giovedì, Aprile 25

Libia: noi isolati e impotenti … c’è da rimpiangere Berlusconi Molto probabile che la Francia sia stata decisiva nello spingere Haftar a rompere gli indugi e attaccare Tripoli, ma certo la nostra diplomazia e i nostri politicanti non possono andare fieri; c’è da rileggere l’‘amicizia’ Gheddafi-Berlusconi

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Ciò che sta accadendo in Libia, rischia di diventare l’ennesima guerra ‘a bassa intensità’, che devastano mezzo mondo. Guerra, come sempre, pagata solo ed esclusivamente dalla gente, dalla povera gente; quella che i giornali raffinati e i politicanti (cinici, ovviamente) chiamano ‘civili innocenti’.

È difficile se non impossibile trovare nella situazione libica qualcosa che abbia, sia pure solo lontanamente, a che fare con gli interessi della popolazione, da sempre in Libia solo oggetto o strumento dei vari potentati locali, ma specialmente delle potenze straniere che da sempre controllano la Libia. Un Paesesfortunatoper la sua grande ricchezza, della quale pochissimi libici possono godere.
La Libia, tra l’altro, è una sostanzialeinvenzioneitaliana all’epoca (tutta da dimenticare) del ventennio fascista, dopo che per secoli quelle popolazioni erano state ‘dominate da …’. Ma la presenza italiana in Libia cessa con la seconda guerra mondiale e il territorio passa in amministrazione fiduciaria delle Nazioni Unite, a Francia e Gran Bretagna, anche se l’Italia riesce a mantenere una certa presenza economica con lo sfruttamento di una parte rilevante delle grandi risorse petrolifere del Paese  -controllo sempre duramente conteso dalle altre grandi compagnie petrolifere. L’assassinio di Enrico Mattei, l’inventore della politica petrolifera italiana e anche di un rapporto più rispettoso verso i Paesi fornitori, fu uno degli episodi più evidenti della lotta tra compagnie petrolifere e gli Stati ai quali esse facevano e fanno capo, in particolare, oltre agli usa, Francia e Gran Bretagna.

In realtà, però, l’Italia non è mai riuscita ad esercitare un ruolo decisivo in Libia, nel quadro della sempre debole e inaffidabile, ma specialmente incostante, politica estera italiana. Tanto che l’Italia fu praticamente costretta a partecipare all’azione militare che, se portò alla uccisione di Muammar Gheddafi, distrusse la struttura dello Stato libico, già debolissima di per sé. Tornare sulla vicenda Gheddafi ormai non ha più ragione di essere, salvo a dire che, in nome di un minimo di realpolitik, Gheddafi era o stava per diventare il migliore alleato dell’Italia. In questo senso oggi andrebberilettala vicenda, per tanti versi ridicolizzata, dell’amiciziatra Muammar  Gheddafi e Silvio Berlusconi. Quest’ultimo, che si può dipingere come cinico, ma rapportato agli attori odierni appare quasi un monaco, aveva, in fondo, cercato diavere una politica estera verso un territorio per noi vitale per due ovvi motivi: il contenimento delle migrazioni e l’accesso alle fonti petrolifere.

La guerra insulsa contro Gheddafi, non solo ci ha visto osservatori, diciamo così, annichiliti, ma ha poi avuto come conseguenza i tentativi confusi e pasticciati di assicurarsi una qualche minima collaborazione dai vari potentati libici con riferimento alla politica delle migrazioni.

E qui, come ho scritto più volte, ci siamo resi, e in questi ultimi mesi ci rendiamo sempre più, responsabili di atrocità senza fine, grazie alle quali nemmeno siamo mai riusciti almeno ad assicurare e garantire i nostri interessi economici.  

Ora, è molto probabile che sia vero che la Francia ha giocato e gioca un ruolo decisivo nello spingere Khalifa Haftar a rompere gli indugi e attaccare Tripoli. Ma certo la nostra diplomazia non può andare fiera, visto che abbiamo cercato di avere un ruolo, vantando l’invito americano a gestire in prima persona la questione libica e non ci siamo minimamente riusciti. E per di più, al di là di alcuni interventi di pura facciata  -si pensi alla assurda conferenza di Palermo–  non abbiamo mai perso l’occasione per inimicarci tutti  quasi gli altri attori sul terreno. Abbiamo vantato una amicizia verso la Russia che non abbiamo e che comunque non ha impedito alla Russia di appoggiare Haftar; abbiamo trattato malissimo l’Egitto (con veri e propri insulti, per esempio ad opera di Luigi Di Maio e di Roberto Fico); ma specialmente non abbiamo perso occasione, con Di Maio, Alessandro Di Battista e Matteo Salvini, di spargere veleno sulla Francia, certamente avversaria, ma sicuramente più avversaria che mai se presa a insulti quotidiani.

Alla fine, sembrerebbe, dopo un ennesimo viaggio di Di Maio negli Emirati, che come Salvini fa una sua politica estera, non ci resta che il Qatar, Paese ricchissimo, ma anche isolatissimo nel mondo arabo, dove allo stato dei fatti sembra che domini l’Arabia Saudita in un complesso sistema di accordi che la unisce agli, un tempo odiati, usa, Israele, Emirati, e che la oppone, appunto, al Qatar e all’Iran.

Bene, il Presidente del Consiglio dei Ministri, ha invocato l’unità (sarebbe ora!) del Paese e la gestione in sue mani dell’intera questione. Ora, a parte che sulla capacità delle sue mani avanzare qualche dubbio è almeno doveroso, visti i ‘successi’ di Palermo e non solo, lo stato nevrotico del nostro Governo non ha mancato di mostrarsi appieno. Non aveva Conte finito di chiedere silenzio agli altri Ministri, che Salvini tuonava contro la Francia, affermando tra l’altro, il suo impegno a non permettere lo sbarco di nessuno dalla Libia. Indubbiamente così otterrà ancora qualche voto, ma non potrà di certo cancellare il problema: se la crisi libica si aggraverà ancora, è probabile che le nostre coste saranno prese d’assalto e, visti i comportamenti del nostro Governo finora, sperare in un aiuto dagli altri Paesi europei è inimmaginabile.

Se dovessi esprimere un auspicio, mi limiterei a supplicare i nostri governanti di dedicarsi ad altro, lasciando piena autonomia a quei pochi tra i nostri diplomatici che conoscono la situazione, sempre che qualcuno ne sia rimasto!  

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Sull'autore

Giancarlo Guarino, ordinario, fuori ruolo, di diritto internazionale nell’Università degli Studi di Napoli Federico II, è autore di numerose pubblicazioni su diverse tematiche chiave del diritto internazionale contemporaneo (autodeterminazione, terrorismo, diritti umani, ecc.) indagate partendo dal presupposto che l’Ordinamento internazionale sia un sistema normativo complesso e non una mera sovrastruttura di regimi giuridici gli uni scollegati dagli altri.