giovedì, Novembre 14

Libia: Haftar cresce, e anche la Russia Nelle ultime sei settimane, circa 200 mercenari, tra cui diversi cecchini, sono arrivati in Libia per combattere a fianco di Khalifa Haftar. Altri potrebbero arrivare nelle prossime settimane. E’ una svolta, e ora il Cremlino sarà imprescindibile

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Il generale Khalifa Haftar sta conquistando posizionisia sul terreno che sul fronte politico. Nel corso delle ultime settimane lo si è visto chiaramente. La Libia sembra essere sempre più chiaramente un ‘affare’ di Haftar e dei suoi alleati, Russia in testa.
Nel corso del mese scors
o lEsercito Nazionale Libico (LNAdi Haftar ha intensificato gli attacchi aerei contro le forze alleate del Governo dAccordo Nazionale (GNA) sostenuto dall’ONU, e contro gli obiettivi strategici, a partire dagli aeroporti, due giorni fa, l’aviazione LNA ha attaccato l’aeroporto internazionale di Mitiga a Tripoli e l’aeroporto internazionale di Misurata, e negli attacchi sarebbero stati distrutti, secondo quanto dichiarato da LNA stesso, alcuni droni all’aeroporto di Misurata e un centro operativo dell’aeroporto di Mitiga.
Insomma, 
la campagna per conquistare la capitale, Tripoli, si è ulteriormente rafforzataE si è rafforzato l’intervento russo a fianco del generale.

E’ di ieri la notizia, diffusa dal ‘New York Times’, che nelle ultime sei settimanecirca 200 mercenari, tra cui diversi cecchini, sono arrivati in Libia per combattere a fianco di Khalifa HaftarAltri si presume arriveranno nelle prossime settimane.
La Russia, secondo gli osservatori più attenti, sta iniziando uscire da dietro le quinte in Libia. Dopo aver dato per 4 anni supporto -finanziario in primis, anche stampando banconote libiche per milioni di dollari per Hifter, ma anche in supporto tecnico, armamenti, consiglieri militari, intelligence- al generale Haftar senza troppo apparire, ora si palesae ciò rientra in una precisa strategia del Cremlino per affermare la sua presenza in Medio Oriente e in Africa, andando occupare gli spazi lasciati liberi dagli Stati Uniti (volutamente, secondo la politica di Donald Trump) e dall’Europa (meno volutamente, ma molto evidentemente).

Non solo: Mosca in Libia starebbe imponendo un suo schema di guerra portando armamenti molto avanzati, quasi che la Libia fosse il posto perfetto per un test sul campo. Il New York Times’ parla di jet Sukhoi avanzati, attacchi missilistici coordinati, artiglieria a guida di precisione oltre a cecchini esperti. Il quotidiano, citando fonti mediche, sostiene che le medesime hanno rilevato nel corpo di alcune vittime «qualcosa di nuovo»: piccoli fori creati da proiettili che uccidono all’istante e che non escono dal corpo. Un tipo di ferita che combacerebbe con le ferite inflitte dai cecchini russi nell’Ucraina orientale. Altresì si afferma che «cecchini russi appartengono al gruppo Wagner, la compagnia privata legata al Cremlino che ha guidato anche l’intervento della Russia in Siria, secondo tre alti funzionari libici e cinque diplomatici occidentali che seguono da vicino la guerra».

Tutto questo in un Paese che già è pieno zeppo di moderni armamenti. La Turchia (alleata al GNA) e gli Emirati (alleati al LNA) hanno trasformato la Libia nella prima guerra combattuta principalmente con droni, tanto che le Nazioni Unite stimano che negli ultimi sei mesi le due parti abbiano condotto oltre 900 missioni con aerei senza pilota (droni). Mentre la guerra è tra le milizie con meno di 400 combattenti impegnati in entrambe le parti e gli scontri avvengono quasi sempre in pochi distretti alla periferia sud di Tripoli. Tanto che Emad Badi, studioso libico del Middle East Institute, afferma: «C’è una notevole discrepanza tra la battaglia libica sul campo e la tecnologia avanzata dei cieli con le interferenze straniere. Sembrano due mondi diversi». I mercenari russi, 200, potrebbero dare una svolta al conflitto, di certo mettono ulteriormente in difficoltà le forze del governo di Accordo Nazionale.

Secondo gli osservatori si iniziano vedere chiaramente parallelismi con l’intervento russo in Siria, Mosca starebbe esportando il modello siriano, quello che ha reso il Cremlino decisore centrale delle sorti di Damasco, con gli USA sostanzialmente fuori dai giochi. Mosca in queste settimane si sarebbe già di fatto imposta come soggetto imprescindibile in una futura soluzione della crisi libica. Per altro, l’impegno deciso della Russia è riconosciuto anche dai vertici militari del Governo di Accordo Nazionale.

la crescente assertività della Russia si combina la crescita’ politica sullo scenario mediterraneo di Haftar.
Oggi per il generale ha parlato all’Italia, dove è in visita per incontri con diverse forze politiche, Abdulahdi Ibrahim Lahweej, Ministro degli Esteri del governo libico ad interim sostenuto dal Parlamento di Tobruk, che sostiene Haftar. Quella che sta conducendo l’autoproclamato Esercito nazionale libico del generale Khalifa Haftar è «una guerra dovuta per liberare la capitale Tripoli», l’obiettivo finale è quello di «eliminare la presenza delle milizie».
Secondo Lahweej, «il problema in Libia non è né politico né economico, ma di sicurezza. Legato al fatto che ci sono più di 21 milioni di armi nelle mani delle milizie e ai terroristi che sono venuti dalla Siria e dal Qatar con il sostegno della Turchia». «Per andare verso una nuova Libia democratica serve che non ci siano entità minori all’interno del Paese.». Dopo aver risolto la situazione della sicurezza, secondo Lahweej si potranno svolgere «elezioni libere», «possiamo avviare un dialogo e lavorare per la pace. Non vogliamo avere un governo imposto dall’alto, ma vogliamo un accordo tra noi libici su chi governa».

Parlando del generale Khalifa Haftar e del suo Esercito, il Ministro ha sottolineato «Le nostre forze armate hanno creato stabilità a BengasiOra abbiamo un programma per liberare Tripoli e raccogliere tutte le armi, istituire il governo del popolo».
Il ‘modello Tobruk’, che Lahweej dipinge come «sicuro, efficiente, capace di creare occupazione, economicamente florido e libero da ogni minaccia di terrorismo», è quello che si intende estendere a tutta la Libia. Al momento, ha spiegato, il suo governo controlla il 90% del Paese, il problema è il restante 10%. E’ quella parte di territorio controllato da Sarraj e «gestito dalle milizie», che «lucrano sull’immigrazione e il traffico di esseri umani».
Un modello che funzionerebbe anche per l’Italia e per l’Unione Europea, un modello che risolverebbe il problema della migrazione clandestina, perché l’immigrazione «parte da Tripoli perché lì il governo legittimo è assente», «Non ci sono partenze dalle coste dei territori controllati dal nostro esecutivo, perché noi siamo responsabili, il nostro Parlamento è responsabile. Le nostre forze armate proteggono coste e confini», concludendo che gli accordi e la politica adottate fino ad ora -«quella di bloccare in mare i barconi con i migranti»- «non funziona», tanto che, consiglia: le risorse impiegate sull’immigrazione, inoltre, potrebbero essere «investite diversamente», «in progetti per l’Africa, allo scopo di creare lavoro e non fornire più alibi alle partenze».

Il Ministro, insomma, è venuto in Italia ad avvisare un governoquello di Roma, che ciondola tra Fayez Al Serraj -che, tra l’altro, proprio oggi, mentre il Ministro faceva quelle dichiarazioni ha incontrato l’Ambasciatore italiano a Tripoli, Giuseppe Buccino- e il generale Khalifa Haftar, che il conflitto libico è a una svolta, non sarà ancora quella definitiva, probabilmente, ma ora non si può più prescindere dal generale e dal Cremlino, gli accordi, quelli veri, si dovranno fare con questi nuovi attori.

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