sabato, Dicembre 7

Libia, l’immigrazione nel tritacarne della guerra per gli idrocarburi

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L’Italia è alle corde in Libia per l’accordo franco-russo-egiziano a sostegno del generale Khalifa Haftar, causa l’interesse francese per gli idrocarburi libici e gli interessi geo-strategici russi nel controllo del Mediterranei, ma un ruolo importante nel rischio che Roma corre di perdere la sua influenza e connessi business nel futuro della Libia, è da attribuire all’immigrazione.

Il premier del Governo di unità nazionale, Fayez al-Serraj, ha tentato di salvare la coesione interna al Governo (indebolita dall’invio, dietro sua richiesta, di navi di guerra italiane a supporto della guardia costiera libica), impedendo, di fatto, all’Italia la missione da lui stesso richiesta.Fayez al-Serraj ha ordinato alle forze sotto suo controllo della guardia costiera di attivarsi nella lotta contro gli scafisti, dopo anni di collaborazione e connivenze, e ha iniziato a promuovere la politica del pugno di ferro contro l’immigrazione clandestina dalle coste libiche che riesce controllare (una piccola percentuale).

L’improvvisa attività della guardia costiera libica apre numerosi interrogativi. La guardia costiera di Tripoli si sta dimostrando particolarmente aggressiva, ma non contro gli scafisti, bensìcontro le navi noleggiate dalle Organizzazioni Non Governative che operano i salvataggi in mare, sparando proiettili veri senza però colpirle. Questa aggressività ha costretto uno dei principali attori dei salvataggi marittimi, Medici Senza Frontiere, a sospendere le sue operazioni umanitarie. «Il salvataggio marittimo è diventato ora troppo rischioso», informa la ONG francese. Anche Save The Children e Sea Eye hanno deciso di sospendere le operazioni di salvataggio.

La strategia del Governo di Tripoli sembra orientata a interrompere il flusso migratorio verso le coste italiane non agendo contro il network criminale gestore di questo traffico che genera milioni di euro all’anno, ma impedendo alle ONG di salvare esseri umani abbandonati in mare. Questo network criminale è composto da trafficanti di esseri umani senza scrupoli che operano grazie alla complicità di politici e forze dell’ordine del Governo di Tripoli che fino ad ora hanno garantito l’immunità, se non addirittura facilitato le operazioni. Network, per altro, che potrebbe avere contatti anche con gruppi terroristici salafisti e con la Mafia italiana. Recenti indagini di giornalisti anglosassoni rivelano che il Governo di Tripoli ricava il 30% delle sue entrate proprio grazie alla collaborazione con gli scafisti.

La strategia del Governo di Tripoli rivolta contro le ONG internazionali potrebbe essere collegata agli avvenimenti delle ultime settimane in Italia. ILa Magistratura ha ordinato il sequestro della nave Iuventa della ONG tedesca Jugend Rettet, mentre il Viminale ha imposto un Codice di Comportamento per i salvataggi in mare chiarendo che alle associazioni che non lo firmeranno sarà impedito l’attracco nei porti italiani. L’improvvisa virata del Governo di sinistra su soluzioni che appaiono più proprie di un Governo di destra è sembrata ad alcuni osservatori una mossa politica per arginare l’emorragia di voti a favore dell’opposizione di destra, ad altri il tentativo di far dimentica gli accordi fatti dal Governo Renzi con l’Unione Europea nel 2014-2016. Come ha spiegato Emma Bonino, «siamo stati noi a chiedere che gli sbarchi avvenissero tutti in Italia», «che il coordinatore fosse a Roma, alla Guardia Costiera, e che gli sbarchi avvenissero tutti quanti in Italia, lo abbiamo chiesto noi, l’accordo l’abbiamo fatto noi, violando di fatto Dublino». All’epoca l’Unione Europea aveva proposto all’Italia e a Malta di divenire un porto franco per i flussi migratori del Mediterraneo. In cambio gli altri Paesi europei avrebbero garantito un sostegno finanziario, assicurando una equa spartizione degli immigrati in Europa, attraverso il sistema delle ‘quote migratorie’. Malta rifiutò categoricamente, l’Italia accettò, allettata dal divenire protagonista delle politiche migratorie europee. L’operazione europea di controllo delle frontiere,Triton, prevede che le navi dei Paesi europei che pattugliano il Mediterraneo portino i migranti eventualmente soccorsi in Italia. Le ONG che operano i soccorsi marittimi hanno agito, dunque, nella cornice di questi accordi, in stretta collaborazione con le Autorità italiane. I immigrati salvati in mare vengono portati unicamente nei porti italiani, poiché era quanto era stato stabilito a livello europeo con pieno consenso italiano.

Bruxelles non mantenne gli impegni. Il sostegno finanziario fu esiguo e le ‘quote’ mai applicate. Dal 2016 le frontiere di Austria e Francia vengono progressivamente chiuse agli immigrati che sono sbarcati in Italia e che tentano di raggiungere altri Paesi europei più ricchi e con maggior opportunità di lavoro. Migliaia di immigrati rimangono ‘incastrati’ in Italia, mentre le ONG continuano a rispettare gli accordi presi. La situazione si aggrava quando il network criminale che gestisce il traffico di esseri umani decide di aumentare le sue attività per creare maggior profitti. Il meccanismo dei porti franchi italiani si inceppa, il Governo italiano non riesce più a gestire la situazione che va a tutto vantaggio del populismo dell’opposizione di destra.

Il Governo italiano tenta di sostituire la politica dei porti franchi con la logica dei respingimenti, senza curarsi delle conseguenze su migliaia di esseri umani. La linea dura adottata contro le ONG, accusate di collaborare con gli scafisti, e definite con disprezzo dalla destra ‘taxi di mare’, ha provocato un acceso dibattito. L’opposizione della destra populista rivendica misure più repressive, ricordando che i provvedimenti presi dal Governo erano stati proposti già un anno fa da Lega e Forza Italia. La Chiesa Cattolica si schiera al fianco delle ONG e accusa il Governo di venir meno ai principi universali di solidarietà e compassione verso gli ultimi. Molte delle ONG rifiutano di aderire al Codice di Comportamento rivendicando il diritto di salvare vite umane senza interferenze.

Il boomerang politico causato dalla linea dura antiimmigrazione sembra avere una sola via di uscita: diminuire se non interrompere i flussi migratori verso l’Italia, riducendo così le tensioni politiche e sociali nel Paese e la dannosa attenzione dell’opinione pubblica verso una gestione caotica dell’immigrazione che rischia di provocare alla sinistra una clamorosa sconfitta elettorale. Fermare gli sbarchi diventa così un obiettivo vitale per il Governo. La soluzione arriva improvvisamente dall’alleato libico. Il Governo di Tripoli ha di fatto dichiarato guerra alle ONG, affermando che sono complici dei trafficanti. Un’accusa fondata su sospetti e indizi ma non su prove inconfutabili. La linea dura adottata dalla guardia costiera e gli atti intimidatori, sparando in direzione delle navi di soccorso, hanno un unico obiettivo: fermare (forse temporaneamente) i flussi migratori verso l’Italia, agendo non sui trafficanti, ma su chi salva migliaia di vite umane. Questa decisione è stata presa in autonomia dal Governo di Tripoli o è stata suggerita dall’esterno?

Tra le misure volte a diminuire i flussi migratori, il Governo ha annunciato che saranno stanziati fondi per la cooperazione tesi a creare le condizioni di sviluppo in loco per diminuire l’esodo. Questi fondi finanzieranno progetti di cooperazione non nei Paesi origine dell’immigrazione africana in Italia (Nigeria, Senegal, Ghana), ma in Libia… più precisamente a Tripoli, in Cirenaica e nel sud controllato dalle tribù Tuareg. Le stesse zone dove ci sono i giacimenti petroliferi ancora controllati da ENI. Un ufficio operativo dell’Agenzia Italiana per la Cooperazione allo Sviluppo (AICS) si sta costituendo a Tunisi per coordinare le operazioni umanitarie.

Perché questi aiuti non sono concentrati nei Paesi origine dell’immigrazione? Come sarà possibile attuare progetti di sviluppo nell’attuale caos libico? dove il Paese è controllato da spietate milizie in lotta contro tutti per la conquista del potere. Non rischiamo di ripetere i fallimenti della Somalia? con tanto di vittime collaterali. L’unica eccezione è rappresentata dall’Etiopia, dove il Governo italiano promuove progetti di sviluppi spesso giustamente collegati ai nostri interessi economici nel Paese. In fase di studio anche la riapertura della Cooperazione in Eritrea, ma l’ostacolo è di natura politica. Come riaprire la cooperazione in un Paese governato da una terribile dittatura condannata anche dalla maggioranza dei Paesi africani?

E gli immigrati? Sinceramente a nessuno importa della loro sorte. Quelli intercettati dalla guardia costiera libica vengono rinchiusi in centri di detenzione, dove trattamenti disumani, sevizie sessuali e torture sono state ampiamente documentate da coraggiosi giornalisti già da tempo. Indagini giornalistiche rivelano che la maggior parte di questi ‘lager’ sono gestiti da milizie della Cirenaica. Più oscura e meglio occultata la sorte di migliaia di immigranti etiopici, eritrei e di alcuni Paesi Sub sahariani che sopravvivono al famoso ‘tragitto della morte’ nel Sudan, dove forti sono i sospetti che il traffico di esseri umani sia direttamente gestito da Generali del regime Omar al-Bashir. Una volta giunti nel sud della Libia migliaia di persone rischiano di essere vendute come schiavi proprio dai ‘sindaci’ firmatari dei trattati anti-immigrazione con il Governo italiano.

L’Organizzazione Mondiale per l’Immigrazione (IOM) e l’Alto Protettorato ONU per i Rifugiati (UNHCR) stanno vagliando l’ipotesi di gestire campi di accoglienza in Libia e ai confini con il Ciad per spezzare il monopolio della gestione dei ‘respint’ detenuto da milizie. A poche ore di distanza dall’annuncio, il Governo italiano ha dichiarato di voler stanziare fondi a favore di questa iniziativa nonostante IOM e UNHCR abbiano chiarito che si tratta solo di una ipotesi che sarà sottoposta ad un attento studio per verificarne la reale fattibilità. Studio necessario causa i rischi di degenerazione che questi campi di accoglienza potrebbero nascondere. I futuri campi di accoglienza, gestiti da queste organizzazioni umanitarie internazionali, potrebbero migliorare le condizioni dei respinti, ma non risolvere il problema. Occorre evitare che questi campi siano gestiti con gli stessi criteri dei campi profughi che tra gli anni Novanta e Duemila sono sorti come funghi in Africa, approfittando delle varie guerre civili -spesso provocate dagli interessi di Stati e multinazionali occidentali.
I futuri campi di accoglienza, se gestiti con le stesse logiche dei campi profughi, rischiano di creare altri drammi, condannando questi immigrati a una vita vegetativa, in eterna attesa che qualcuno decida delle loro sorti. Avranno però il ‘pregio’ di allontanare dall’attenzione pubblica internazionale la sorte dei ‘respinti’ tramite una gestione discreta e lontana dai riflettori dei media e dai territori europei. I cittadini italiani ed europei saranno rassicurati su trattamenti rispettosi della dignità umana con scarse possibilità di verifica.

Gli effetti di una lunga permanenza delle persone nei campi profughi sono stati studiati in Africa e i risultati sono devastanti. I campi profughi di lunga durata distruggono intere generazioni, impediscono l’integrazione socio-economica nel Paese ospitante e favoriscono l’infiltrazione di gruppi criminali, terroristici e guerriglie che reclutano proprio all’interno dei campi profughi. Molti uomini reclusi in questi campi si arruolano volontariamente per fuggire all’orribile destino di una vita passiva di cui non si conosce la durata. Dinnanzi a questa situazione vari Paesi africani stanno rifiutando i campi profughi perenni, orientandosi verso l’integrazione sociale, come succede in Uganda, o cercando di smantellarli e respingere oltre frontiera i profughi, come sta tentando di fare il Governo keniota nel campo di Dadaab o come sembra essere nell intenzioni dichiarate della Tanzania (che conterebbe di espellere i rifugiati burundesi).

Nel contesto della guerra non dichiarata tra Francia e Italia per il controllo degli idrocarburi libici, le manovre di Mosca e Cairo avverse all’Italia, i ricatti di Serraj e Haftar, gli atti intimidatori verso le ONG che tentano di salvare vite umane, gli affari dei trafficanti che continueranno probabilmente con altri stratagemmi e complicità, la compravendita di schiavi, il silenzioso eccidio che avviene nel deserto tra Sudan e Libia e la caotica gestione dei flussi migratori in Italia, pochi ricordano la mistificazione che è alla base di ogni propaganda politica italiana riguardante l’immigrazione. Non esiste nessuna emergenza, nessuna invasione dall’Africa.

I migranti e i profughi africani che tentano di approdare nelle nostre coste rappresentano il 0,01% dei flussi migratori che avvengono all’interno del Continente africano, dove milioni di profughi vengono gestiti in Paesi d’accoglienza. I soli Kenya, Tanzania e Uganda ospitano circa 4 milioni di persone fuggite dagli orrori e dalle violenze dei vicini Burundi, Congo, Sud Sudan. Tutti Paesi vittime di guerre dimenticate.

La falsa emergenza migrazione è così, di volta in volta, o paravanto o clava, al centro di tutto vi sono gli interessi energetici e geo-strategici; la Libia è il terreno di battaglia.

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