giovedì, Luglio 9

Libia: il comodo e ipocrita galleggiamento italiano Tra due che usano le armi e che chiedono ad altri di aiutarli ad usarle meglio, o tu sei lì ponto a metterti di mezzo o aiutare l’uno o l’altro, o non conti nulla. Infatti, noi non contiamo nulla. E non mettete di mezzo la Costituzione

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Pare sia un tema particolarmente importante quello di stabilire se la nostra politica estera esista o meno sul tema della Libia (ieri una scorpacciata di sproloqui, dal così detto ‘premier’ Giuseppe Conte, al Copasir, fino al così detto Ministro degli Affari Esteri, Luigi Di Maio alla Camera e al Senato). Confesso che la cosa mi interessa poco, anche se ne ho parlato e in modo molto critico, perché il tema non è quello, bensì quello di sapere se una politica estera l’abbiamo e se siamo in grado di farla e sostenerla. Dove, la parola più importante è la seconda: ‘sostenerla’.

Mi rendo conto che citare l’odiato Massimo D’Alema oggi è poco ‘politically correct’, ma, poste tutte le critiche anche alla sua di politica estera (e anche qui non ho mancato di farne), dice una cosa tanto giusta quanto evidente, addirittura banale («si parva licet componere magnis», dove il ‘parva’ sono io, per carità!), che diventa clamorosa in un momento in cui dire una cosa del genere è quasi una bestemmia e fa sicuramente stracciare le vesti non solo a Di Maio, improvvidamente Ministro degli Esteri, ma anche a Conte, improvvidamente Presidente del Consiglio (anche se lui ama chiamarsi e farsi chiamare ‘premier’) e ‘uomo del destino’ per Nicola Zingaretti e, pare, per Dario Franceschini … beh fra dorotei!

Farepolitica estera significa: avere un progetto e un obiettivo; avere una base tecnica; gestire quotidianamente e coerentemente; rendere nota all’interno e all’esterno la politica stessa. Noi abbiamo sicuramente il secondo strumento, una ottima diplomazia, anche se troppo stressata’. Il resto manca, manca da molto: non si va oltre una non meglio definita ‘fedeltà atlantica’, che poi è solo fedeltà agli USA, a parte che la fedeltà è roba da cani, non da Stati. Negli ultimi almeno due decenni, è così, anzi, sempre peggio, o meglio, sempre meno.
Al Ministero i politicanti si alternano, con scarsa voglia, per non dire nulla, di fare e capacità. Anche perché ‘fare’ vuol dire scegliere; scegliere vuol dire trovare qualcuno che è di idea diversa in un Paese come il nostro nel quale, a differenza di tutti gli altri Paesi civili dove un politico non critica mai pubblicamente la politica estera del proprio Governo salvo casi clamorosi e sempre con rispetto … certo se una ce ne è: ma non da noi, dove lo ‘sbraito’ aggressivo, e spesso volgare, è pane quotidiano.
Un amico diplomatico, che certo mi perdonerà se non lo cito, tempo fa mi raccontava della educata sorpresa di qualche collega di altri Paesi, per la capacità dei nostri di adattarsi con un sorriso agli shock da dichiarazione sciabordante.

Infine, per completare sul ‘fare’, come per la ‘difesa dell’ambiente’, si va avanti, anche nella politica estera, per slogan e frasi fatte, specialmente con riferimento alla nostra vocazione di pace, che viene interpretata strumentalmente (anche se persone sincere e oneste in materia ce ne sono, vedi Strada) come assoluto schifo per l’uso della forza, anzi, della guerra, come si dice volgarmente. Volgarmente perché la guerra è una cosa molto diversa dall’uso della forza per fini … di pace o di difesa o, ebbene sì, di mediazione, o, se volete, imposizione gentile della pace. Ovviamente ne sto parlando in modo molto sintetico e superficiale.

Aggiungo solo che, quando dico uso della forza permediazione della pacenon penso minimamente all’imposizione della pace con la forza, come fanno e dicono di voler fare gli USA, la GB, la Francia e spesso la Russia. Intendo qualcosa di molto più complesso e meno violento, ma escludo che sia in questo senso il nostro sostegno acritico alle ‘mediazioni violente di pace’ di altri, come in Afghanistan e in parte in Iraq e, oggi come oggi, in Libano.
Ma ovviamente il discorso sarebbe lungo e quindi mi fermo qui.

Per quanto riguarda, invece, il ‘sostenerla’, il discorso, appunto, torna a D’Alema.
Se c’è una situazione di conflitto che ci interessi o che riteniamo che debba cessare (vedi Libia) o ci si mette dentro, o non si conta nulla. Nel senso che, tra due che usano le armi e che chiedono ad altri di aiutarli ad usarle meglio, o tu sei lì ponto a metterti di mezzo o aiutare l’uno o l’altro, ma sul serio, o non conti nulla. Letteralmente.
Mi spiace per il Signor pochette, che in una lunga e superflua intervista dice: «L’incisività e la credibilità dell’Italia in politica estera è fuori discussione e con la Libia siamo in prima linea. Parliamo con tutti non per ambiguità, ma perché alimentiamo il dialogo ribadendo a tutti la nostra posizione, limpida e trasparente, politicamente insuperabile: la guerra allontana la prosperità e il benessere del popolo libico, e se alimentata da attori esterni rischia di allontanare anche la prospettiva dell’unità e dell’autonomia della Libia». Cioè non dice nulla di nulla con molte parole, salvo il solito peana sfigato (quel ‘politicamente insuperabile’ è delizioso) alla pace, e alla presenza in una prima linea, talmente prima che la linea sta altrove.
Non dico che bisogna avere una forza armata lì, ma bisogna fare vedere (e non così, ora, all’improvviso e senza preparazione) che ci siamo e che vogliamo esserci, ma specialmente deve essere chiaro come il sole chi non vogliamo che ci sia, come, in particolare la Turchia! o anche quel politico del quale Di Maio afferma che dica ‘Regeni è uno di noi’. Se fai così -ma anche se minacci di interrompere le relazioni con il Parlamento- o ci sei … o ci fai, no?

Il dato di fatto, alla fine, è che a Mosca (badate bene, a Mosca) si è quasi firmata (‘quasi’ perché per ora solo una delle parti ha firmato), la tregua (e quindi alla lunga anche la pace, magari in trasferta a Berlino … non a Roma!), e quindi ciò indica che noi siamo fuori. Ma specialmente che il timone lo ha preso la Russia. Inoltre, è proprio Khalifa Haftar quello che ci sta insegnando (auspice Vladimir Putin, non facciamo gli ingenui) come si fa politica internazionale, con lo sdegnoso ‘rifiuto’ di firmare la tregua.
Haftar non può rifiutare niente di niente, perché conta meno del due di briscola, ma può fingere di contare, per dare, probabilmente l’occasione a Putin di mostrare che è lui quello che ha il bastone di comando; appena deciderà, vedrete, Haftar scoprirà che va bene così, ma avrà ‘conquistato’ un altro po’ di spazio territoriale e di manovra. E, forse anche di tempo, perché da quelle parti si fa presto a incontrare uno che ha una pistola che gli prude in tasca.

Se noi avessimo una politica estera, questa potrebbe essere una occasione d’oro per farsi notare, per dire che esistiamo e che anche noi abbiamo qualche pretesa’ … ve lo ricordate quando suggerivo di mandare le nostre navi a fare una scampagnata da quelle parti? Ecco, perciò parlavo di D’Alema: che poi ha fatto anche delle cose sbagliate, ma c’era.

Un’altra cosa, colgo l’occasione per dirla.
Finitela di tirare ogni volta in ballo la Costituzione, specialmente con la formula i ‘Padri Costituenti’, che detta da gente che se la mette e si propone di mettersela sotto i piedi un giorno sì e l’altro pure, fa una certa impressione. L’articolo 11 afferma che l’Italia ripudia’ (fateci caso, un linguaggio vagamente mussulmano!) la guerra, ma poi aggiunge «come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali», e quindi solo a quella, non alla guerra in genere. I nostriPadri costituenti’ non erano cretini e sapevano benissimo ciò che solo certi pacifisti alla panna montata non sanno, e cioè che la guerra se c’è c’è e basta; uno la può ripudiare quanto vuole, ma se ti sparano addosso o rispondi al fuoco o ti fai male. E lo stesso vale se altri si sparano addosso vicino a noi. E non solo per evitare di subire danni, ma proprio in nome della pace, e cioè per evitare che si sparino addosso.
È troppo facile avere l’anima pura e pacifica e voltarsi dall’altra parte se vicino (o lontano) si ammazzano. Questa non sarebbe volontà di pace, ma cinismo, ipocrisia, indifferenza e, magari, strafottenza, razzismo, disprezzo. Poi è chiaro: se si ha la mentalità colonialista e un po’ razzista di Francia, GB, USA, ecc. si interviene per imporre la propria volontà, se invece si è più ‘liberali’ (e non penso a Matteo Salvini) si agisce in maniera più accettabile.

E quindi, per concludere il discorso, tacere o allinearsi senza idee alla politica altrui, ad esempio con riferimento all’Iran, è, non solo, stupido e imbelle, ma è anche ipocrita, perché si giustificano le porcate altrui, dicendo ‘io non c’ero, e se c’ero dormivo’: incidentalmente, il Parlamento iracheno ci ha cacciato, ebbene che facciamo, restiamo lo stesso? Se sì, come e perché, per ‘fedeltà’ agli americani, che un giorno ci sono e l’altro vanno via, salvo a tenersi ben stretti i pozzi?
Un Paese civile non può essere indifferente alla morte di nessuno: amico o nemico. E questo è un discorso politico e giuridico, chiaro? Politico e giuridico: se uno vicino a me ammazza un altro e io non dico nulla, sono complice nel diritto penale, nel diritto internazionale e nella etica. Sbaglio?

Però, certo, fare la politichetta ipocrita e cinica nostra e raccontare che domani incontriamo questo, quello e il Padreterno a poco serve, salvo a credere che qualcuno creda che si è di fronte a grandi politic(ant)i!
Certo, se si discutesse sul serio e si facesse una politica estera, se avessimo come in USA una ‘dottrina Trump’ (perfino lui ne ha una) sarebbe meglio, perfino col rischio di avere una ‘dottrina pochette’. Però, galleggiare è molto più comodo.

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Sull'autore

Giancarlo Guarino, ordinario, fuori ruolo, di diritto internazionale nell’Università degli Studi di Napoli Federico II, è autore di numerose pubblicazioni su diverse tematiche chiave del diritto internazionale contemporaneo (autodeterminazione, terrorismo, diritti umani, ecc.) indagate partendo dal presupposto che l’Ordinamento internazionale sia un sistema normativo complesso e non una mera sovrastruttura di regimi giuridici gli uni scollegati dagli altri.