giovedì, Novembre 14

Libia, petrolio e Saif Al-Islam Gheddafi, lui è la nuova era mediorientale Con Michele Marsiglia, Presidente di FederPetroli Italia, proviamo a capire il messaggio contenuto nell’endorsement di Haftar in favore del figlio del rais, ma anche gli equilibrii che si stanno riorganizzando in Libia

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In una nota stampa di due giorni fa,  il Presidente di FederPetroli Italia, Michele Marsiglia, ha commentato la recente intervista rilasciata a ‘RIA Novosti dal comandante dell’Esercito Nazionale Libico (LNA), Khalifa Haftar. Al centro dell’intervento di Marsiglia, la questione petrolifera e  la candidatura alle prossime elezioni politiche in Libia di Saif Al-Islam Gheddafi. Due temi che vedremo estremamente interconnessi.

Marsiglia mette in evidenza come, nel suo intervento a ‘RIA Novosti’, Haftar dichiari che «eventuali avanzate sulla città di Tripoli non interferiranno con la produzione e le politiche petrolifere libiche», parole «le uniche» che «fanno intravedere un interesse per il core-business libico, ovvero la produzione petrolifera». Il Presidente di  FederPetroli Italia ci tiene a sottolineare che la sua non è una «sponsorizzazione per l’una o l’altra parte coinvolta nel delicato conflitto libico, ma sicuramente apprezziamo chi, ad oggi, è stato l’unico a pronunciarsi sulla situazione della produzione petrolifera nel Paese».
La non interferenza militare, e, anzi, il riconoscimento dell’autorità della National Oil Company (la  la compagnia petrolifera nazionale della Libia), Haftar l’afferma rispondendo alla domanda se sarebbe disponibile, a conflitto concluso, fornire alle compagnie petrolifere russe condizioni di lavoro preferenziali in Libia. Il comandante, che poco prima aveva messo in evidenza «la posizione strategica» della Russia in Libia, la lunga storia di «amicizia» e la «non interferenza», rispondendo affermativamente alla domanda del giornalista -«Non vediamo alcun ostacolo a questo»-, sostiene «l’Esercito non aveva mai interferito in precedenza nel lavoro del settore petrolifero per quanto riguarda la gestione, la produzione, i contratti e altre questioni simili. Il nostro ruolo è proteggere i campi petroliferi, i porti e le strutture petrolifere. Questo settore sensibile, che, come vediamo, ha un disperato bisogno di ristrutturazione, riorganizzazione è sottomesso al controllo e regolato dalla National Oil Company».

Il comandante, poi, nell’affermare che LNA non ha scadenze per completare l’operazione di «liberazione» di Tripoli «da gruppi terroristici e  bande criminali», ha sottolineato l’attenzione del suo esercito a evitare vittime tra la popolazione civile e a risparmiare il più possibile le infrastrutture, in primis quelle economiche, per «restituire alla città al mondo e il suo ruolo di capitale di tutti i cittadini libici».

L’altro pronunciamento di Haftar, nel dialogo con il giornalista di ‘RIA Novosti’, che ha attirato l’attenzione, è stato quello su Saif Al-Islam Gheddafi.
Il giornalista chiede se, dopo la fine delle ostilità, abbia intenzione di candidarsi alle elezioni presidenziali.  Intanto il comandante chiarisce che «la fine delle ostilità non significherà che saranno immediatamente create le condizioni per le elezioni», molto il ‘da fare’ prima di aprire i seggi, «tenere elezioni senza stabilità e sicurezza è impossibile», innanzitutto «è necessario regolare la situazione nel Paese, la situazione della sicurezza, dell’economia, le questioni sociali». Quando poi le elezioni saranno possibili, si vedrà circa la sua candidatura «ora non penso a questo problema».
Dichiarazione prevedibile, ma che è preambolo a quello che ha tutta l’aria di un segnale politico, un messaggio inviato alle cancellerie occidentali   -si noti: attraverso un media russo particolarmente vicino al Cremlino- del quale addirittura il comandante potrebbe essere solo un latore.
Il giornalista gli chiede, a quel punto, cosa pensa delle dichiarazioni del figlio di Gheddafi, Seif al-Islam, circa la sua intenzione di candidarsi alle elezioni presidenziali, se ha contatti con lui e se sa dove si trova. «È un cittadino della Libia, se non ci sono impedimenti legali, naturalmente ne ha diritto», risponde il comandante, aggiungendo -e il tono pare stizzito- che «Questa domanda non mi interessa», la candidatura e la scelta del nuovo Presidente da parte dei libici è qualcosa che «interessa solo il candidato stesso», e ribadisce che «parlare delle elezioni presidenziali ora, quando stiamo conducendo una guerra di liberazione su vasta scala, è prematuro». Dice che non sa dove sia  Seif al-Islam, perché «non ci sono contatti tra di noi. Questo, ovviamente, non significa che ci sia disaccordo o ostilità con lui. I nostri nemici sono i terroristi e tutti coloro che, a braccia conserte, si oppongono ai cittadini e invadono l’integrità personale, degradano la loro dignità, rubano la ricchezza naturale libica e minacciano la sicurezza della loro patria». 
Quel «tutti coloro» è da ritenere sia riferito in primo luogo al Consiglio presidenziale di  Fayez al-Sarraj (il governo di unità nazionale sostenuto dalla comunità internazionale), contro il quale si scaglia nella risposta successiva, ma probabilmente anche contro Gran Bretagna e Germania, Paesi che, nel corso dell’intervista, dice «non supportano il terrorismo, ma ostacolano le nostre operazioni militari», «forse credono che il controllo dell’Esercito danneggerà i loro interessi».

Per provare a decifrare quello che appare come un messaggio inviato all’Occidente, Europa in testa, -per altro sempre meno entusiasta di  al-Sarraj e sempre meno preoccupata di ‘fermare’ la presa di Tripoli da parte di Haftar- e per approfondire il capitolo Saif Al-Islam Gheddafi  -di reale interesse politico, più ancora che giornalistico, tanto è vero che da anni, oramai, Saif è una presenza costante ma sempre trasparente, una ‘assenza che è più acuta presenza’-,   siamo tornati a bussare alla porta di Michele Marsiglia, come facciamo spesso quando si tratta di parlare di politica estera seriamente, tanto più che proprio lui ha richiamato l’attenzione della solita distratta Italia su questo intervento del comandante.

 

Presidente Marsiglia, dunque, ci pare di capire che Lei ritenga che Haftar abbia le idee chiare in fatto di petrolio, da quali elementi lo deduce? 

Da quello che il generale Haftar ha dichiarato qualche giorno fa, pensiamo abbia delle chiare idee su ‘cosa vuol fare’ del petrolio libico. Ricordiamo che Haftar ha un curriculum vitae ‘Gheddafiano’, poi virato su altre zone franche, e adesso con i ‘parabordi’ di Egitto, Arabia Saudita ed Emirati, che quando parlano di petrolio sanno di cosa parlano. E’ fuori dubbio che questo Signore conosca  meglio di altri il lato ed il valore strategico dei giacimenti di tutta la Libia, ma, cosa più importante, ha le relazioni internazionali e dei ‘vicini di casa’, e questo si traduce in un futuro di agreement strategici non sono interni al Paese, e con un piano di investimenti sulle esportazioni di greggio. In questo modo la Libia ritornerà quella che era una volta, anche all’interno dell’OPEC. Molti sottovalutano Haftar definendolo rozzo e militare, ma superficialmente, non ne osservano il lato economico, politico e industriale.

Chi sono gli uomini dei quali  Haftar si circonda per quanto attiene il petrolio?

Haftar, da quello che ci è dato sapere e conoscere, si muove con persone dell’entroterra libico e che controllano i villaggi, questo vuol dire che se al-Sarraj vive di uno staff istituzionale governativo, Haftar si muove con la consapevolezza di ogni metro, e, con più tattica. Il primo vive nel Palazzo, il secondo sul territorio. Haftar è circondato da persone che conoscono tecnicamente l’industria del petrolio, gli oleodotti, i collegamenti diversi, porti, centri nevralgici di raffinazione, depositi. Questa è la politica petrolifera. In questo modo riesce a controllare e  -anche se non è bello dirlo- focalizzare la tattica bellica su infrastrutture strategiche per mezzi armati e di trasporto.

Scusi Presidente, domanda magari un pò fuori contesto, ma Haftar cosa pensa della politica estera italiana, e quali rapporti per davvero ha con l’Italia?

Certo è che la domanda bisognerebbe farla al diretto interessato. Però, più volte il generale Haftar, ci ha già risposto, come altri in diverse situazioni   -basta buttare l’occhio nel Kurdistan o meglio in Turchia-, vedono l’Italia come una Svizzera fallita, ovvero un Paese che cerca una neutralità, ma che alla fine non è capace di prendere decisioni, ne è evidenza oggettiva già da anni. I rapporti in Italia ci sono stati, subito dopo l’incontro a tre, qualche tempo fa, all’Eliseo, organizzato da Macron con Sarraj e lo stesso Haftar, è seguita la Conferenza sulla Libia di Palermo, dove il generale in ultimo ha presenziato, nonostante le voci di una possibile assenza. Anche la nostra Intelligence più volte è stata ‘più che disponibile’ con il generale, ma una cosa è la disponibilità, e un’altra è la politica estera. Vedremo il neo-Ministro Di Maio quale strategia porterà avanti. 

Haftar nell’intervista dimostra di pensare alle elezioni come a qualcosa di ancora molto lontano. Secondo lei, quali sono i tempi per arrivare alle elezioni? E da qui ad allora che si dovrebbe fare in fatto di petrolio?

L’impegno di FederPetroli Italia è quello di continuare ad investire in Libia, oggi più di ieri. Ad oggi la compagnia petrolifera di Stato libica NOC (National Oil Corporation) veste una giacca che viene tirata a destra e a sinistra. Vediamo una NOC che fatica a mettere in atto le proprie politiche energetiche, ma che allo stesso tempo inonda il mercato di Gare e Bandi. Una verticalizzazione che potrebbe essere più rapida, ma che anche lo stesso presidente Mustafa Sanalla fatica ad intraprendere, per forza di cose. Detto questo il processo delle elezioni è un’incognita. Così come può essere lungo, si potrebbe assistere ad un cambio di scenario dettato dalle mosse belliche che i due attori, Haftar e Sarraj, potrebbero compiere ed automaticamente indire le elezioni.  A mio avviso la Libia è di chi la conquista, ma forse la mia visione è troppo ortodossa e fortemente mediorientale.

E’ corretto ritenere che l’industria petrolifera libica avrà bisogno, ragionevolmente dopo il voto, di grandi investimenti per mantenere la promessa di essere quell’Eldorado del quale lei parla? E questi fondi da dove potrebbero arrivare?

L’industria petrolifera libica non va avanti da sola, come in altre parti del Medio Oriente o del Continente africano, hanno la risorsa mineraria, ma le infrastrutture e la componentistica per buona parte è tutta estera, e l’Italia è ampiamente coinvolta, anche se con un sistema industriale zoppicante. Sfruttare la risorsa mineraria, ricercare, mettere in produzione un giacimento: costa e non poco.
La Libia non può permettersi un onere cosi grande da sola, ma allo stesso tempo la fase di standby frena parte degli investimenti e di conseguenza la produttività effettiva del greggio, ancora a livelli sottoproduzione. Sicuramente i Paesi che affiancano Haftar o Sarraj, in caso di una delle due leadership, saranno premiati e passeranno a ‘incassare’ il loro appoggio.

Sarebbe scorretto pensare che almeno una parte di questi fondi potrebbero arrivare dai vari forzieri che la  famiglia Gheddafi si ritiene abbia ancora in giro per l’Africa e non solo?

In questo momento se vogliamo studiare ed analizzare la fotografia libica, per forza di cose bisogna indagare e soffermarsi sul passato. Il nome Gheddafi, che si creda o no, è un problema per tanti, specialmente per l’ONU e gran parte della Comunità Internazionale. Non è un problema di nome, ma bensì di capitali investiti. Una Comunità Internazionale pienamente coinvolta nello stesso calderone.

Lei, nel comunicato attraverso il quale commenta l’intervento di Haftar, ha detto che non intendete sponsorizzare Haftar, il che è ovvio, ma Le chiedo: a suo avviso quale sarebbe la marcia in più di Haftar nel prendere in mano le redini del Paese? esercito a parte, naturalmente, e naturalmente se la soluzione  Gheddafi non fosse praticabile 
La precisazione che abbiamo fatto sono scaturite dopo un colloquio tra me e l’Ambasciatore d’Italia in Libia, Giuseppe Buccino Grimaldi, che, nonostante l’immensa stima ed ammirazione ma anche l’affetto per questo diplomatico, che è di missione in un posto che non si paragona ad un parco divertimenti, ho dovuto ben chiarire e spiegare quello che è stato un nostro comunicato. Non siamo militari e non siamo strateghi di tattiche di guerra, siamo imprenditori di un settore che purtroppo vive con situazioni belliche e in territori che non sempre sono amministrati con fare democratico. Questo vuol dire che il nostro plauso di qualche giorno fa ad Haftar è solo perché il generale si è espresso sul settore dell’Oil & Gas in maniera diplomatica ed elegante, rassicurando tutti sul fatto che le azioni delle forze da lui comandate non sarebbero andate interferire sulla produzione di petrolio e sulle infrastrutture legate al petrolchimico. Certo, Haftar come abbiamo detto è un uomo del popolo e di pura estrazione militare, mentre Sarraj è figlio d’arte per la politica e proveniente da un ceto della borghesia di Tripoli. Ad oggi nessuno dei due ha illustrato possibili programmi, due uomini ma con lo stesso obiettivo. 

Il pronunciamento di  Haftar in favore di Saif Al-Islam Gheddafi è un segnale politico? Egitto e Russia hanno scelto il loro candidato? e se si, come dobbiamo aspettarci lavoreranno per sostenerlo e portarlo alla presidenza? e come la mettiamo con la Francia? davvero potrebbe accettare un Gheddafi alla guida del Paese? 

Haftar in questo momento è diplomatico, e ritengo sia il modo migliore per enfatizzare un low-profile democratico che sorprende chi conosce il lato feroce e militare del generale. Un uomo che lancia la sfida elettorale, ma che non indietreggia sull’obiettivo Tripoli. La posizione egiziana nei confronti di Haftar è chiara, ma dobbiamo aspettarci anche cambi di scena, che in Medio Oriente non sono rari, ritorno, per capirci, sulla vicenda Kurdistan Iracheno, dove le parti hanno condotto una politica di alleanze da ‘giocato delle tre carte’. La posizione della Francia oggi  -come quella di altri Paesi- rispetto al cognome Gheddafi è delicata, fino a quando non si capiranno e conosceranno le vere radici economiche della famiglia dove arrivano, tutto è un’incognita. La situazione creata da Muammar Gheddafi è quella di aver messo un piede importante in tante scarpe, che adesso non possono staccarsi, ecco il perché di tanti silenzi da parte della Comunità Internazionale.

Noi sappiamo molto bene che Lei non si è mai fatto remore nell’auspicare un ritorno in scena di Saif Al-Islam Gheddafi. Quali sono le condizioni per le quali Lei ritiene che oggi  Gheddafi potrebbe gestire il Paese? Davvero ha ancora il sostegno delle tribù e della maggioranza della popolazione secondo Lei?

Nella sua domanda, vi è già la risposta. Saif ha il sostegno di gran parte della Libia, è visto che Michele Marsiglia non è nessuno per dire questo, la prova di quanto affermato sarà in fase di elezioni, o meglio, nei preparativi. Vedremo in quella fase il successo o l’insuccesso del figlio del Rais. Quando dico preparativi mi riferisco al presente. Saif non compare, se qualcuno parla per lui, lo fa da location non identificabili, la voce di Saif arriva da Londra, dalla Tunisia, dal Qatar, dove è collocato qualche membro della Famiglia. Questo ragazzo, forte dell’esperienza Governativa passata (anche se da tanti criticabile), sa come funziona la Libia e le Autorità Politiche ed Economiche di Governo. In Saif non vedono il padre, i libici vedono un giovane, un occidentale, una persona che ha studiato l’economia e la finanza, automaticamente si associa ad un binomio di tradizione ma anche di riforma mediorientale, verso un Occidente oggi vicino e conveniente per tutti.

 Il sistema petrolifero non solo italiano quale tipo di rapporto ha con Saif? Lo ritiene un interlocutore valido?

Da quando il nostro e, ormai risaputo ‘il MIO’  endorsement a Saif al-Islam è stato fatto, ci sono state tante critiche, ma una sola azienda petrolifera, a livello internazionale che abbia preso le distanze dalle nostre linee politiche, non esiste. Questo non è poco e lascia spazio a dirette e chiare interpretazioni politiche ed economiche di cosa l’indotto dell’Oil & Gas internazionale voglia in Libia. L’era Gheddafi ha portato guadagni nelle tasche di tutti.

Ci può parlare del profilo politico di Saif? Quanto assomiglia al padre? 

Questo ragazzo, che spero di poter incontrare quanto prima, motivo principale della mia prossima visita in Libia, come dicevo poco fa ha un profilo da Top Manager, con una visione del Medio Oriente, o meglio della Libia, di tutela delle tradizioni, ma nello stesso tempo di apertura ai mercati internazionali. Questo non è un elemento da poco. Sappiamo che in Arabia Saudita il potere oggi è in mano ad un altro giovanissimo monarca, Bin Salman, certo un’ortodossia wahhabita conservatrice, ma nello stesso tempo più giovane, dinamica e con una visione del Medio Oriente occidentalizzata. Sono ragazzi che hanno studiato in Inghilterra, negli USA e più che casa e Moschea sono Borsa Valori e Moschea. Uomini che riconoscono la Legge del Corano, ma capiscono pure che il Mondo è fatto di mercati borsistici internazionali dove Corano e Dow Jones possono coesistere. Che non sia di offesa per nessuno il mio accostamento verbale. Tutto questo significa anche la riconoscenza di una fascia di età libica di giovani e di media età che prima era distante dalle figure patriarcali del potere. Un serbatoio di voto diverso e più ampio. Una nuova era mediorientale: questo è Saif, lo abbiamo visto anche nelle poche presenze italiane di qualche anno fa. Il Dna è quello del padre, e così a mio avviso deve essere da parte di ogni figlio, parlo per la devozione che ho per mio padre; ma con un cambio generazionale, stavolta mi riferisco a Saif!

Lei ha dichiarato che nelle prossime settimane ci sarà una riunione con parte di aziende del bacino Mediterraneo coinvolte nello sviluppo industriale energetico libico. Ci può parlare di questa riunione? di cosa si discuterà? 

Sto attendendo un via per partire per Tripoli, la situazione è quella che è, e per ragioni di sicurezza ‘noi uomini dei pozzi neri’ dobbiamo essere cauti. Aziende del comparto maltese ed altre con branch italiane si confronteranno per decidere come meglio operare, ed i riferimenti da incontrare per i prossimi investimenti che l’industria petrolifera libica richiede. Il continente africano oggi è una grande opportunità per le nostre aziende: Libia, Mozambico, Congo, Tunisia e tante altre. Tracceremo una road-map per le qualifiche dei fornitori e gli accreditamenti negli appalti, considerando le diverse problematiche di un Paese con criticità. In verità diversi meeting sono stati già fatti, ma non possiamo operare a chilometri di distanza, la Libia ci chiede rispetto, saremo il più possibile con le aziende sul posto e con i giusti riferimenti politici, economici ed industriali. La mia presenza a Tripoli vuole essere un segnale che l’industria energetica c’è, senza paura, ma con sostegno e vicinanza alle aziende locali. Sarà l’occasione anche per promuovere alcune nuove aziende che hanno richiesta di qualificarsi in diversi appalti in Libia.

Se  Saif arrivasse alla presidenza, nel sistema petrolifero chi ci guadagna e chi ci perde? Immaginiamo, per esempio, che il sistema petrolifero francese non sarà esattamente tra i favoriti.

La Libia è un’immensa torta ripiena di greggio, tutti hanno ed hanno avuto la loro fetta. Ci preoccupiamo della Francia, senza guardare gli errori che stiamo commettendo nei confronti di questo Paese che aveva l’Italia come primo partner commerciale. Con ENI stiamo facendo da anni un bel lavoro, per adesso siamo ancora nell’Olimpo Petrolifero dei ‘preferenziati’, e penso che di questo il giovane Gheddafi ne sia a conoscenza!!

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