martedì, Marzo 19

Libia, le debolezze di una guardia di confine composta da tribù

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Sulle pagine de ‘L’Indro‘ nelle scorse ore si è paventata la possibilità di affidare il controllo dei confini meridionali della Libia direttamente alle tribù che occupano la zona del Fezzan. Come asserito dal Ministro degli Interni Marco Manniti «il sud libico è la prima vera frontiera meridionale dell’Europa» e sulla base di questa affermazione possiamo sostenere che uno degli interessi nazionali primari per la Repubblica Italiana è la stabilizzazione della Libia nella sua interezza.

La Libia negli ultimi anni, come sottolineato nel servizio in oggetto, ha ricoperto un ruolo cruciale nella regione mediterranea, prima per la virulenza esplosione della rivoluzione araba nella capitale Tripoli con il conseguente rovesciamento del potere della famiglia Gheddafi e poi per la forte instabilità sociale ed economica che scaturisce dal Paese verso i vicini fronti.

Il sud della Libia, regione in gran parte ignorata fino al 2016, è una delle maggiori fonti di instabilità regionale nel Mediterraneo ed è titolare di gran parte dei traffici illeciti che minacciano quotidianamente l’Europa, dal traffico di esseri umani a quello di armi e droga. Tali traffici vanno a rafforzare un’economia sommersa che si sviluppa di pari passo a quella regolare e ne mette in discussione i benefici per la stabilizzazione delle istituzioni politiche libiche.

Il sud, sotto questo aspetto, è una fucina di traffici che si muovo in una rete tribale vecchia di centinaia di anni, con relazioni intra-claniche che si sviluppano in modo del tutto parallelo a quello della politica tradizionale.

Uno dei principali fattori che coadiuvano lo sviluppo di canali illeciti di diversa natura del sud libico sono sicuramente i confini poco sorvegliati, porosi e considerati poco più che mere linee su di una cartina geografica.

Ai confini libici con Paesi come Algeria, Marocco e Tunisia si struttura il vero traffico di esseri umani con il supporto di organizzazione corrotte, ma anche di uno scarso controllo territoriale da parte del Governo di Tripoli, l’unico che è autorizzato all’uso della forza per la protezione del territorio nazionale.
Per l’Italia, la Libia, ha dunque una forte valenza strategica sul fronte anti immigrazione e ne deriva che qualsiasi possibilità di arginare il fenomeno sarà vagliata con attenzione dall’esecutivo.

La fonte libica raggiunta dalla nostra testata ha asserito l’esistenza di un documento redatto da un gruppo di esperti legali appartenente ad un think tank (non se ne conosce la nazionalità), per il Libyans Elder Council, circa uno studio di fattibilità che ha come obiettivo l’impiego delle tribù al confine meridionale della Libia per porre un freno all’immigrazione clandestina che giunge fino alle coste del Vecchio continente.

Il Ministro Minniti in una sua intervista al ‘Corriere della Sera’, dichiarò di volere una missione militare italiana per il controllo del confine meridionale della Libia, ma non citò mai il supporto delle tribù con cui un primo accordo fu siglato nel marzo 2017, grazie alla mediazione del Governo di Roma.

Lo studio, che agli stessi analisti de ‘L’Indro‘ non è stata permessa la presa in visione, pone una soluzione allettante, ma pur sempre contradditoria, se esaminata analiticamente. La fonte sostiene che le tribù sono pronte al dialogo con le Istituzioni Europee, attraverso un percorso legale e legittimo mediato dalle Nazioni Unite, tuttavia su questo punto non sono state volutamente fatte ulteriori specifiche, assolutamente necessarie per capire come questo studio possa tramutarsi in un progetto applicabile al caso pratico. Solo per la sigla dell’accordo con l’Italia furono 60 le tribù che presero parte alle trattative presso il Viminale, a Roma, quali di queste dovrebbe avere la facoltà di dialogare con le istituzioni europee non è dato sapere. Forse, la soluzione più plausibile è quella di un rappresentante del Libyan Elder Council, il cui peso politico è stato considerato legittimo dalle Nazioni Unite.

Se così fosse, però, non è detto che tutte le tribù del sud si sentano rappresentate dal Concilio, in quel caso ci si troverebbe davanti ad una spaccatura importante nel sud ed una nuova guerra intestina per il potere contrattuale con le istituzioni, la cui fine è stata posta in essere proprio con gli accordi italo-libici di marzo 2017.

La contesa era iniziata dopo la caduta del Rais Gheddafi ed è stata segnata da oltre 400 morti, aggravata dal divergente supporto delle due principali tribù a due governi diversi: quello di Tobruk, alleato con i Tebu, e quello di Tripoli sostenuto dai Tuareg.

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