domenica, Dicembre 8

In Libia il mercato di schiavi: in Sudan il tragitto della morte

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Era dal 2013 che vari giornalisti africani avevano il sospetto che in Libia fosse nato un mercato di schiavi le cui vittime erano gli immigrati dell’Africa Sub Sahariana che tentavano di attraversare il Mediterraneo per giungere in Europa. A seguito di queste denunce, alcuni giornalisti occidentali tentarono di indagare sul caso scoprendo una serie infinita di violazioni dei diritti umani commesse dalle Autorità di entrambi i due governi libici e dai terroristi salafisti del ISIL DAESH. Nella lunga serie di crimini vi erano torture, stupri, arruolamento forzato, detenzioni disumane e senza capo d’accusa, omicidi.

Nonostante i numerosi reportage giornalistici pubblicati sui media internazionali (europei compresi) il Governo italiano dal 2017 ha impostato la sua strategia per contenere i flussi migratori dall’Africa affidando a Libia e  Sudan il compito di fermare l’immigrazione in compenso di aiuti umanitari, economici e sostegno politico. Due gli accordi firmati con la Libia, nonostante che nel Paese dopo la ‘rivoluzione’ contro il Colonnello Muammar Gheddafi non esista un chiaro potere, attualmente disputato da due governi  che non sono mai stati soggetti ad elezioni democratiche.

Il primo accordo è stato firmato il 2 febbraio, il secondo il 31 marzo. L’Italia individua un ‘confine di contenimento nel sud della Libia‘ a cui sono state associate delle ‘rappresentanze territoriali storiche’: 60 capi-clan appartenenti alle etnie Tebu, Suleiman, e Tuareg nel sud del Paese. L’obiettivo è di fermare i flussi migratori provenienti da Senegal, Ghana, Nigeria, Niger, Etiopia, Eritrea.

Entrambi gli accordi stipulati con entità statali parzialmente riconosciute a livello internazionale, ma non dalla maggioranza del popolo libico, vittima di continue violenze e guerra civile per il potere, venivano ‘agghindati’ dall’aspetto ‘umanitario’. Il contenimento dei flussi migratori dalla Libia rientrerebbe in una visione di cooperazione euro-africana più completa e tesa a eliminare le cause dell’immigrazione clandestina e sostenere lo sviluppo dei Paesi d’origine dell’immigrazione.

L’inchiesta condotta dalla Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (OIM) di cui un estratto è stato pubblicato sul sito ufficiale ieri, martedì 11 aprile, rappresenta un duro colpo per le politiche migratorie adottate dal Governo italiano e dal Parlamento Europeo. Il OIM denuncia la comparsa di un florido mercato di schiavi in Libia. Le vittime sono immigrati provenienti dagli stessi  Paesi rientranti nella strategia italiana di contenimento: senegalesi, ghaniani, nigeriani, nigerini, etiopi, eritrei. Questi immigranti che giungono dai due ‘cancelli migratori’ della regione, Niger e Sudan, dopo aver pagato dai 320 ai 500 dollari per il viaggio su camion e furgoni in condizioni disumane, vengono fatti prigionieri nel sud della Libia, posti in condizione di schiavitù e venduti ad un prezzo variabile dai 200 ai 500 dollari secondo sesso, età, e condizioni di salute.
Seppur menzionati con il generico termine ‘libici’ nella denuncia del OIM chi gestisce questo orribile crimine contro l’umanità sarebbero proprio i subclan  Tebu, Suleiman, e Tuareg firmatari dell’accordo con l’Italia del 31 marzo.

Il più importante mercato di schiavi (dove si rifornirebbero gli acquirenti medio orientali) è situato presso la città di Sebha, capitale della regione del Fezzan, a 660 km da Tripoli, in pieno deserto libico. La città è nata secoli addietro da una oasi in mezzo al deserto divenuta un punto di riposo e commercio per le carovane arabe del Sahara che commerciavano in Nigeria, Niger e Ghana. Epicentro sud dei combattimenti tra governativi e ribelli durante la guerra civile del 2011, Shaba (ora considerato dalla OIM l’epicentro de mercato di schiavi africani) è famosa anche per il ritrovo di un deposito militare delle truppe di Gheddafi contenente un importante stock di uranio importato. Notizia confermata dalla Agenzia Internazionale dell’Energia Atomica

Questi clan (storicamente noti per l’odio atavico contro le popolazioni dell’Africa Sub Sahariana) riducono in schiavitù gli immigranti che dovrebbero invece oltrepassare le regioni al sud della Libia per giungere alle coste, dove attendono i ‘barconi’. Vi è il sospetto che la messa in schiavitù avvenga dopo che gli immigrati hanno pagato l’esorbitante prezzo del biglietto per trasportarli verso la costa: circa 450 dollari. Dopo la cattura gli immigrati vengono venduti da questi clan nomadi ad imprenditori edili locali che li fanno lavorare nei cantieri per 14 ore al giorno senza le minime misure di sicurezza. I corpi delle vittime di incidenti mortali sul lavoro debitamente nascosti. Terminati i lavori edili dove questi nuovi schiavi lavorano gli imprenditori li riutilizzano per nuovi cantieri o li rivendono.

Secondo un esperto di migrazione sudanese, contattato per l’occasione, il mercato di schiavi non è un fenomeno recente, sarebbe stato creato nel 2014. All’interno di questo mercato forte sarebbe la componente sessuale. Giovani donne e minorenni verrebbero acquistate da ricchi libanesi e arabi per appagare i loro desideri, trasformandole di fatto in schiave sessuali.

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