutato di consegnarlo alle autorità tripoline. L’annuncio dell’arresto di Saadi è stato accolto da folle festanti riversatesi nelle piazze di Tripoli. Ex calciatore con un passato in Serie A (fu  sotto contratto per il Perugia e l’Udinese), Gheddafi verrà processato per un ampio numero di imputazioni, dal furto di denaro pubblico all’omicidio.

«Differentemente dal suo fratello maggiore Saif, Saadi Gheddafi non è mai stato interessato a succedere a suo padre» scrive Stewart Bell in un articolo pubblicato dal ‘National Post «Invece, ha effettuato alcuni tentativi falliti per costruirsi una carriera da calciatore professionista in Italia e ha studiato ingegneria, tutto godendo dello stile di vita opulento che gli veniva garantito dalla dittatura e dai suoi soci in affari. Nonostante fosse un Generale nelle Forze speciali libiche, la sola effettiva responsabilità di Gheddafi era di aiutare a coordinare progetti di sviluppo – cosa che gli ha consentito di vivere grazie al suo ruolo di intermediario».

Prosegue, ricco di ostacoli, il percorso libico verso la costruzione di una nuova Costituzione: il 20 febbraio, in Libia si sono tenute le elezioni per la definizione di un comitato di 60 costituzionalisti, incaricato di redigere entro precise scadenze una nuova Carta. Il bassissimo livello di affluenza (meno di 500mila votanti su 3 milioni e mezzo di aventi diritto), la contestazione da parte di alcune etnie (rappresentanti delle minoranze tubu e amazigh hanno denunciato la scarsa rappresentanza garantita loro all’interno del comitato) e l’esplosione di proteste in varie parti del Paese hanno da subito chiarito l’ampia presenza di ostacoli alla chiusura del processo elettorale. L’impossibilità di portare a termine lo scrutinio in alcuni seggi elettorali ha prodotto l’incompletezza della tornata elettorale: ad oggi solo 47 rappresentanti su 60 sono presenti nel comitato.

«L’Assemblea costituzionale libica può essere la migliore e ultima speranza per l’istituzione di un corpo pubblico in grado di restituire credibilità alle istituzioni politiche del Paese» scrivono gli opinionisti Geoffrey Weichselbaum e Duncan Pickard in un’analisi pubblicata da ‘Libya Herald’. «L’assemblea inizierà i lavori tra enormi sfide, incluse le milizie prive di legge, un congresso debole e un’economia a pezzi. L’assemblea dovrà esercitare la propria leadership per usare la costituzione come tramite per restaurare la fede dei libici nella transizione verso la democrazia, e per creare un ordine nuovo in grado di portare stabilità politica. Si tratta di una sfida molto complessa, ma decisioni sagge e basate sulla comparazione con i migliori esempi potrebbero incrementare le possibilità di successo».

E’ impossibile prevedere una ripartenza della Libia senza che vengano attuati provvedimenti per ricostruire la coesione all’interno di una società stanca e divisa. Sarà importante comprendere il prima possibile quanto spazio di manovra abbia oggi ancora a disposizione il Governo Zeidan: è indubbio che l’insuccesso dell’attuale esecutivo sia legato al caos prodotto dalle milizie che imperversano nelle varie regioni del Paese, ma il diffuso malcontento della popolazione libica sembra oggi costringere il Congresso a rassegnare le dimissioni. Resta da comprendere se una nuova tornata elettorale possa produrre risultati utili a garantire nuova governabilità alla Libia o se al contrario sia destinata a portare il Paese in una nuova fase di stallo.

La transizione infinita verso la democrazia della Libia, Paese le cui tante speranze vengono in continuazione disattese dalla realtà dei fatti, continua a rappresentare un grave problema per la normalizzazione del Nordafrica post-Primavere arabe. Resta da attendere una risposta da parte delle autorità statali, la cui debolezza le rende incapaci di combattere l’illegalità miliziana: se si riuscirà a scendere a un compromesso con i gruppi armati in grado di stabilizzare la situazione, sarà possibile testimoniare un passo in avanti verso la democratizzazione.

 

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