domenica, Maggio 26

Libia: scricchiola il governo di Al-Sarraj? «Chiedo ai membri di essere razionali e saggi mentre affrontano le questioni nazionali»

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«Bisogna contribuire alla stabilizzazione della Libia, i Paesi instabili diventano un’occasione per i gruppi terroristici che vi cercano spazio». Lo ha dichiarato il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte a Niamey, durante la visita ufficiale in Niger e Ciad. Poche settimane prime, lo stesso premier italiano aveva auspicato che «il 2019 fosse l’anno della svolta».

Stando a quanto sta accadendo nelle ultime ore, potrebbe esserlo, ma non si sa in che modo. Infatti, nel corso del fine settimana, tre vice del premier del Consiglio libico, ovvero Ahmed MaiteeqAbdul Salam e Kajman Fathi Magbari,  hanno pubblicamente sfiduciato l’operato di Fayez Al-Sarraj: l’accusa rivoltagli, sostanzialmente, consiste non solo nell’incapacità gestire il dossier della sicurezza, ma anche di agire in modo individuale, senza rendere partecipi i vice delle sue decisioni. Tale comportamento, secondo i tre vice, violerebbe l’accordo che è alla base del Governo di accordo nazionale e del Consiglio presidenziale e sarebbe a rischio la stessa intesa su cui si basa la fragile esperienza del governo di Tripoli. In altre parole, l’azione di governo di Sarraj non avrebbe rispettato gli accordi di Skirat, firmati il 17 dicembre 2015, che comprendevano sviluppo, la lotta al terrorismo, all’immigrazione clandestina e ai trafficanti di persone oltre che, ovviamente, una pacifica transizione che avesse come obiettivo un nuovo inizio democratico. Il risultato ‘di politiche governative mal concepite e azioni irresponsabili’ senza alcuna consultazione condivisa – sostengono Meitiq, Magbari e Kajman – è stato, bensì,  solo instabilità che rischia di portare il paese «verso l’ignoto e ad un nuovo scontro armato tra fazioni». Non più tardi della scorsa settimana, sempre i tre vice avevano esortato il governatore della Banca Centrale della Libia e il capo dell’Audit Bureau libico a non dare il via libera alla decisione di Serraj di nominare Suleiman Al-Shanti come capo della Autority per il Controllo Amministrativo.

Proprio all’inizio del nuovo anno, Maria Ribeiro, la coordinatrice umanitaria delle Nazioni Unite per la Libia, non aveva nascosto la sua preoccupazione per le tensioni a Derna tanto da chiedere «fermamente un accesso umanitario incondizionato, senza ostacoli e duraturo ai civili colpiti». Già a dicembre, un triplice attentato terroristico aveva colpito più o meno nelle stesse ore un ospedale di Bengasi, il ministero degli Esteri nella capitale e un nosocomio di Tripoli.

Dal canto suo, il capo del Consiglio presidenziale (PC), Sarraj ha risposto alle accuse rimandandole al mittente e rimarcando come siano alcuni membri del PC ad iniziare i conflitti all’interno del PC invece di lasciarli al di fuori di esso. In un’intervista rilasciata all’emittente TV ‘TRT’, è arrivato ad affermare che alcuni partiti libici sarebbero desiderosi di mantenere lo status quo attuale nel paese. Per questo – ha chiesto il premier – «chiedo ai membri di essere razionali e saggi mentre affrontano le questioni nazionali», mettendo da parte gli estremismi e le rigidità ideologiche. E poi, «non credo che gli attuali conflitti politici possano diventare violenti», ha assicurato Al-Sarraj, spiegando che non ci possono essere elezioni in Libia fino all’adozione della base costituzionale. E’ dunque necessario «trovare un quadro costituzionale per le elezioni prima che vengano fissate».

In realtà, secondo osservatori e fonti riservate, dietro alla frattura in seno al Consiglio Presidenziale, vi sarebbero ben altri interessi rispetto alla motivazione ufficiale: ad esempio, la spartizione degli introiti del petrolio e della nuova maxi imposta del 183 per cento sulla vendita di valuta estera introdotta nel 2018 che ha già fatto incassare più di dieci miliardi di dinari. Cifre da capogiro, dunque. Se prendiamo i ricavi da petrolio, nel 2018 si sono attestati a 24,5 miliardi di dollari,  in aumento del 78% rispetto all’anno precedente. La compagnia petrolifera statale NOC guidata da Mustafa Sanalla punta ad aumentare la produzione a 2,1 milioni di barili al giorno entro il 2021. Attualmente, ricorda Reuters, la Libia produce circa 950.000 barili al giorno, meno della sua capacità di guerra pre-civile di 1,6 milioni di barili, poiché il più grande giacimento di petrolio del paese El Sharara rimane chiuso da quando è stato occupato l’8 dicembre da tribù, manifestanti armati e guardie statali che chiedevano il pagamento dello stipendio e fondi di sviluppo. L’aumento dei proventi da petrolio (nonostante l’insicurezza che caratterizza le strutture, ancora bersaglio di attentati e attacchi) – certifica la Banca Centrale – ha ridotto il deficit di bilancio libico a 4,6 miliardi di dinari (3,32 miliardi di dollari) nel 2018 rispetto ai 10,6 miliardi di dinari nel 2017 grazie a un aumento delle entrate petrolifere. In questo senso, le risorse provenienti dal petrolio fanno gola a tutti: lo si è visto già nel giugno 2018, quando Haftar ha conquistato militarmente i terminal della ‘mezzaluna petrolifera’ libica e, successivamente, la Banca Centrale, attraverso la quale transitano gli stipendi dei funzionari pubblici e delle milizie, sia nell’Est che nell’Ovest del Paese.

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