lunedì, Settembre 23

Libia: Haftar si sta giocando il tutto per tutto “E’ una battaglia in cui vuole dimostrare di voler conquistare tutto il potere che la Comunità Internazionale non gli ha voluto dare“

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Sono ore di trepidazione: la Libia sembra essere ad un passo dal baratro da quando l’uomo forte della Cirenaica, il Generale Khalifa Haftar, dato per morto l’anno scorso, nel tardo pomeriggio di ieri, ha iniziato a muovere gli uomini dell’Esercito nazionale libico (LNA) alla volta di Tripoli, sede del governo di accordo nazionale istituito nel 2015, riconosciuto dall’ONU e guidato dal Premier Fayez al Sarraj, con il chiaro intento di espugnarla.
Sono iniziati da diverse ore in alcune aree intorno alla capitale occidentale, a poco meno di trenta chilometri, dove le milizie che difendono l’esecutivo di Sarraj stanno opponendo una dura resistenza dell’Esercito nazionale libico che, come dichiarato  il portavoce dell’LNA, Ahmed al Mismari, si fermerà «solo dopo aver conquistato Tripoli». «Al nostro esercito alle porte di Tripoli in tutti i suoi assi, oggi completiamo con l’aiuto di Dio la marcia vittoriosa, la marcia della lotta e della resistenza, oggi rispondiamo alla chiamata del nostro popolo nella nostra cara capitale come abbiamo promesso, alla chiamata del nostro popolo che non ha più pazienza» esordiva ieri così il generale Haftar nel messaggio con cui ordina alle sue forze di entrare a Tripoli, annunciando che «oggi faremo tremare la terra sotto i piedi dei tiranni hanno compiuto atti di ingiustizia, aumentando la corruzione nel Paese … Eccoci Tripoli, eccoci, Oh eroi coraggiosi, è giunta l’ora … ed entrate in essa (a Tripoli) in pace su coloro che vogliono la pace, sostenitori della giustizia non invasori, non sollevate le armi se non solo di fronte a chi ha commesso l’ingiustizia e ha preferito il confronto e la lotta, e non sparate se non solo a quelli che portano le armi per sparare e versare sangue».
Negli ultimi mesi si era mobilitato verso il Sud del Paese per eliminare le ultime sacche di terroristi. Con la stessa motivazione, ha deciso di marciare verso ovest e dinanzi a tale avanzata il governo Sarraj, dopo aver dichiarato lo ‘stato di allerta’ ed aver evacuato i principali esponenti  dell’esecutivo e delle altri principali istituzioni, ha ordinato dei raid aerei sul convoglio dell’esercito di Haftar.
Secondo il ministro degli Interni del governo di accordo nazionale libico, Fathi Bashagha, «un Paese arabo ha dato ad Haftar luce verde per lanciare il suo attacco». In effetti, negli ultimi anni, la Libia è stata al centro dello scontro tra due Paesi importanti della regione, Emirati Arabi e Qatar: il primo, al fianco dell’Egitto, nel sostegno al generale della Cirenaica per combattere il terrorismo islamico; il secondo, insieme alla Turchia, vicini al governo di Tripoli e ai gruppi legati alla Fratellanza musulmana. Doha, però, è contemporaneamente, insieme ad Ankara e a Teheran, il principale avversario di Ryad, soprattutto dopo il blocco imposto nel giugno di due anni fa contro l’Emirato. E proprio l’Arabia Saudita sembra aver iniziato recentemente a muovere i primi passi, come dimostra la visita di Haftar nella capitale del Regno lo scorso 27marzo.
La Russia, altro sponsor del Generale, attraverso la portavoce del ministero degli Esteri, Maria Zakharova, si è limitata a far sapere che «speriamo che non si arrivi a un’escalation. Siamo consapevoli che la crisi sarà risolta con gli sforzi politico-diplomatici e negli ultimi anni ci siamo impegnati a tal fine». Dal canto suo, anche Washington, che ha da poco nominato il nuovo ambasciatore in Libia, ha espresso i tuoi timori per questo aumento della tensione. ma non sembra esser pronta ad esporsi in modo più incisivo. Del resto, il disimpegno americano dalla Libia non giunge nuovo e si era manifestato anche con l’appoggio dell’amministrazione Trump ad una cabina di regia a guida italiana sul Paese africano.
«In Libia dobbiamo evitare il caos e una nuova crisi migratoria. L’Unione europea intervenga immediatamente e parli con una voce unica e autorevole, contribuendo a una soluzione pacifica e democratica, nel quadro delle Nazioni Unite» ha esortato il presidente dell’Europarlamento, Antonio Tajani, anche se l’Unione Europea pare, purtroppo, piuttosto silenziosa in merito alla crisi libica. Era difficile, del resto, aspettarsi qualcosa di diverso visto che sullo scacchiere libico i diversi Paesi membri, in particolare negli ultimi mesi, sono andati piuttosto in ordine sparso per non dire contrapposti gli uni agli altri.
Se la Francia, da sempre tra i principali sostenitori del Generale Haftar, si è smarcata fin da subito dall’iniziativa contro Tripoli affiancandosi agli altri Paesi del G7 degli Interni nell’auspicio di una ‘de-scalation’, l’Italia, che pochi mesi fa aveva ospitato la Conferenza di Palermo dagli scarsi risultati e con pochi rappresentanti di peso, è sembrata piuttosto spaesata e per questo le opposizioni hanno chiesto al governo giallo-verde di riferire in Parlamento. «Seguo con attenzione e preoccupazione l’evoluzione della situazione libica. Ritengo che l’unica opzione davvero sostenibile sia quella che prevede un percorso ‘politico’ condotto sotto la guida delle Nazioni Unite. Continuiamo pertanto a sostenere le iniziative del Rappresentante speciale Ghassan Salamé e del Segretario generale António Guterres» ha affermato in una nota il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte specificando che «la via degli scontri armati rischia di alimentare una escalation di violenza destinata ad allontanare anziché ad avvicinare un percorso di pace e stabilità a cui ha pieno diritto il popolo libico». «Preoccupato, spero nessuno stia lavorando a soluzione armata, sarebbe devastante» ha sottolineato il Ministro dell’Interno e Vicepremier leghista italiano, Matteo Salvini. Altrettanta preoccupazione è stata espressa anche dal collega, Vicepremier pentastellato e Ministro dello sviluppo economico, Luigi Di Maio, che su Facebook ha avvertito: «Quanto sta accadendo in Libia è preoccupante. L’Italia ritiene di dover dialogare con tutti, ma ogni forma di mediazione deve poter essere indirizzata verso l’avvio di un processo di riconciliazione nazionale che sia inclusivo e soprattutto intra-libico.Non bisogna ripetere gli errori del passato. Grazie ai nostri militari e a tutti gli uomini dello Stato che lavorano per il mantenimento della nostra sicurezza interna e dell’area».
Non va tralasciato che, nelle stesse ore, era giunto in Libia il Segretario Generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres, recatosi immediatamente a colloquio con il capo del governo di Tripoli per poi annunciare di esser in procinto di incontrare, nella giornata di oggi, il Generale Haftar. Incontro che si è tenuto nel tardo pomeriggio, ma che sembra non aver avuto l’esito sperato tanto da spingere Guterres a scrivere su Twitter: «Lascio la Libia con il cuore pesante e profondamente preoccupato. Spero sia ancora possibile evitare uno scontro sanguinoso dentro e attorno a Tripoli». Ma è veramente possibile, a dieci giorni dalla Conferenza Nazionale prevista per il 13-14 aprile a Ghadames? Esistono ancora i presupposti per questo summit decisivo per il futuro della Libia? Quale obiettivo vuole raggiungere il Generale Haftar? E’ possibile evitare che la Libia ricada nel baratro di una guerra civile? E l’ONU, il cui Consiglio di Sicurezza dovrebbe riunirsi tra pochi minuti su richiesta della Gran Bretagna, come può agire?Ha risposto a queste domande Silvia Colombo, Responsabile di ricerca per il Mediterraneo e il Medioriente dello IAI (Istituto Affari Internazionali).
Khalifa Haftar ha mobilitato le sue truppe verso Tripoli. «Le forze dì Haftar sono in seria difficoltà, la sua offensiva nell’ovest della Libia fallirà» ha detto Ashraf Shah, ex membro del dialogo politico per gli accordi di Shkirat. Nonostante la resistenza opposta dalle milizie, la Libia cadrà nelle mani di Haftar? 

La domanda è abbastanza da un milione di dollari nel senso che Haftar sta giocando il tutto per tutto in questa escalation iniziata in realtà già qualche mese fa con la penetrazione nel sud per la riconquista del territorio però certamente la cattura di Tripoli è un punto cruciale. E qui si sta giocando la battaglia finale con il rischio di una terza guerra civile. Questo è un po’ il contesto in cui si sta muovendo la Libia in queste ultime ore. La resistenza mi sembra abbastanza debole perché comunque si sono avute parecchie fratture anche all’interno degli stessi gruppi di misurata, insomma le tribù che facevano da fortino difensivo intorno a Tripoli nella parte ovest del paese. Quindi Haftar sembra, da una parte, molto determinato, dall’altra, sembra avere una penetrazione abbastanza efficace. Trattandosi però di un tutto per tutto, o sarà una vittoria schiacciante o sarà una sconfitta ugualmente fragorosa. In altri termini, per la Libia, sarà comunque una grandissima sconfitta visto il momento in cui avviene questa escalation.

Quindi per Haftar, o tutto o niente attraverso la forza militare? E’ questa la strategia del Generale?
Esattamente. La forza militare era l’unica forza di cui lui disponeva-l’abbiamo visto tutti questi anni in cui lui ha cercato di accreditarsi come interlocutore politico; la Comunità Internazionale, facendo molti errori, non gli ha dato lo spazio necessario, anche valutando che non fosse la figura giusta per il Paese. Detto questo, è una battaglia in cui lui vuole dimostrare di voler conquistare tutto il potere che la Comunità Internazionale non gli ha voluto dare. Ed anche il messaggio lanciato al segretario generale delle Nazioni Unite ovvero “non aspettiamo più il processo di pace ONU, non ci fidiamo più quindi entriamo militarmente” è una forte promessa di sfida.

Dal punto di vista militare, quindi, le due parti non sono sullo stesso piano?
No perché comunque Haftar ha veramente mobilitato delle forze che hai raccolto in questi mesi di aumento del proprio capitale militare: ad esempio ha creato queste milizie in cui il nocciolo duro è caratterizzato dai salafiti, il che dimostra che la figura di Haftar non è una figura politica che si fa portavoce di un’esperienza, di una visione per il futuro del Paese, ma si concretizza nella forza bruta. Risulta evidente che questi gruppi, queste milizie hanno referenti anche molto diversi come quello salafita, molto più vicino all’islamismo che non al modello di Haftar e che è caduto tra le braccia del generale che gli ha promesso una distribuzione del potere. Haftar è riuscito ad intercettare dei bisogni anche molto localizzati quando è andato al Sud, quando si è interfacciato con le tribù e i gruppi di potere locali. In questo modo ha creato la grande forza di cui dispone oggi. Mentre nella parte occidentale del Paese, per quanto riguarda la zona di Tripoli, si svolge il processo opposto ovvero la frammentazione dei gruppi e questo si era già evidenziato ad agosto-settembre dell’anno scorso quando si erano avuti dei fortissimi scontri intorno alla zona di Tripoli, lasciando trasparire una vera e propria lotta di potere tra le milizie, cosa che aveva indebolito queste fazioni.
Il ministro dell’interno di Tripoli ha affermato che dietro l’Avanzata di affittarla ci sarebbe il via libera di un paese arabo. A chi si riferisce secondo lei e quale ruolo giocano, in questo momento, Paesi come Turchia, Qatar, Emirati arabi, Arabia Saudita, Egitto?
È un altro elemento di sproporzione tra le due parti in questo momento ovvero il sostegno politico-diplomatico che la parte di Haftar e il Governo di Tripoli hanno ricevuto negli ultimi mesi. Sappiamo che gli schieramenti non sono cambiati, ma l’entrata in gioco in forze di un attore quale gli Emirati Arabi Uniti che è sempre stato nel campo di Haftar, ma che negli ultimi mesi ha iniziato a dare un sostegno sempre più forte a questa parte, ha sicuramente alterato gli equilibri ed ha creato un incentivo che Haftar ha voluto cogliere per entrare in campo e muovere questo assalto finale. Ricordiamo che a fine febbraio c’era stato questo incontro ad Abu Dhabi e sembrava che gli emirati fossero diventati i nuovi padrini della Libia. Sull’altro versante, a sostegno del governo di Tripoli, Turchia e Qatar, tradizionali alleati, hanno mantenuto , soprattutto nell’ultima fase, un atteggiamento molto più tiepido e molto meno esposto. Anche in questo caso, quindi, non solo dal punto di vista militare, ma anche da quello politico, le due parti sono piuttosto lontane.
Lei pensa che lo sguardo delle tribù e del figlio di Gheddafi, Saif al-Islam, sia sempre più rivolto verso Haftar in questo frangente?
Sì, del resto la chiamata alle armi di Haftar e il suo appellarsi ad una componente significativa del Paese, composta soprattutto da insoddisfatti che non si riconoscevano nel potere di Tripoli, è nelle rimanenze del vecchio establishment, difficilmente integrate nel governo di accordo nazionale. Quanto poi, in caso di una vittoria della fazione di Haftar, questa ‘coalizione’ o questo gruppo molto eterogeneo riuscirà a mantenere il potere o comunque ad intraprendere un processo politico questo è tutto da vedere. Comunque un processo politico già in corso perché tutte queste azioni militari sono comunque finalizzate non solo ad una dimostrazione di forza pura e semplice ma anche soprattutto per alterare gli equilibri in vista proprio della continuazione di questo processo politico. Ricordiamo che l’inviato speciale aveva previsto per il 13 e 14 la conferenza nazionale sarebbe il prossimo tassello per avanzare nella definizione di alcune regole condivise fino alle lezioni e quindi alla transizione. Haftar non sta necessariamente mettendo in discussione questo processo, ma lo vuole giocare a suo favore, da una posizione di forza.
Pensa che salterà la Conferenza prevista tra 10 giorni?
Un piccolo spiraglio rimane ancora ma visto il trend penso che entro i prossimi due giorni si definirà il tutto. Ritengo anche che non siano gli interessi di salame giocarsi un incontro così importante in queste condizioni. D’altro canto il posticipo della conferenza è un po’ l’obiettivo che Haftar avrebbe voluto raggiungere a breve termine, sostenendo che, non essendo stato tenuto in considerazione in questo processo negoziale, adesso lui si sta riprendendo il proprio spazio. In altre parole voglio dettare lui le regole del gioco e i tempi. Hanno quanta la questione dei tempi sia fondamentale perché la Libia si trascina, dagli accordi di Shkirat, in questa situazione di perenne incertezza.
In quest’ottica salta anche l’intesa raggiunta da Haftar e Sarraj a fine febbraio. 
Certamente quello che appare principale perdente è proprio Sarraj che era legato anima e corpo a questo processo negoziale delle Nazioni Unite, investito del potere ma incapace a mantenerlo e che adesso rischia di essere fatto fuori non solo dal politico, ma anche brutalmente dalla forza militare di Haftar.
Rischiano di venire meno dunque i presupposti della roadmap negoziata tra le due parti?
Assolutamente si. La roadmap negoziata a fine febbraio tra le due parti era molto debole ed era chiaro fin dall’inizio che già in quel momento after aveva più potere di serraggio. Già a fine marzo tra l’altro si parlava di quando sarebbe potuto avvenire questo attacco a Tripoli che è avvenuto in un momento in cui la Comunità Internazionale  è molto esposta con la visita del segretario generale e l’avvicinarsi della data della conferenza nazionale che ha creato le condizioni.
Siccome il petrolio in queste circostanze finisce inevitabilmente per fare da ago della bilancia, quale delle due parti ha il maggiore controllo delle risorse del Paese?
Una risposta certa non lo saprei dare. Certamente l’arma petrolifera è stato spesso usata da Haftar come primo tentativo per cercare di avere maggior potere, come avvenuto recentemente nel Sud della Libia. Chiaramente tutta la parte occidentale del paese e l’azienda petrolifera nazionale ovvero la National Oil Company rimangono formalmente nelle mani del governo di Tripoli, ma in questi momenti di scontro è difficile dire quanto questo settore verrà intaccato. Il grosso problema della Libia e la mancanza di stabilità che consentirebbe all’industria petrolifera di essere sottoposta ad una revisione sostanziale e ad una redistribuzione che vada veramente incontro alle esigenze rivendicata da tutte le parti del paese. È una cartina tornasole che vieni perché l’altro sfruttata e strumentalizzata.
Anche perché sappiamo il ruolo che hanno i gruppi illegali in questo settore. Per questa sera, è stata indetta una riunione straordinaria del consiglio sicurezza dell’Onu, principale sponsor del governo di Tripoli. Al momento attuale, l’ONU è disarmata? Potrebbe decidere un intervento a protezione del governo di Sarraj? 
Penso che da un certo punto di vista qualsiasi intervento possa essere estremamente pericolosa nel senso che e vero che l’ONU è direttamente parte in causa in quanto principale sponsor del governo di Tripoli e del processo negoziale che sostiene questo questo tipo di potere, però interferire in questo momento con delle azioni troppo forti potrebbe addirittura pregiudicare un’ulteriore possibilità che quello che rimane in piedi del processo negoziale nelle mani di Salamè possa continuare ad esistere. Haftar potrebbe avere molti più incentivi a proseguire la sua avanzata per riprendere il controllo del paese. Chiaramente si tratterebbe di un pretesto, ma lo stesso tempo conoscendo le dinamiche all’interno del consiglio di sicurezza dell’ONU, non mi aspetterei azioni forti proprio perché l’obiettivo è evitare che si ritorni ad una situazione come quella del 2011 In cui possono esservi degli attori esterni che prendere in mano la risoluzione dei intervengono militarmente. Se si verificasse una cosa del genere, sarebbe sicuramente molto grave. E le Nazioni Unite vorrebbero mantenere un ruolo di mediatore che, con tutti i limiti dell’operato di salame, bisogna riconoscere che in più occasioni lui è riuscito a svolgere questa mediazione.
Qual è il ruolo della Francia che ha sempre appoggiato Haftar, ma che nelle ultime ore si è smarcata dell’iniziativa del Generale?
In generale, l’offensiva dì Haftar è il risultato Di una politica di incoraggiamento proveniente dalla Francia, che sicuramente stata in prima linea nel sostenerlo, ma anche gli altri paesi esterni, non solo della regione come quelli che abbiamo ricordato prima, ma soprattutto anche un paese come l’Italia che ha virato in maniera abbastanza frutta profonda nell’ultimo anno, non cancellando il proprio sostegno al processo negoziale ribadito dal Premier Conte nelle ultime ore, ma ha contribuito a dare l’idea che ci potesse essere un sostegno anche ad una presa di potere maggiore da parte di Haftar. Il fatto che adesso la Francia si smarchi da  Haftar condannando questa escalation di violenza che potrebbe veramente far precipitare il paese in una terza guerra civile, nonostante questo ancora non si vede sul campo, è molto pericoloso. Chiaramente la posizione di Haftar è pericolosa anche agli occhi dei francesi perché per quanto vogliono che Haftar trionfi, in questo momento non possono certamente sostenere una posizione di questo tipo.
E la Russia? 
Sembra che la Russia stia prendendo un po’ le misure anche perché la Libia non è il principale teatro in cui è esposta. Non dimentichiamo che non lontano c’è il caso algerino che ha chiamato in causa la Russia in modo abbasta forte in quanto sostenitrice dello status quo e del regime di Bouteflika. Per quanto riguarda la Libia, la Russia è in attesa di capire quale piega prenderanno le cose. Fermo restando che non ha mai nascosto di esser favorevole ad una presa di potere da parte di after nelle sue ambizioni di ritagli crearsi un ruolo importante all’interno del Paese sia sia del controllo del processo politico. Quindi sta aspettando anche perché non è come il caso dello scacchiere mediorientale. Quello libico non è un terreno in cui la Russia si muove facilmente rispetto agli attori già in campo non sono locali, ma anche occidentali come l’Italia che ha fatto da sponda a questo avvicinamento della Russia nel paese nell’ultimo anno quando c’è stato questo spostamento della politica estera italiana verso la Libia. Non mi aspetto, però, dalla Russia interventi importanti.
Donald Trump ha nominato due giorni fa il nuovo ambasciatore per la Libia, Richard Norlan. Oggi il ministro degli interni italiano, Matteo Salvini, ha reso noto: «Ho avuto un incontro bilaterale con il Dipartimento di Stato che ha ribadito che gli Stati Uniti fanno affidamento sull’Italia per la stabilità dell’area. Speriamo che non ci siano fughe in avanti».  Solo l’estate scorsa Trump aveva accolto positivamente l’ipotesi di una cabina di regia a guida italiana in Libia. Qual’è dunque la posizione degli Stati Uniti che da diverso tempo non prendono una posizione sul Paese africano? 
La posizione degli stati uniti non è affatto chiara. È una posizione di disengagement, ma di fronte ad un’escalation di questo tipo ci si aspetterebbe una maggiore presa in carico della vicenda. Invece gli stati uniti continueranno, facendo da pandant alla Russia, a mantenere una posizione molto più distaccata chiaramente guardando con attenzione agli eventi ma non prendendo delle posizioni e spingendo in una certa direzione. Spingeranno piuttosto gli alleati occidentali anche mettendo gli uni contro gli altri tentando di non perdere posizioni. Il disengagement della Libia è molto marcato ed è iniziato dal 2011 e quindi è difficile immaginare adesso un cambio diverso e anche delle dichiarazioni non mi sembra di intravedere un ruolo più incisivo anche perché sebbene le relazioni diplomatiche possono ricominciare, ma gli attori che hanno in mano il futuro della Libia, sono altre. Quindi in questo senso lasciare campo alle Nazioni Unite o a Nazioni come la Francia o l’Italia è e sarà l’atteggiamento degli Stati Uniti.
UE non pervenuta?
Sì e questo testimonia l’incapacità dell’Europa di tradurre anche in azioni politiche delle competenze che lei ha. Le differenze tra i vari Stati membri e ciò che la blocca di più.
E’ sicuramente un fallimento della politica estera dell’attuale governo italiano?
Era un fallimento annunciato visto che era sempre più vedente che gli equilibri andavano più a favore della Francia, di Haftar e non tanto verso il processo negoziale sostenuto dall’Italia fino a un anno fa e altrettanto vero che l’attuale governo a contribuito a creare questa situazione marginalizzandoci e contribuendo ad erodere il capitale politico che l’Italia aveva accumulato non partecipando, se non in modo marginale, alla campagna del 2011 o intrattenendo rapporti bilaterali e mettendo a disposizione degli alleati occidentali la sua rete di contatti in Libia. Questo capitale andato purtroppo perso o comunque è rimasto lì inutilizzato negli ultimi mesi. L’esempio lampante è stato proprio la Conferenza di Palermo che non ha avuto nulla dal punto di vista politico se non la volontà di contrapporsi alla Francia.
«Nessuno può definire ora la Libia un porto sicuro» ha scritto in un tweet il Segretario Generale dell’ONU Guterres. Questa crisi potrebbe dare il via, come alcuni sostengono, ad un riacutizzarsi dei flussi migratori dal Paese? 
Assolutamente si, ma mi verrebbe da dire che sarebbe l’ora di smetterla di tirare fuori questo problema nel senso che ci potrebbe essere un aumento delle migrazioni, ma il fenomeno delle migrazioni è molto complesso e non legato ad ogni destabilizzazione. Inoltre la Libia stessa è diventata una destinazione di migrazione e non tanto più di partenza. Dovremmo smettere di pensare a quello che potrebbe succedere all’Italia e soprattutto vedere il problema in chiave europea che è un fattore determinante per la gestione delle migrazioni.
Pensa che gli interessi energetici italiani in Libia possano essere a rischio?
Tenderei ad escluderlo anche se non ho la sfera di cristallo. In tutti questi anni, anche in escalation maggiori, questo settore è rimasto più isolato dalla destabilizzazione e soprattutto non è mai stato messo in discussione il ruolo economico dell’Italia.
«Il popolo libico deve resistere e combattere contro le forze di Haftar a Tripoli per evitare di rivedere i crimini contro l’umanità commessi a Derna e Bengasi», ha dichiarato il Gran Mufti Gran Mufti libico Sadiq Al-Ghariani. Ritiene imminente lo scoppio di una nuova guerra civile in Libia?
Ci sono segnali molto preoccupanti perché, aldilà del confronto tra le milizie, tra le frazioni preposte alla sicurezza, la popolazione libica più volte imbracciato le armi per cercare di difendersi. È un momento in cui nessun altro in grado di farlo. Quest’idea di guerra civile nell’arco degli ultimi otto anni, purtroppo, continua a venir richiamata ed è uno degli scenari più problematici.
L’intervento armato di Haftar può essere risolutivo per la stabilità del paese?
Sicuramente l’intervento militare non farebbe altro che utilizzare le tensioni, vorrebbe dire soprattutto ricominciare da capo il processo politico perché quello che succederebbe il giorno dopo è che Haftar non sarebbe in grado di organizzare un processo politico dando una nuova configurazione il paese ovvero ciò di cui la Libia bisogno. Haftar non è un referente politico e quindi investire su di lui con l’idea che un’azione militare possa facilitare un processo politico sarebbe un errore grossissimo.
Non resta che confidare quindi nelle capacità di mediazione del Segretario Generale ONU, Antonio Guterres, e del suo inviato speciale per la Libia, Ghassan Salamè?
Penso che l’unica cosa che possiamo appigliarci. Interventi dall’alto non ne vedo e interventi unilaterali degli Stati membri potrebbero essere ulteriormente problematici mentre ciò che occorre fare è mantenere saldo quel che è stato raggiunto. Salamè ha investito moltissimo in questa capacità di far dialogare le parti. In momenti di crisi come questo bisogna auspicare di tornare a dialogare come si può fare alla Conferenza, nell’ottica di una maggiore inclusività del potere. Certo i libici sono stanchi di aspettare ed alcuni potrebbero anche cogliere l’occasione per giocarsi il tutto per tutto e mandare all’aria il processo negoziale.

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