domenica, Settembre 20

Libia: l'Italia è pronta Gentiloni: «Italia pronta per azione di Peacekeeping»

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«L’Italia è pronta ad un’azione militare di peacekeeping sotto l’egida dell’Onu in Libia se nel Paese si avviasse un percorso politico di transizione. Non dobbiamo ripetere l’errore di mettere gli stivali sul terreno prima di avere una soluzione politica da sostenere. Ma certo un intervento di peacekeeping vedrebbe l’Italia impegnata in prima fila». A dichiararlo in un’intervista a ‘Repubblica’, rispondendo ad una domanda su un eventuale intervento in Libia, è il Ministro degli Esteri Paolo Gentiloni.

Il Paese nordafricano continua infatti a sprofondare nel caos
, in un contesto sempre più lacerato da rivalità claniche e lotte di potere intestine ai gruppi rivoluzionari. Si combatte ovunque, ma soprattutto, si continua a morire. In Cirenaica, ad aggiungersi ai milioni di sfollati, i continui scontri tra milizie islamiche ed esercito governativo per il controllo del territorio hanno ormai trasformato Bengasi in una città fantasma, in cui i residenti soffrono da mesi della scarsità di ogni bene di prima necessità, compresi cibo e acqua. In Tripolitania, nella capitale ormai sotto il controllo degli islamisti, continuano i raid aerei governativi che martellano le postazioni dei militanti con numerose perdite anche tra i civili. E la lotta di potere in atto nella città ha creato frizioni anche all’interno alla coalizione islamista, complicando ulteriormente il quadro generale.

Caldo anche il fronte anti-IS, con i rapporti tra Ankara e Washington sempre più tesi. Il presidente turco, Recep Tayyip Erdogan, oggi ha infatti accusato gli Stati Uniti di “impertinenza” riguardo il conflitto in Siria, confermando gli screzi tra i due alleati causati dal rifiuto di Ankara a collaborare nella lotta all’Is e all’atteggiamento ambiguo percepito da Washington riguardo il fenomeno del islamismo militante. A rincarare la dose ci pensa anche il governo israeliano, che si è recentemente rivolto alla Nato affinché esiga dalla Turchia provvedimenti adeguati per indurre Hamas a cessare la ispirazione di attività terroristiche dai suoi uffici di Istanbul.

In Siria solo oggi, sono morte almeno 95 persone, tra cui donne e bambini, nel corso dei bombardamenti aerei compiuti nelle ultime ore dal regime siriano su Raqqa, nel nord del Paese, secondo quanto documentato dall’Osservatorio nazionale per i diritti umani. I feriti sono circa 120 e molti di questi sono in gravi condizioni. Un recente studio evidenzia inoltre come oltre 15mila tra donne e ragazze siano morte nelle violenze in corso in Siria da circa tre anni e mezzo. A riferirlo la Rete siriana per i diritti umani, una delle piattaforme che documentano le vittime delle uccisioni avvenute dal 15 marzo 2011, data convenzionale dello scoppio della rivolta popolare anti-regime subito repressa nel sangue e gradualmente trasformatasi in guerra civile.

Intanto, il Presidente Vladimir Putin e il Ministro degli Esteri russo Sergei Lavrov hanno incontrato oggi a Sochi il Ministro degli Esteri siriano Walid Muallem. Tanti i temi sul piatto, soprattutto dopo l’ostentato scetticismo delle autorità siriane nei confronti della proposta della Russia, storico alleato del regime di Damasco, di organizzare a Mosca una conferenza di dialogo tra rappresentanti del presidente Bashar al Assad e delle opposizioni in esilio e in patria. Il «terrorismo è la più grande minaccia per la stabilità della Siria e per questo Mosca continuerà a sostenere il regime di Bashar al-Asad nel contrasto di tale minaccia». Lo ha affermato Lavrov dopo l’incontro con l’omologo siriano.

Sale la tensione anche in Ucraina, con il capo delle Forze Nato in Europa, Philip Breedlove, che ha dichiarato come al confine con l’Ucraina «siano dispiegati tra gli 8 e i 10 mila soldati russi». Le autorità di Kiev denunciano inoltre come nuovi mezzi militari provenienti dalla Russia abbiano attraversato il confine diretti nelle zone del sud-est ucraino controllate dai separatisti. Secondo il portavoce del Consiglio di sicurezza ucraino, Andrii Lisenko, due colonne di mezzi bellici hanno varcato la frontiera a Izvarino: si tratta – stando al colonnello di Kiev – di due autoblindo e 40 camion. Inusuale, tuttavia, la mano tesa da parte della Germania, con la Cancelliera Angela Merkel che ha dichiarato oggi come «il conflitto in Ucraina possa essere risolto solo attraverso la via diplomatica, con Berlino che farà di tutto per arrivare ad una soluzione con la Russia».

Negli Stati Uniti seconda notte di proteste a Ferguson
, in Missouri, dopo la decisione del Gran Giurì di non incriminare Darren Wilson, l’agente che uccise l’adolescente afroamericano Michael Brown. Almeno 45 persone sono state arrestate e la polizia ha sequestrato armi e una bomba molotov. La situazione sembra tuttavia migliorare, rispetto alla rivolta di lunedì notte, con auto ed edifici in fiamme e oltre 80 arresti. L’ingente schieramento di 2mila agenti della Guardia Nazionale hanno infatti impedito un’ulteriore degenerazione delle proteste. Intanto, l’eco delle manifestazioni contro la violenza della Polizia negli Stati Uniti stanno varcando i confini e sono arrivate in Canada, in Norvegia, in Inghilterra e in Giappone. A Londra questa sera alle 19 è stata convocata una protesta davanti all’ambasciata americana, a Grosvenor Square. A Oslo il 29 novembre i manifestanti si sono dati appuntamento a Radhusplassen, mentre a Tokyo il 5 dicembre alle 22 e’ stata organizzata una marcia silenziosa in ricordo di Michael Brown.

E intanto, un gruppo di esperti per i diritti umani delle Nazioni Unite ha chiesto al Presidente americano Barack Obama un rapporto sulle tecniche di interrogatorio della Cia, sottolineando che «la posta in gioco è molto alta». In una lettera aperta pubblicata oggi, gli esperti affermano che la decisione di Obama sul rapporto «avrà conseguenze di vasta portata per le vittime delle violazioni dei diritti umani in tutto il mondo e per la credibilità degli Usa». «Come Paese che spesso chiede trasparenza e responsabilità alle altre Nazioni, gli Stati Uniti devono soddisfare le norme che hanno stabilito sia per sè che per gli altri», si afferma ancora nella lettera.

Lanciata all’inizio del 2009, l’indagine è durata quattro anni, è stata approvata da una commissione del Senato alla fine del 2012, ed il suo rilascio è stato avvallato nell’aprile 2014 da una larga maggioranza. Il rapporto però, deve ancora essere pubblicato. «Le vittime della tortura e i difensori dei diritti umani in tutto il mondo saranno incoraggiati se si prende una posizione forte a favore della trasparenza», sostengono gli esperti, sottolineando come «tutti coloro che hanno aderito alla Convenzione Onu contro la tortura hanno l’obbligo di indagare a fondo e tempestivamente sui rapporti che parlano di episodi di questo genere per garantire la responsabilità degli autori e fornire soluzioni adeguate alle vittime».

 

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