domenica, Dicembre 8

Libia: il ritorno di Gheddafi?

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L’11 giugno scorso Seif Al Islam Mu Ammar Gheddafi, figlio preferito di Gheddafi, è stato rilasciato dalla Brigata Abu Bakr al Sadiq, una milizia di ex ribelli che controlla la città di Zintan, su richiesta del governo ad interim di Abdullah al-Thani, Primo ministro della Libia dall’11 marzo del 2014. La notizia della liberazione viene annunciata da un post, pubblicato su Facebook, il quattordicesimo giorno del Ramadan, in base ad un’amnistia del Parlamento, che si trova a Baida, nell’est del Paese, vicino Bengasi. Il post recita «Abbiamo deciso di liberare Saif al Islam Gheddafi, egli ora è libero».

Seif Al Islam, oltre ad essere stato designato dal padre, come suo successore, ha svolto più volte funzioni in realtà appartenenti al Primo Ministro. Il suo nome in arabo significa spada dell’Islam, è considerato da sempre il successore alla leadership libica, nonostante fosse il secondo degli otto figli di Gheddafi.  Si è sempre schierato dalla parte del padre fin dallo scoppio della Guerra civile libica del 2011. Insieme a Musa Ibrahim, portavoce ufficiale del governo, è stato per anni l’interlocutore privilegiato tra l’ex-governo e la stampa internazionale. Proprio per questo impegno politico al fianco del padre, è stato emanato, nei suoi confronti, un mandato d’arresto il 16 maggio 2011. Il mandato fu firmato dal procuratore della Corte Penale Internazionale dell’Aja Luis Moreno Ocampo, con l’accusa di ‘crimini contro l’umanità’, provvedimento confermato il 27 giugno dello stesso anno. Oltre al tribunale dell’Aja, anche un tribunale di Tripoli, a luglio 2015, ha ordinato l’immediata cattura e la condanna a morte di Al Islam, per il suo ruolo nella repressione della rivolta.  La guerra civile è durata otto lunghi mesi nel 2011, e nella rivoluzione persero la vita altri tre dei figli di Gheddafi. Al termine gli ultimi tre fratelli di Seif, insieme alla madre Safiya, trovarono rifugio prima in Algeria e poi in Oman.

Il 23 ottobre 2011, nello stesso giorno in cui il Consiglio Nazionale di Transizione di Tripoli dichiarava ufficialmente il controllo della Libia e preannunciava che la nuova Costituzione sarà fondata sulla legge islamica della Shari’a, Saif al-Islam si rivolgeva a questo così: «Io vi dico, andate all’inferno, voi e la NATO dietro di voi. Questo è il nostro Paese, noi ci viviamo, ci moriamo e stiamo continuando a combattere». Alcune fonti riferiscono che il 21 ottobre 2011, giorno dopo la caduta di Sirte, si trovasse nei dintorni di Bani Walid, in fuga presumibilmente verso sud, attraverso il deserto libico, per riorganizzare la resistenza contro i ribelli. Il 19 novembre 2011 viene annunciato il suo arresto presso il confine tra la Libia e il Niger ed il suo trasferimento in aereo presso il carcere di Zintan, dove è detenuto in stato di isolamento dalla milizia di ex ribelli. In un altro messaggio videotrasmesso, il 22 novembre 2011, Gheddafi metteva in guardia contro Abd al-Hakim Balhaj, il Presidente del Consiglio Militare di Tripoli. Per via di questo arresto entrambe le condanne, malgrado andasse avanti il dibattito su chi aspettasse giudicarlo tra le autorità libiche o la Corte Penale Internazionale, non sono mai potute essere applicate. Nonostante, infatti, la richiesta della Corte penale internazionale di processarlo per crimini contro l’umanità e violenze contro le proteste, le milizie si oppongono e anche il verdetto emesso dal Tribunale di Tripoli, il 24 luglio 2015, viene reso in contumacia perché l’ex gruppo di ribelli che formano il governo di Tobruk, non riconosce la sentenza.

Saif al-Islam, alla morte del padre, gli è succeduto alla guida della resistenza libica e della così detta ‘Jamāhīriyya‘. Secondo l’Agenzia di stampa russa RIA, Saif al-Islam ha cercato di organizzare i clan tribali, tradizionalmente forti in Libia, per continuare la lotta contro il governo filo-occidentale e sarebbe molto vicino ad Haftar, quindi l’arresto nasconderebbe in realtà un tentativo di protezione, per far in modo che Gheddafi non venga giustiziato. Se a maggio c’era stato l’incontro tra Haftar e Governo di Tripoli, che faceva sperare in una soluzione pacifica della vicenda, per giungere ad una stabilità del Paese, oggi il Consiglio è talmente debole, che il generale potrebbe avere la meglio. In questa chiave di lettura, si comprenderebbe il ruolo del figlio di Gheddafi, che sarebbe in grado di controllare le tribù libiche.

A luglio 2012, gli avvocati di Al Islam hanno dichiarato che i diritti del figlio dell’ex leader libico non erano stati tutelati: «i diritti del mio cliente Saif Al-Islam Gheddafi sono stati irrimediabilmente compromessi nel corso della mia visita a Zintan», ha detto Taylor, «Fra l’altro le autorità libiche hanno deliberatamente indotto in errore la difesa riguardo alla sorveglianza dei colloqui. Hanno anche confiscato documenti coperti dal segreto professionale e tutelati dalla Corte penale internazionale».  A luglio 2016, la difesa è giunta ad un rilascio in base ad un’amnistia, non riconosciuta dal Governo di accordo nazionale, sostenendo l’impossibilità di applicare un’amnistia per crimini contro l’umanità. La notizia dei giorni scorsi del rilascio, riapre la questione del giudizio tra i due Tribunali, per risolvere i conti ancora in sospeso. A tal proposito ‘Human Right Watch‘ ha fatto sapere che se anche Seif al Islam, sia stato rilasciato per via di un’amnistia difettosa, non cambia il fatto che è ricercato dalla Corte penale internazionale per crimini contro l’umanità, e spetta ad essa giudicarlo.

Per comprendere la vicenda cerchiamo di fare un punto della situazione geopolitica: la Libia è divisa tra amministrazioni rivali: da una parte il Governo di Tripoli, riconosciuto almeno ufficialmente dalla comunità internazionale, e dall’Organizzazione delle Nazioni Unite; dall’altra l’autorità di Tobruch (o Tobruk), nell’area controllata dal generale Khalifa Belqasim Haftar, uomo forte della Cirenaica.  Haftar, gode dell’esplicito sostegno politico e militare egiziano, espresso ufficialmente dal Presidente egiziano Abd al-Fattah al-Sisi. Il presidente Egiziano non è il suo unico sostenitore, infatti, anche se ufficialmente Francia e Russia sono schierate dalla parte di Tripoli, vi sono prove di un loro sostegno ad Aftar, nel tentativo di un golpe militare del 2014, quando con l’operazione militare ‘Karama’, in arabo dignità, Haftar sferrò un attacco contro le milizie filo-fondamentaliste a Bengasi, assaltando con armi pesanti la sede del parlamento libico a Tripoli.

Le rivalità politiche tra i due Governi, e i conflitti interni tra le varie milizie hanno sempre impedito alla Libia, di riprendersi dopo il rovesciamento e l’uccisione di Gheddafi. In questo quadro di rivalità e di instabilità profonda l’Egitto ha sempre svolto un ruolo chiave sia con l’appoggio come si è già detto sopra di al-Sisi ad Haftar, sia con la sua pressione di gruppi ISIS verso la Libia. La diplomazia egiziana ha preso slancio ed è visto da molte capitali occidentali come la chiave per una nuova stabilità del Governo sostenuto dalle Nazioni Unite, per quanto al-Sissi da sempre, malgrado le dichiarazioni di sostegno a Tripoli, sia sempre stato molto più collaborativo con Haftar. L’Egitto ha anche dimostrato che, oltre alla morbida democrazia, il potere rigido è sempre sul tavolo con un’ondata di attacchi aerei contro i militanti, segnando un’escalation del coinvolgimento dell’esercito egiziano in Libia. Dall’altra parte è anche vero che la Libia è fondamentale per la sicurezza egiziana. In questo quadro, l’Egitto sta lavorando su come evitare la rottura dello stato libico e la lotta contro gli elementi estremisti all’interno del Paese, tra cui al-Qaeda e gruppi fedeli al Califfato. Lungo il confine dell’Egitto con la Libia, è stato creato dal 2011 un cordone di sicurezza, con armi, militanti, e armi chimiche. Mentre l’Egitto sta combattendo la propria filiale ISIS nella sua regione orientale, la stabilità e la sicurezza del suo confine occidentale è fondamentale, come si legge nell’analisi di Adel Abdel Ghafar e Mattia Toaldo, ‘Does the road to Stability in Libya pass trough Cairo?’. Il confine lungo 1.115 chilometri, è stato un fronte sempre più difficile da controllare per la polizia: nel 2015, otto turisti messicani che erano in safari nel deserto occidentale sono stati uccisi, quando un elicottero dell’esercito egiziano ha scambiato il loro gruppo per militanti, sparando su di loro.

Gli esperti dell’Onu, che ha stabilito l’embargo con il divieto di vendita di armi alla Libia, hanno rivelato in un rapporto, un sostegno diretto dall’esterno al generale Haftar in aumento, dopo la notizia del rilascio di Gheddafi. In particolare gli Emirati Arabi avrebbero fornito elicotteri da combattimento ed aerei militari prodotti in Bielorussia, e ne è stata dimostrata la provenienza da Abu Dhabi. Il rapporto redatto dagli esperti mette in luce una formazione ed un’assistenza tecnica in aumento. Il report comprende anche prove fotografiche di cacciabombardieri e blindati forniti dagli Emirati. Tali indagini hanno portato il Consiglio delle Nazioni Unite ad estendere l’embargo nei confronti della Libia per altri dodici mesi, oltre a predisporre un aumento delle ispezioni via mare. Analizzato il contenuto del rapporto, che è stato reso noto dal portale ‘Middle East Eye’ ed altri siti di informazione sul Nord Africa e Medio Oriente, è ancora più chiaro il ruolo che la figura di Seif Al Islam Gheddafi può assumere nel condizionare gli scenari politici e militari in Libia.

 

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