lunedì, Maggio 27

Libia, quando c’era Gheddafi 2008: quando Gheddafi parlava di ‘popolo’, non c’era certo il benessere, ma neppure la disperazione

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Sembra un secolo, ma  in fondo era solo il 2008, otto anni fa: tre prima della caduta. Sparito per anni, Muammar Gheddafi alla ricomparsa in pubblico aveva chiamato a raccolta alcuni giornalisti occidentali. Ospiti, suoi ospiti. L’occasione era la festa della rivoluzione, ma lo scopo un altro: rimettersi in gioco, magari addirittura infilarsi nel mercato. Fratello leader, non più colonnello, che voleva lanciare un’altra grande ricchezza libica, dopo il petrolio, cioè il turismo.
Due giorni da turisti per Tripoli, riveriti e omaggiati (un piccolo tappeto, il libretto verde) ma sotto stretta sorveglianza, poi finalmente ci portano dal raìs.
L’appuntamento è in quella che  semplicisticamente chiamiamo casa, in realtà un compound smisurato dentro mura fortificate che si chiama tuttora Bab al Aziziya, diventato un parco divertimenti. Lo spazio è smisurato e forse ci fanno fare il giro largo proprio per sorprenderci: vediamo una piscina coperta, una giostra per bambini, un cinema, addirittura un piccolo zoo. Passiamo accanto a una specie di mausoleo: ci dicono che quella era la vecchia residenza, bombardata dagli americani nel 1986 e che c’è anche un altarino per Hana, la figlia adottiva del colonnello, uccisa a pochi mesi di vita in quell’attacco. Poi la sorpresa: non entriamo in casa, ma dentro una tenda, per anni simbolo anche un po’ folkloristico del personaggio, fedele alle sue origini da beduino.

Finalmente eccolo. A prima vista non lo riconosco, in base alle foto diffuse da regime, poi capisco che quella faccia così strana era solo in parte sua, cioè mutuata da mille plastiche, frutto di un’antica e pesante paura di essere ucciso. Poi parla, lentamente, con pause interminabili guardandoci in faccia uno ad uno. Il discorso dura ore, prima in arabo e poi (tradotto) in inglese.
Il termine democrazia non esiste in arabo e dunque non l’ho mai sentito, ma una parola ricorreva spesso, quasi un intercalare: ‘shab‘, che significa popolo, seguito immancabilmente da un aggettivo, ‘shabia‘, popolare. Mi colpisce la frequenza e quando arriva l’ora delle domande mi ci butto sopra.
Gheddafi, come fa a parlare di popolo quando in Libia non si vota, come fa il popolo a decidere se non vota?
Minuti interminabili di silenzio poi finalmente risponde: “Voto, elezioni? E che bisogno c’è? Il popolo qui già comanda, il popolo è sovrano, è il popolo che decide tutto. Io sono solo il fratello leader. Ogni tanto suggerisco, ma poi la decisione è popolare.
Mi può fare un esempio di quando il popolo decide?
Semplice. Il mese scorso ho proposto di assegnare contributi ai comitati di base (i comuni) per amministrare in maniera autonoma il loro territorio. A patto che pensassero a tutto, anche ai servizi essenziali, come strade e scuole.  I comitati si sono riuniti, con grande partecipazione popolare, hanno discusso e poi hanno deciso. Non volevano quel contributo, preferivano che ci pensasse Tripoli. Quindi la palla è tornato a me che sono costretto ancora a guidare quelle terre. Il popolo così ha voluto. E lui che comanda e io lo rispetto.
Mi fa all’orecchio un collega dell’’Ansa‘: “Questo è proprio democristiano”.

 

La laicità
Torno in Libia un mese dopo. Appena messo piedi a Tripoli ci imbarcano su un pullmino e ci portano di corsa all’aeroporto militare intitolato a Mitiga, una ragazzina uccisa dagli americani una trentina d’anni prima. “Sapete quando ho capito che non potevamo diventare schiavi?”, dice pomposamente  Gheddafi alla folla. “Quando ero un giovane ufficiale dell’Esercito libico e non potevo entrare qui, a casa mia. Comandavano loro. La monarchia aveva venduto il Paese agli americani come hanno fatto tanti Paesi allora e anche adesso. Quella non può essere la democrazia. Amo il popolo americano ma la gente deve ribellarsi perchè il potere è delle masse e non si può invadere il mondo con la violenza. La mia grande speranza adesso è riposta nel ‘fratello Obama’, un africano che deve però dimostrare di non avere paura e smetterla di sentirsi schiavo dei bianchi. Spero che vinca e soprattutto che pensi innanzitutto ai palestinesi”.
Le frequentazioni sono assidue. Vado altre tre volte in Libia senza contare le pittoresche ‘vacanze romane’ dove ho seguito il raìs passo passo.  La volta dopo visito le rovine di Leptis Magna (splendide: la più grande città romana sul mare), le strutture alberghiere sono di livello, il mare è incantevole, lungo la costa scopro i nuovi insediamenti turistici. Poi una volta mi portano a Misurata, dove c’è un ospizio attrezzatissimo e anche la scuola del ‘fratello leader’, il suo banco di allora trattato come un monumento. Certo, propaganda e culto della personalità, ma è normale in un Paese retto da una sola persona.
M’informo sulle condizioni di vita. Ai tempi di Gheddafi non c’era certo il benessere, ma neppure la disperazione. Segno, anche questo, di intelligenza politica: dare il minimo ai propri ‘sudditi’ per evitare rivolte. Piccoli e grandi segni sociali: case per studenti universitari, l‘appartamento regalato alle giovani coppie di sposi, sanità completamente gratuita. A sentir loro, insomma, bene: vivono (vivevano) bene: “Siamo soltanto quattro milioni e con il novanta per cento del petrolio che resta a casa è possibile un andamento dignitoso per tutti”, mi avevano spiegato. Intanto la benzina è praticamente gratis: solo nove centesimi di euro al litro. Il Paese pulitissimo. La sicurezza, anche per proteggere il regime, garantita, nonostante -dicono- i nigeriani che portano droga. Lo stipendio medio mensile di quattrocento euro, ma un pasto luculliano costava meno di dieci, l’affitto di un appartamento -per chi non aveva possibilità-  simbolico, diciassette euro al mese. Disoccupazione manco a parlarne.

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