giovedì, Dicembre 12

Libia, Prodi: “Azione militare dannosa e impossibile”

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«Sarebbe importante un’azione italiana di  influenza su Stati Uniti e Russia perché la guerra in Libia è diventata una tragedia». A dirlo è Romano Prodi, Inviato speciale del Segretario generale delle Nazioni Unite per il Sahel in un’audizione informale della commissione Esteri del Senato. «Quasi la totalità dei nostri rifugiati e immigrati vengono dalla Libia e non abbiamo una controparte. Le guerre non si vincono con i droni o con gli aerei ma solo con gli scarponi e nessuno in questo momento è disposto a mettere tanti scarponi in Libia, a cominciare dagli Stati Uniti dove di cadaveri tornare a casa ne hanno visti tanti e l’opinione pubblica è fortemente contraria». E conferma che un’azione bellica in Libia «oltre che inappropriata e dannosa è anche impossibile e irrealistica».

«Non bisogna sottovalutare l’aspetto politico del terrorismo di Boko Haram e la paura che questo si espanda anche nel Sinai – ha proseguito Prodi – Israele ha lasciato passare truppe egiziane perché i timori per la minaccia del fondamentalismo islamico sono comuni. Per questo penso che un attacco soltanto al terrorismo libico lo sposterebbe altrove e non risolverebbe i problemi. Abbiamo almeno altre due aree – Sinai e Sud Sahara – potenzialmente a rischio terrorismo». Poi l’ex premier ha affrontato il tema dei migranti: «Con Gheddafi, quando ero io al governo, tutti i giorni mi minacciava che avrebbe mandato i barconi ma io avevo la forza di trattare, anche perché gli compravamo il petrolio. Magari ci sequestrava un peschereccio ma poi dopo qualche giorno lo dissequestrava. C’era insomma questo su e giù ma oggi ci sono solo dei criminali che vogliono fare soldi. Non so se sia vero che il business dei trasporti via mare frutti 150 mln di euro l’anno. Il nostro problema è ripristinare lo Stato in Libia».

Infine Prodi passa ad analizzare l’Ue e i suoi problemi. In particolare l’ex premier afferma che l’ipotesi di un euro a due velocità, moneta forte per i Paesi del Nord Europa e più debole per i Paesi in crisi del Sud, «sarebbe un ulteriore segno di indebolimento. Di fronte alla forza economica che avrebbero la Germania e i Paesi dell’euro di serie A, non sarebbe più la nostra Europa ma ‘quella Europa là, l’altra Europa’. Ma siccome non credo che questo avvenga, la ritengo solo un’ipotesi su cui riflettere, non un problema politico di cui cercare una soluzione. Non si parla più di politiche dell’Unione Europea. Non se ne parla perché se teniamo, come siamo già adesso, è una fortuna e ci dobbiamo accontentare. Questo sta provocando danni colossali. Quando io ho cominciato a insegnare in Cina mi chiedevano solo seminari sull’Europa, adesso me li chiedono solo sul rapporto tra la Cina e gli Stati Uniti. Prima L’Europa è passata dalla testa dei  giovani, prima interessava, ora non interessa più a nessuno».

Sul caso Libia è intervenuto anche il Ministro degli Esteri Paolo Gentiloni, secondo cui i tempi per arrivare a un governo di unità nazionale sono ‘stretti’, visto che tra un mese comincerà il Ramadan. E sull’incontro di ieri sera con l’inviato speciale dell’Onu per la Libia, Bernardino Leon, dice: «Il negoziato è difficile. L’obiettivo che ci siamo posti è il 17-18 giugno». E sull’immigrazione dice: «Non basta aggiungere una decina di navi diverse da quelle italiane per risolvere l’emergenza nel Mediterraneo. L’Europa sarà in grado di dare più risorse, di dare un contributo alla lotta contro i trafficanti, sarà in grado di affrontare una discussione delicatissima riguardante i richiedenti asilo che comporti il passaggio da un regime volontaristico a quello di quote?. Solo da questo dipende la possibilità di continuare a scommettere sul mito europeo».

Intanto l’inviato delle Nazioni Unite in Siria. Tra i Paesi invitati anche l’Iran, sostenitore del regime di Bashar al-Assad finora escluso su pressione degli Stati Uniti, mentre non sono presenti lo Stato Islamico (Is) e il Fronte al-Nusra legato ad al-Qaeda. Si parla di colloqui che dureranno almeno quattro-sei settimane, ma de Mistura avvisa: «L’Onu non può stare ad aspettare che il conflitto esaurisca la sua brutale energia». Dibattiti ci saranno con il governo di Damasco e i rappresentanti di 40 fazioni attive in Siria, oltre che con i delegati dei cinque membri permanenti del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite e dei governi regionali, mentre non sono previsti faccia a faccia tra le parti avverse.

E a lanciare l’allarme sul conflitto sono gli attivisti dell’Osservatorio siriano per i diritti umani, secondo cui sono 1.606 i civili rimasti uccisi e 13mila quelli feriti nei raid aerei condotti dal regime di Damasco da inizio anno. Gli attivisti hanno documentato complessivamente 11.017 raid aerei. Tra le aree più colpite figurano il Rif di Damasco, Aleppo, Homs, Hama, al-Hasakah e Dayr az-Zor. Mentre Amnesty International in un nuovo rapporto denuncia i crimini di guerra e le violazioni commesse ogni giorno dal governo siriano e dai gruppi armati a Damasco e non solo.

Per quanto riguarda la lotta all’Isis, jet dell’aviazione irachena oggi hanno compiuto una serie di raid vicino alla raffineria di Baijy, vicino a Tikrit, che i jihadisti stanno cercando di riconquistare. Fonti dell’Intelligence militare hanno detto che i jihadisti sono riusciti a fare entrare 12 autobomba che potrebbero fare esplodere per prendere di nuovo il controllo dell’impianto. E sempre in Iraq quattro persone sono morte e undici sono rimaste ferite nell’esplosione di un’autobomba in un centro commerciale di Baghdad.

Mentre i leader dei Paesi del Consiglio di Cooperazione del Golfo si riuniscono a Riad, in Yemen i ribelli Houti hanno nuovamente sconfinato in territorio saudita attaccando la città di Najran. Secondo l’emittente ‘Al-Ekhbariya’, gli scontri avrebbero causati diverse vittime ma al momento non si conoscono i numeri esatti. Una risposta arriverà al più presto: lo ha dichiarato il portavoce della coalizione militare a guida saudita Ahmed al Asiri, secondo cui la situazione lungo il confine è ora sotto controllo: «Le forze di terra e le pattuglie di frontiera stanno gestendo la situazione. Sappiamo con esattezza da dove è partito l’attacco e le forze di terra saudite entreranno presto in azione per assicurarsi che non succeda più».

Visita a sorpresa in Somalia del segretario di stato Usa John Kerry«La Somalia deve riprendere in mano il suo destino», ha detto Kerry. «Faremo tutto il possibile per aiutare la Somalia a raggiungere la sicurezza, la prosperità e la pace che merita. Più di 20 anni fa gli Stati Uniti furono costretti a ritirarsi dal vostro Paese. Ora ritorniamo, in collaborazione con la comunità internazionale e con grandi speranza ma anche perduranti preoccupazioni». Per lui colloquio con il presidente somalo, Hassan Sheikh Mohamud, e il premier Omar Abdirashid Ali Sharmake, oltre ad alcuni leader regionali. All’ordine del giorno la lotta contro gli islamisti al Shebaab.

Novità ma ancora non ufficiali sul caso dei marò. Possibile infatti che si arrivi finalmente ad un arbitrato. Ma l’attesa rimane snervante, come conferma la compagna di Latorre, Paola Moschetti, all’Adnkronos: «Non ci hanno informato, e non perché siano stati interrotti i contatti ma perché la cosa, evidentemente, non si è ancora effettivamente realizzata. Sulla soluzione della vicenda non mi esprimo, dico solo che sono passati tre anni e mezzo, a questo punto ci dovrà essere, prima o poi, una conclusione. Mica possiamo andare avanti in eterno». Mentre parla solo di indiscrezioni Gentiloni.

Tornando in Europa, è caos nel Front National in Francia. Dopo lo scontro tra Jean-Marie Le Pen e la figlia Marine ieri durante l’ufficio esecutivo del partito, che ha portato all’estromissione dell’anziano ex leader, è arrivato il no anche della nipote Marion Maréchal-Le Pen, su cui Jean Marie puntava per le prossime elezioni nella maxiregione Provence-Alpi-Costa Azzurra (Paca).  In un’intervista a ‘Le Figaro’, Marion ha riferito di aver chiesto all’ufficio politico del Fn «un periodo di riflessione». «Non temo il conflitto politico, né è una mancanza di motivazioni», ha assicurato Marion, «ma mi trovo in una situazione personale difficile e non vorrei che questo interferisse con la candidatura nella Paca». «Stiamo facendo il possibile per farle cambiare idea – ha riferito un responsabile regionale del Front National, secondo quanto riportato dall’emittente Rtl – lei ha 25 anni e non vuole essere ostaggio di suo nonno. Si ritrova in una situazione ingestibile, derivante dalle cavolate di Jean-Marie Le Pen. E’ una bomba nucleare che può esploderle fra le mani in qualsiasi momento».

Sempre in Europa l’Ue punta a rafforzare la cooperazione con la Cina anche nel settore politico. A dirlo l’Alto rappresentante della politica estera dei Ventotto, Federica Mogherini, dopo la riunione del Dialogo Strategico Ue-Cina svoltasi a Pechino, dove ha incontrato il consigliere di Stato, Yang Jiechi. Si punta su più stretti rapporti politici. E Yang Jiechi ha confermato che si sono discusse ‘concrete possibilità’ di collaborare nel campo della sicurezza e della difesa, come fatto ad esempio con l’operazione anti-pirateria nel golfo di Aden.

Ancora violenza nelle ‘favelas’ di Rio de Janeiro: quattro persone sono morte tra ieri e oggi dopo alcune sparatorie a Chapadao, nella periferia nord della città. Secondo le prime informazioni gli agenti, che bonificavano l’area, sono stati accerchiati e attaccati da un gruppo di narcotrafficanti armati. Le vittime sarebbero due presunti banditi, un poliziotto e un uomo raggiunto da un proiettile vagante.

Presidenziali Usa 2016: ancora un candidato alle primarie repubblicane. Si tratta dell’ex governatore dell’Arkansas, Mike Huckabee, che ha annunciato oggi dalla sua città natale di Hope la discesa in campo: «Sarà una lunga strada da una piccola casa di mattoni a Hope, in Arkansas, alla Casa Bianca. Mi sembrava giusto che fosse da qui che annunciassi che sono candidato per la presidenza degli Stati Uniti d’America». Sfiderà dunque Marc Rubio, Ted Cruz, Rand Paul, l’ex Ceo di Hewlett-Packard, Carly Fiorina, ed il neurochirurgo in pensione Ben Carson. Mentre intanto l’Isis, rivendicando l’attacco all’evento sulle vignette di Maometto a Dallas, promette altre attentati in futuro: «Vi diciamo America che quello che sta arrivando sarà più doloroso e più amaro, e vedrete come i soldati del califfato vi colpiranno».

E a un mese dalle elezioni in Turchia, parla lo scrittore e attivista politico Burhan Sonmez, secondo cui per il presidente turco Recep Tayyip  Erdogan «il potere non è mai troppo, non gli basta quello che ha già ottenuto, nella sua mente non ci sono limiti. E’ una campagna particolarmente aspra. Erdogan sta creando una sorta di dinastia, una setta di cui fanno parte familiari, amici e alleati politici. Sa che se perdesse il potere si ritroverebbe a doversi difendere di fronte a un giudice dalle accuse di corruzione», dice a Aki-Adnkronos International. E per Sonmez Erdogan non minaccia la democrazia, perché il Paese «ha già perso, in pratica, i suoi valori democratici. A Erdogan non importano, vuole solo una palude più profonda».

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