sabato, Dicembre 14

Libia: Saif al Islam Gheddafi cerca di riprendersi la Libia Analisi dei pro e dei contro di una candidatura annunciata ma non confermata con Francesco Anghelone, coordinatore dell’area di ricerca storico-politica dell’Istituto di Studi Politici San Pio V

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Ieri, 19 marzo, in occasione di una conferenza stampa nella città di Tunisi, i sostenitori di Saif Al-Islam Gheddafi, figlio dell’ex-rais libico Muhammar Gheddafi, hanno lanciato la loro campagna elettorale, dichiarando ufficialmente la candidatura di Saif Al-Islam alle elezioni del 2018. Il Fronte Popolare per la Liberazione della Libia (PFLL), partito lanciato in Tunisia lo scorso anno, cui leader sarebbe proprio il figlio dell’ex-dittatore, ha espresso nella conferenza di ieri l’intenzione di attuare un programma di riforme concentrate sulla ricostruzione del Paese. A distanza di 24 ore dalla candidatura di Saif, i media internazionali tornano a parlare di suo padre, Muhammar Gheddafi. Infatti, proprio oggi, l’ex-Presidente francese, Nicolas Sarkozy, si trova in stato di fermo negli uffici dell’anti-corruzione della polizia giudiziaria di Nanterre per aver ricevuto finanziamenti illeciti pari a 5 milioni di euro da Muhammar Gheddafi in occasione delle elezioni del 2007.

Tralasciando questa ‘coincidenza’, la candidatura di Saif Al-Islam Gheddafi lascia dei dubbi sulla sua effettiva credibilità. Infatti, sul figlio dell’ex-rais pende un mandato di cattura della Corte Penale Internazionale. Oltre ciò, bisogna considerare che Saif non appare in pubblico da anni, e non si sa dove si trovi esattamente adesso, anche se Ayman Abu Ras – funzionario del partito PFLL – avrebbe dichiarato che Saif è libero in Libia, e che presto parlerà direttamente al popolo libico.

Il ‘Libya Herald sostiene che quella di Saif è la seconda candidatura per le elezioni del 2018. Anche Aref Nayed, ex ambasciatore libico negli Emirati Arabi Uniti, avrebbe annunciato la sua candidatura la scorsa settimana.

La Libia continua ad essere una questione di importanza internazionale. Lo conferma il report consegnato al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite da Antonio Guterres, ex-Primo Ministro del Portogallo e attuale Segretario dell’ONU. Nel documento Guterres dichiara esplicitamente l’attuale situazione di instabilità e la mancanza di sicurezza nel Paese, analizzando – una ad una – le regioni libiche. Denuncia, poi, apertamente tutte le atrocità, i soprusi e le violenze che le milizie libiche, le forze armate o la guardia costiera libica esercitano sui civili e, soprattutto, sui migranti. Nei centri di detenzione avvengono vere e proprie torture, come aveva già dichiarato il portavoce ufficiale delle Tribù libiche e attivista per i diritti umani, Linda Ulstein,  e come era stato già denunciato nel Memorandum di Saif Al-Islam Gheddafi pubblicato dall’Herland Report . La differenza però è che, se prima si trattava di fonti poco attendibili ( il memorandum), o di voci dall’eco fragile, adesso ad ammettere le violenze è il Segretario delle Nazioni Unite!

Scrive, infatti, Guterres nel report che : «La situazione della sicurezza nel sud è rimasta precaria. Atti criminali quali rapina, sequestro di persona…si sono spesso verificati in un ambiente dove la sicurezza è del tutto fragile e c’è la proliferazione di armi. Il 3 novembre 2017, un gruppo di uomini armati non identificati ha rapito quattro lavoratori internazionali al loro arrivo all’aeroporto di Awbari. Il loro stato rimane tutt’ora sconosciuto. Il 12 gennaio 2018, un soccorritore internazionale e due libici sono stati rapiti nel quartiere di Abdelkafi nella città del sud di Sabha mentre rientravano da Tripoli. Tutti e tre sono stati successivamente rilasciati. Sempre il 12 gennaio, un medico ucraino è stato rapito in Sabha e rilasciato due giorni dopo». Instabilità, insicurezza e terrore regnano sovrani in Libia, un Paese dove purtroppo i diritti dell’uomo sono stati calpestati.

Continua, poi, Guterres, scrivendo che : «In tutto il Paese, la detenzione arbitraria ha continuato ad essere diffusa nelle carceri ufficiali, e nelle strutture di detenzione controllate dalle milizie. Nell’ottobre 2017, secondo le stime degli agenti di polizia, circa 6.400 uomini, donne e bambini erano detenuti in 26 prigioni ufficiali, e circa il 75% si trovava in uno stato di detenzione provvisoria. Sono stati compiuti progressi limitati nella revisione dei singoli casi per garantire che i detenuti siano stati rinviati a giudizio o rilasciati, in conformità con la legge libica…L’UNSMIL ha continuato a ricevere rapporti credibili di tortura e altri maltrattamenti, condizioni di detenzione inadeguate, negligenza medica e il rifiuto di visite da parte di familiari e avvocati…L’UNSMIL ha documentato la detenzione prolungata arbitraria.., torture, maltrattamenti e condizioni di detenzione inumane nella prigione di Kuwayfiah. Il numero esatto di detenuti a Kuwayfiah è sconosciuto, poiché l’UNSMIL non è stato in grado di visitare la struttura dopo la sua evacuazione dalla Libia orientale nel maggio 2014. In un incontro con l’UNSMIL nell’agosto 2017, la polizia giudiziaria ha stimato che c’erano circa 1.800 detenuti a Kuwayfiah. L’intero complesso carcerario è sorvegliato dall’esercito nazionale libico e da gruppi armati alleati». Quindi, oltre alla situazione agghiacciante e alla gravità di quanto denunciato da Greuters, emerge un secondo aspetto importante, e altrettanto allarmante, ovvero la mancanza di informazione e l’incapacità della Missione ONU di ottenerla. Più volte, infatti, Greuters scrive che l’UNSMIL non ha accesso alle prigioni, e quindi non ha la possibilità di sapere quante persone sono realmente detenute, maltrattate, torturate in questi centri. Stando a quanto dichiarato nel report, i soggetti più vulnerabili nel Paese – e quindi più a rischio – sono donne, bambini, migranti, giornalisti e attivisti. Un dato che genera ulteriore preoccupazione.

Le Nazioni Unite offrono il loro supporto ai libici per la realizzazioni di elezioni entro la fine dell’anno, ma i governi e le fazioni concorrenti del Paese nordafricano non hanno concordato una legge elettorale.

Saif Al-Islam Gheddafi che ruolo può avere in questo contesto? La sua candidatura è davvero fattibile?Ne abbiamo parlato con Francesco Anghelone, coordinatore dell’area di ricerca storico-politica dell’Istituto di Studi Politici San Pio V.

 

Quella di Sai Al-Islam Gheddafi può essere considerata una candidatura fattibile, o comunque credibile?

Formalmente non è fattibile, in quanto su Saif Al-Islam Gheddafi pende ancora un mandato di cattura per i crimini commessi nel 2011 da parte della Corte Penale Internazionale. Quindi, da questo punto di vista, la candidatura sarebbe formalmente da escludere, quanto meno in un’elezione supportata dalla comunità internazionale. Sul piano strettamente politico, si tratta certamente di una candidatura difficile, ma non impossibile.

Quali carte giocherebbe in suo favore Saif Al-Islam Gheddafi?

Saif continua ad avere ottimi rapporti all’interno delle comunità tribali, soprattutto con alcune di queste, come i warfalla (una delle tribù più importanti che sosteneva fortemente l’ex-rais). Oltre ciò, l’ascesa politica di Saif potrebbe essere allettante per i sostenitori del regime di Gheddafi, i quali potrebbero vedere nel neo candidato una figura unificante, ma anche un personaggio capace di portare un riscatto rispetto a quanto è accaduto nel 2011. Anche lo stesso Haftar potrebbe avere degli interessi nel allacciare rapporti più stretti con un’ala di sostenitori Gheddafi. Questo potrebbe garantire al Generale della Cirenaica un maggior consenso politico. Quindi, Saif Al-Islam Gheddafi potrebbe diventare un personaggio capace di catalizzare tutta una serie di interessi. C’è un elemento chiave da considerare, ovvero la sua capacità economica. Secondo alcune fonti, infatti, la famiglia Gheddafi avrebbe a disposizione diverse decine, se non centinaia, di migliaia di dollari, oltre alla rete di rapporti internazionali venutasi inevitabilmente a creare nel corso degli anni, che tuttora persiste. Da qui a dire, però, che sia un candidato fattibile è molto difficile. Non sappiamo ancora quale sarà il processo che porterà alle elezioni, quali saranno i passaggi, il processo costituente. In questo caso si tratta di tematiche, secondo me, ancor più complesse.

Quindi, la candidatura di Saif non va a cozzare con gli interessi e le aspirazioni politiche dell’uomo forte della Cirenaica, Khalifa Haftar?

Potrebbe, ma anche no. Sicuramente Haftar aspira a giocare un ruolo politico importante – che in parte è stato riconosciuto durante l’incontro a Parigi voluto da Macron. Fino ad allora, Haftar era considerato soprattutto un signore della guerra, un personaggio che aveva giocato un ruolo importante dal punto di vista militare, ma privo di un ruolo politico. Ci potrebbe essere un’alleanza interessante per entrambi, ma rimaniamo comunque nell’ambito delle ipotesi.  

Perché la sua candidatura sarebbe stata annunciata a Tunisi? C’è un motivo particolare?

Non so se c’è un motivo particolare in questo. Sinceramente non vi leggo nulla di interessante. Potrebbero esserci delle motivazioni particolari, ma al momento non ci sono elementi sufficienti per poterle individuare.

Stando a quanto dichiarato alla conferenza, Saif cercherà di attuare delle riforme a servizio di tutti i libici. Qual è la proposta politica di Saif? Considerando l’attuale scenario libico, queste riforme sono credibili, o comunque fattibili?  

Saif, soprattutto negli ultimi anni del regime, è stato sempre considerato come una figura riformista (ovviamente nel contesto libico). Addirittura, alcuni funzionari all’interno dell’ambasciata statunitense si erano espressi in maniera molto chiara rispetto a questa sua autentica volontà di riformare alcuni settori.

La sua figura ‘riformista’ di allora a quali settori si riferiva?

I settori erano quello economico, come anche quello dei media. Saif, infatti, aveva fondato una tv privata, dei giornali privati etc… Ad oggi, il neo-candidato libico tenta di unire da una parte la tradizione, dall’altra il suo carattere riformista, proponendosi come figura in grado di portare avanti le riforme. E, considerando il suo ruolo durante il regime, questa sua proposta potrebbe avere una certa credibilità.

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