venerdì, Giugno 5

Libia, la paura del coronavirus si perde tra gli orrori del conflitto Le parti in guerra hanno continuato a ricevere attrezzature avanzate, combattenti e consulenti da sponsor stranieri. L’economia è a pezzi e i medici e infermieri sotto tiro dalle due parti e senza attrezzature e medicinali

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TunisiI libici sono stremati dal continuo conflitto ed oggi anche dalle misure restrittiveadottate da entrambi i Governi per cercare di contenere la diffusione del nuovo coronavirus, COVID-19.
Se all’inizio della tregua, annunciata lo scorso 12 gennaio, c’è stata una riduzione iniziale della violenza, che ha fornito agli abitanti di Tripoli una pausa molto necessaria dalla sofferenza della guerra, con i recenti sviluppi sul campo, la tregua sembra essere diventata soltanto un’utopia e uno slogan degli attori esterni coinvolti nel conflitto. Gli scambi di artiglieria sono significativamente aumentati a Tripoli negli ultimi giorni, con un conseguente aumento delle vittime civili -compresi donne e bambini- a causa dell’uso dibombardamenti indiscriminati da parte di entrambe le fazioni belligeranti.

L’appello del Segretario Generale delle Nazioni Unite di una tregua umanitaria globale per rispondere alla pandemia COVID-19, non solo è rimasto inascoltato, ma la disattenzione dei Governi europei sembra aver incoraggiato gli attori interni e i loro sostenitori stranieri ad aumentare la portata della violenza che da un anno terrorizza i civili in e intorno Tripoli, da quando il feldmaresciallo Khalifa Haftar, a capo del Libyan National Army (LNA), ha lanciato le operazioni militari per liberare la capitale di tutti i libici, da milizie e gruppi terroristici. Solo nelle ultime due settimane, quattro famiglie sono morte a causa dei bombardamenti nelle zone di Al Habda ed Ain Zara. Il Governo di Accordo Nazionale(GNA) con sede a Tripoli ha accusato martedì l’LNA di aver colpito le eliambulanze in fase di atterraggio e decollo all’aeroporto di Mitiga. Lo scalo civile, recentemente rinnovato al suo interno, continua ad ospitare una prigione controllata dalla Forza Speciale di Deterrenza (RADA) affiliata al Ministero dell’Interno, oltre ad ospitare una prigione che lo rende target di eterogenei attacchi da entrambe le parti, nel tentativo di liberare i prigionieri che vi sono detenuti all’interno.

La comunità internazionale è rimasta silente -ad eccezione di qualche dichiarazione rilasciata dall’Ambasciata degli Stati Uniti- di fronte al pesante bombardamento di mercoledì, per il secondo giorno consecutivo, dell’ospedale generale Al Khadra a Tripoli. In un momento in cui tutto il mondo celebra il proprio personale medico e paramedico come eroi nella guerra contro il nemico invisibile del coronavirus, in Libia medici, infermieri e soccorritori continuano ad essere sotto attacco, così come gli ospedali e le strutture mediche. A nulla vale ricordare che questi atti rappresentano crimini di guerra secondo il diritto internazionale che disciplina il conflitto. A fronte di ciò, il Segretario Generale delle Nazioni Unite ha ribadito la sua richiesta di un cessate il fuoco globale e una pausa umanitaria in Libia, al fine di salvare vite umane e consentire alle autorità libiche e ai loro partner di dedicare tutte le loro energie per fermare la pandemia.
Assistiamo inoltre a gravi combattimenti al di fuori di Tripoli. Dal 26 gennaio, l’LNA ha lanciato un’offensiva contro le forze del GNA anche nell’area di Abu Grain, a sud di Misurata, provocando forti scontri con centinaia di vittime da entrambe le parti. Aumentano gli attacchi dal cielo condotti da modernissimi droni, così come la propaganda sul loro abbattimento e le accuse, a vicenda, sui crimini commessi contro il popolo libico. Al momento della stesura di questo report, questa battaglia di Abu Grain è ancora in corso.

A Sirte, recentemente passata sotto il controllo dell’LNA, la linea internet mobile è assente da oltre una settimana. Ad Abu Grain, il coprifuoco imposto prima da Misurata per la situazione di sicurezza, poi per il coronavirus, ha fattoscarseggiare per giorni i beni di prima necessitàe in molte aree della regione occidentale, i residenti non hanno accesso all’acqua potabile per via degli attacchi alle infrastrutture idriche, agli allacci illegali e alla mancata manutenzione del Great Man Made River, il grande fiume artificiale costruito da Muammar Gheddafi per estrarre acqua dal sottosuolo nella regione meridionale e condurla verso le città costiere. Lo scorso 5 aprile, i gruppi armati affiliati al GNA hanno fermato due camion carichi di bombole di gas da cucina e generi alimentari diretti alla città di Tarhuna affiliata all’esercito orientale. Secondo la sala operativa della coalizione Vulcano di Rabbia, i carichi sarebbero stati inviati dal comando generale dell’LNA senza rispettare le procedure ufficiali. Si tratta, tuttavia, dell’ennesima violazione da parte dei gruppi armati nei confronti dei civili residenti nelle aree sotto il controllo di Haftar. Stesse scene vengono vissute a Qasr Bin Gashir, a sud-ovest dell’aeroporto internazionale, chiuso dal 2014, dove i residenti denunciano insulti da parte dei gruppi armati di Tripoli e la chiusura delle strade che collegano il sobborgo ai centri vicini.

Invece di inviare materiale medico sanitario per aiutare il popolo libico a fare fronte all’attuale crisi,la Turchia continua ad inviare rinforzi militari a Tripoli e Misurata, rilanciando lo spettro di un conflitto più ampio che inghiottirà l’intera regione.
Se
l’Europa ha annunciato una nuova missione congiunta aero-navale, denominata Irini, ad inizi aprile, per il momento le uniche navi giunte a ridosso della costa libica sono cinque fregate di Ankara, impegnate in operazioni di sostegno militare al GNA, con cui ha raggiunto il 28 novembre 2019 due memorandum d’intesa in materia di cooperazione militare e giurisdizione del Mediterraneo orientale, ampiamente rigettati dall’Ue e dalla comunità internazionale in quanto danneggiano gli interessi di Paesi terzi. Le parti in guerra hanno continuato a ricevere una considerevole quantità di attrezzature avanzate,combattenti e consulenti da sponsor stranieri, in sfacciata violazione dell’embargo sulle armi e degli impegni assunti durante il processo di Berlino che si è concluso con la conferenza del 18 gennaio. L’LNA ha rafforzato la sua presenza in prima linea a Tripoli con armi, equipaggiamenti e elementi di fanteria, mentre sembrano essere diminuiti i voli cargo all’aeroporto di Benina e alla base aerea di Al-Khadim, nella Libia orientale, che trasportavano militari ed equipaggiamenti per le forze armate.

In Libia continuano ad essere impegnati combattenti stranieri da entrambe le parti. Come notato dalla Missione di Sostegno delle Nazioni Unite in Libia (UNSMIL) e dal suo ex capo Ghassan Salamé, che ha recentemente rassegnato le sue dimissioni, questi combattenti non sonoetichettabilisotto un’unica definizione. Ci sono migranti a cui viene offerto di restare in Libia in libertà se scelgono di combattere, ufficiali, membri dell’intelligence e consiglieri militari di Paesi stranieri, ribelli ed estremisti che hanno sposato la causa per ragioni ideologiche, oltre a mercenari e cecchini indipendenti attratti dalle opportunità di guadagno.
A partire da gennaio, i ribelli siriani a supporto del GNA sono stati trasportati da Idlib a Tripoli a migliaia e dispiegati in posizioni dirette, accanto alle forze libiche. Durante questo periodo,
le forze GNA, supportate dalla Turchia, hanno anche installato sistemi di difesa aerea avanzati, compresi Hawk anti-aeromobile in tutta la regione occidentale. Fino a giovedì, la presenza di risorse navali straniere -comprese le navi da guerraerano visibili al largo della costa di Tripoli e Sormon, ad ovest di Zawiya.
Se non è accettabile che i libici si uccidano a vicenda per una guerra che non li appartiene, ancor meno è il fatto che cittadini stranieri alla guida di velivoli libici, o droni che coprono le posizioni di terra di entrambe le fazioni uccidano civili, come quando lo scorso 6 gennaio un attacco condotto da un drone a pilotaggio remoto, attribuito agli Emirati Arabi Uniti, ha ucciso 28 cadetti del Tripoli Military College ad al-Habda.

In tutto questo, non si parla più dei negoziati avviati a Ginevra a gennaio. Dopo che entrambe le parti hanno inviato diciannove propri rappresentanti militari al quartiere generale europeo dell’Onu per partecipare alla Commissione militare congiunta (JMC), nulla si è più saputo dei meccanismi individuati per il cessate il fuoco, ne della forza di interposizione e monitoraggio delle violazioni della tregua. La seconda e terza traccia -economica e politica- di questo processo di dialogo, che sembrava stesse dando segnali positivi, hanno subito una battuta d’arresto alla luce della nuova emergenza sanitaria.
L’economia in Libia sta diventando sempre più instabile a causa del conflitto e del blocco della produzione e dei porti da parte di componenti sociali allineati all’LNA. La frammentazione istituzionale, il crollo dei prezzi degli idrocarburi e l’incapacità di attuare una politica economica unificata esacerbano le sfide esistenti e ne crea di nuove.
Dopo che il 20 gennaio la National Oil Corporation (NOC) ha esteso la forza maggiore per tutti i porti onshore, la produzione risulta ancora sospesa nei giacimenti petroliferi di Sharara, Hamada ed el-Feel. Secondo l’ultimo bollettino pubblico, rilasciato il 6 aprile da NOC, il settore petrolifero libico ha perso dal 17 gennaio ad oggi oltre 3,957,326,455 dollari (USD). Senza queste entrate il Governo di Tripoli rischia di essere incapace di fornire i mezzi necessari per rispondere al COVID-19 in caso la malattia iniziasse a propagarsi più velocemente. La base di entrate della Libia vede il Paese completamente dipendente dalle esportazioni di petrolio e le commissioni sui cambi moneta. Le banche commerciali trovano sempre più difficile operare sotto la supervisione di due banche centrali concorrenti ed un certo numero di istituti di credito, in particolare nella parte orientale del Paese, non sono ora in grado di onorare le transazioni. Idrocarburi iniziano a scarseggiare nella regione meridionale, dove la benzina e il gas da cucina viene venduto illegalmente ad un valore dieci volte più alto di quello ufficiale.

Ha fatto discutere la decisione del Ministero degli Esteri (GNA) di inviare 30 medici e para-medici in sostegno dell’Italia. Nonostante questo gesto riveli la grande generosità del popolo libico e la vicinanza agli italiani in questo difficile periodo storico, in molti credono che la Libia non sia in condizione di fornire aiuti a Paesi terzi, considerata la mancanza di mezzi e risorse. Negli ospedali della storica regione del Fezzan, infatti, i dottori scarseggiano dopo la dipartita degli staff stranieri dal 2011. Al di la delle polemiche di chi vede l’invio di personale medico in Italia come una mossa politica atta a recuperare il sostegno del Governo italiano, che si è deteriorato nel tempo, è chiaro che i medici in questione oltre ad aiutare gli ospedali italiani avranno anche la possibilità di essere formati nelle pratiche adottate da Cina e Italia nella gestione della pandemia, nonché le cure sperimentate nella cura dei pazienti più gravi.
Gli ospedali di Sabha, Ghat ed Aubari continuano tuttavia a mancare di strumenti diagnostici e medicinali, nonché letti, attrezzature e dispositivi per la protezione personale. Se il virus dovesse manifestarsi in questi comuni meridionali -cosa che fortunatamente finora non è accaduta- si rischierebbe una strage. Ad oggi, secondo il Medical Center for Disease Control, sono 21 i casi di COVID-19 registrati in tutta la Libia. Una donna di 85 anni è morta, mentre 8 persone risulterebbero già guarite a Misurata.

C’è il rischio tuttavia che questi dati non siano reali, fin dal primo annuncio le comunicazioni del Ministero della Salute di Tripoli e del Medical Center, sono state messe in discussione dagli stessi ospedali che negavano di aver ricevuto casi di contagio. Alcuni hanno anche ipotizzato che potesse essere una strategia comunicativa per scoraggiare i combattenti impegnati al fronte. Il premier Fayez al-Serraj, dopo aver chiuso il traffico aereo e i valichi di frontiera con base a Tripoli, ha esteso il coprifuoco nelle aree sotto la sua amministrazione dalle 14:00 alle 07:00 del mattino. Il GNA ha anche vietato gli spostamenti tra le città, ad eccezione delle attività vitali, e ridotto l’orario di lavoro per i dipendenti pubblici dalle 9:00 alle 12:00. Il Consiglio presidenziale ha stanziato nei giorni scorsi 75 milioni di dinari (LYD) per la gestione dell’emergenza Coronavirus, destinati alle municipalità. Fondi, che i cittadini temono andranno perduti, considerato l’alto livello di corruzione delle autorità a livello centrale, ma anche locale. I sussidi governativi a dipendenti pubblici o sedicenti tali, sia nascosti che palesi, continuano ad aumentare, mentre la qualità dei servizi offerti ai cittadini diminuisce. Membri della società civile, ONG e volontari si sono immediatamente attivati per condurre campagne di sensibilizzazione e prevenzione, compresa la sterilizzazione di luoghi pubblici, in cui potrebbero verificarsi assembramenti. L’Emergency Committee to Combat Corona e le autorità nell’Est del Paese, in collaborazione con l’LNA, hanno annunciato lacreazione di 4 ospedali da campo, a Zintan, Sirte, Sabha ed Agedabia, per ricevere eventuali malati.

In un Paese avvolto per nove anni da morte e distruzione per il conflitto civile, non è di certo un virus a spaventare i libici, sebbene dimostrino di non sottovalutare i rischi della pandemia.
Gli ultimi dati, forniti dalle agenzie delle Nazioni Unite, parlano di 150 mila sfollati costretti a lasciare le proprie abitazioni dalle aree di combattimento. Nelle aree entrate sotto il controllo di Haftar, arrivano notizie di famiglie costrette a fuggire, alcune a causa della loro affiliazione con il GNA ed altre a causa della loro associazione con elementi del precedente regime. Allo stesso modo, a Tripoli e Misurata, i civili sono sottoposti a gravi violazioni delle proprie libertà personali per la loro ideologia politica in sostegno dell’LNA. Ci sono stati diversi episodi di esecuzioni sommarie,omicidi di vendetta e sparizioni forzate a Tripoli e nelle vicinanze di Tarhuna. Il destino di molte persone scomparse in tutta la Libia rimane sconosciuto. Cittadini, o funzionari di compagnie pubbliche ed istituzioni, temono per la propria vita tanto nell’Est, quanto nell’Ovest del Paese. Ci sono persone che scompaiono nel nulla, così come sono passati quasi due anni dall’aggressione alla parlamentare Seham Sergewa nell’est del Paese, senza avere più sue notizie.
I social networks e i media continuano ad essere pieni di false notizie, discorsi d’odio e retorica divisiva progettata spesso da attori esterni per lacerare ulteriormente il Paese. La società civile, attivisti e anziani tribali hanno a volte coraggiosamente alzato la voce per mantenere l’armonia sociale tra i libici. Un gruppo di giovani attivisti a Bengasi ha anche avviato una conferenza di pace per la cessazione delle ostilità e il ritorno ai colloqui politici. Questi sono timidi segnali incoraggianti che provano a farsi spazio tra le tenebre, rappresentate dall’uso diffuso della forza e della violenza per prevalere sull’altro di attori senza scrupoli all’interno e all’esterno della Libia. Se nessuna delle due parti sembra poter riuscire a prevalere sull’altra nel breve periodo, il processo di riconciliazione nazionale sembra aver subito una battuta d’arresto.
Le componenti sociali tuttavia stanno provano a ricompattarsi e gli attuali belligeranti, così come i loro sostenitori esterni, rischiano di non avere più un futuro in Libia.

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